Corrado Ocone, Il Riformista 8/9/2011, 8 settembre 2011
Perché la scienza non rende immortali - Dopo la morte di Dahrendorf, John Gray è forse il massimo pensatore liberale vivente
Perché la scienza non rende immortali - Dopo la morte di Dahrendorf, John Gray è forse il massimo pensatore liberale vivente. Sicuramente è il più originale e antiaccademico, pur avendo insegnato per lungo tempo nelle più importanti università del mondo anglosassone. Nonostante negli ultimi tempi in molti, a torto (il più delle volte) o a ragione, si siano detti liberali, in Italia egli è per lo più sconosciuto o è addirittura confuso con un omonimo psicologo americano alla moda autore di libri per lo più commerciali. Solo pochissime sue opere sono state tradotte e comunque non hanno avuto un’adeguata visibilità. Ciò io credo che non sia avvenuto a caso: Gray è infatti un liberale a tutto tondo e il suo orizzonte di pensiero si discosta notevolmente dalla versione del liberalismo che ha avuto di recente fortuna anche nel nostro Paese, quella per intenderci che ha fatto del Mercato e dell’Ordine Spontaneo quasi un feticcio e che ha trovato i propri alleati di elezione nel conservatorismo più acceso e in un certo cattolicesimo retrivo e bigotto. Tutte altre idee avrebbe apportato la conoscenza di questo pensatore, discepolo prediletto a Oxford del grande Isaiah Berlin e capace di rinnovare la dottrina liberale, che egli ha definito esplicitamente «un modus vivendi», a contatto con i problemi dell’attualità, di cui ha spesso dato una lettura non convenzionale. I suoi libri quando escono, soprattutto in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, sono subito fatti oggetto di attenzione dai media e dal pubblico colto in genere e l’autore è chiamato a presentarli nei più importanti festival e appuntamenti culturali. Ciò è avvenuto puntualmente anche nei mesi scorsi, dopo che Gray ha dato alle stampe la sua ultima fatica: The Immortalization Commission (Penguin). Cosa sia propriamente la “Commissione sull’immortalità” di cui parla il libro lo si scopre leggendo in particolare la seconda delle due parti in cui è diviso: quella dedicata appunto all’istituzione di questa strana “commissione” nei primi anni dell’Unione Sovietica. Di essa facevano parte intellettuali del calibro di Gorky e Wells, ma anche una figura eccentrica come quella di Lunacharsky, una specie di teosofo e insieme “Commissario all’illuminismo” nel nuovo regime. Il suo scopo era di fondare su nuove basi una sorta di religione atea di impianto rigorosamente scientifico e positivistico. D’altronde, come ci illustra invece la prima parte del volume, già nell’ambiente inglese darwiniano o tardo-vittoriano, avevano operato scienziati e filosofi anche molto influenti, che avevano fatto della scienza in generale e dell’evoluzionismo in particolare una sorta di spiritualismo naturalistico con sconfinamenti addirittura nel paranormale. Molti di costorono si riunirono attorno all’utilitarista Sidgwick, che aveva creato una Society for Psychical Research con forti addentellati mistici. Né disdegnarono idee bizzarre di ricreazione e rigenerazione futura dell’uomo su basi eugenetiche (il nazismo era ancora di là da venire) e addirittura di prolungamento della vita oltre la morte corporea. La scienza doveva, per i promotori di queste iniziative, prendere presto il posto della religione, rendendo concrete e terrene le sue vacue promesse oltremondane. Quale sia il messaggio che Gray ha voluto darci con questo avvincente e fascinoso libro è presto detto: il pensiero scientifico è importante, ma va usato entro i propri limiti, senza credere che possa aiutarci a risolvere tout court l’enigma della vita. Quando la scienza, così come ogni altra attività o modo di essere umano, diventa un’ideologia, un assoluto, si ha una perversione e degenerazione del principio liberale, fondato sull’idea di limite e sul carattere imperfetto e fallibile della natura umana. Chiaro è anche l’obiettivo polemico attuale di Gray: quel New Ateism, molto forte nei paesi anglosassoni, che può essere considerato una reazione uguale e contraria all’irrompere dei fondamentalismi religiosi sulla scena politica mondiale. Non è un caso che Gray abbia vivacemente polemizzato con autori come Dawkins e Hitchens, mettendo in luce l’irrazionalità di una posizione che fa di ogni forma di religiosità una forma di superstizione da combattere con i lumi di una Ragione assoluta e perciò alquanto accecante. Per quanto concerne invece la critica liberale al neoliberalismo, proprio in nome di quei valori di umanità e ragionevolezza che hanno fatto fare grandi progressi all’umanità, vanno sottolineati ancora due aspetti del pensiero di Gray: uno teorico e l’altro pratico. Dal primo punto di vista, va sottolineato che egli è stato sempre molto critico nei confronti della cosiddetta “scuola austriaca” dell’economia, e particolarmente con il suo massimo esponente, quell’Hayek a cui ha dedicato un saggio in cui lo definisce, sin dal titolo, un “conservatore” e non un liberale (lo si trova nella bella e utile antologia Gray’s Anatomy, uscita da Penguin nel 2009). Di contro, egli ha sempre fatta propria un’idea di liberalismo non solo coerentemente pluralista, ma anche molto attento alle ingiustizie e diseguaglianze sociali: i suoi numi tutelari sono sempre stati, oltre a Berlin, Tocqueville, Popper e, soprattutto, Stuart Mill, di cui, fra l’altro, ha scritto una bellissima Difesa (1983). Da un punto di vista pratico, va invece osservato che Gray, che ha forte sensibilità storica, aveva predetto sin dalla fine degli anni Novanta la crisi a cui avrebbe prima o poi irrimediabilmente condotto il capitalismo finanziario aggressivo. Rileggersi oggi Alba bugiarda. Il mito del capitalismo globale e il suo fallimento (Ponte alle Grazie, 1998) è, da questo punto di vista, a dir poco illuminante. In tempi in cui tutti parlavano di “impero” americano e di “fine della storia”, Gray scriveva: «Un libero mercato globale non ha vincitori, a lungo andare. Non è già più funzionale di qualsiasi altro, per gli interessi dell’economia americana. Anzi, nel caso di un vasto spostamento di mercati mondiali, l’economia americana sarebbe più esposta rispetto ad altre».