FRANCESCO MERLO, la Repubblica 8/9/2011, 8 settembre 2011
SE IL ROSARIO DI VASCO FA ARROSSIRE I BENPENSANTI
Come i parassiti che si installano sulla criniera di un cavallo di razza, i rancorosi d´Italia si sono annidati sulle ferite di Vasco Rossi. E adesso c´è pure l´oncologo saputo che boccia scientificamente la sua terapia vacanziera – «io me andrei ai Caraibi» – contro il cancro eventuale. E c´è il sottosegretario Giovanardi che gli rimprovera la marijuana mentre sniffa bigottismo e spaccia demagogia politica.
C´è pure il capo di un fantomatico "Dipartimento politiche antidroga", che, come fosse il Paul Nizan di Aden Arabie, gli ha indirizzato una lunghissima lettera aperta sui giovani.
Dall´altra parte anche il geniale Mogol è scivolato, per simpatia, nella solita difesa retorica del ruolo della pop star. E mentre a Venezia trionfa un film sulla vita di Vasco, c´è un candido mondo italiano, forse il più sincero e il più a rischio, che si è ammalato di vascorossite, che è la vita vissuta come un concerto, è il mal di ossa di uno stanco sessantenne karaokizzato a maledettismo, è il bollettino medico recitato come un rosario.
Tutto è cominciato all´inizio dell´estate, quando Vasco Rossi invece di cantare il malessere degli uomini fragili si è messo a spiegarlo, sulla sua pagina di Facebook innanzitutto, come fosse l´Heidegger dei "Sentieri interrotti" o il Magris di "Lontano da dove". E ha trattato la propria depressione e la propria ipocondria come qualità artistiche.
Pensate: l´artrosi creativa è un concetto che neppure Hegel era arrivato a immaginare come incarnazione dello spirito del tempo. E invece Vasco ha esibito i suoi ricoveri e i suoi check up all´ospedale come se avesse rivissuto la stagione all´inferno. E i tranquillanti e le pillole, e i bronco dilatori e le farmacie sono diventate diavolerie d´artista, come la foglia di cannabis che una volta mostrava nei concerti.
Povero Vasco. A 60 anni capita di star male. Ma un Rimbaud che si rivolge alla Asl è una novità anche per Zocca. E sicuramente Simon & Garfunkel esageravano quando cantavano «I am a rock / I am an island / and a rock feels no pain / and an island never cries / io sono una roccia / io sono un´isola / e una roccia non sente dolore / e un´isola non piange mai». Ma forse un po´ di ragione ce l´avevano pure, altrimenti c´è Renato Carosone con «le palline e glicerofosfato bromotelevisionato grammi zero zero tre. A Vasco, pigliate ‘na pastiglia, siente a mme! «.
E però da quel momento l´Italia ottusa del «lei non sa chi sono io» o meglio del «lei non sa che competenze ho io» lo tormenta e approfitta dell´usura della sua vita spericolata come i marinai di Baudelaire tormentavano l´albatro che, trascinato in basso al loro livello, diventava goffo perché le sue ali di gigante gli impedivano di camminare.
È così anche per Vasco il cui talento diventa un impaccio quando scende a livello della solita Italia che non discute ma abbaia, dei talk show dedicati alla vita e alla morte. Da questa estate Vasco è infatti un pretesto di intrattenimento sui temi disperati del nostro tempo che in Italia sono materia incandescente. Il coma irreversibile, la malattia come sepolcro, la libertà di scegliere il modo di (non) curarsi, i danni e i benefici delle droghe, e ancora vivere e disvivere, l´alcool e le sigarette, sono tutti problemi forti che mai vengono affrontati con la delicatezza che sarebbe necessaria, sapendo che nessuno ha l´ultima parola, neppure Vasco.
E non gli perdonano l´uso di Facebook perché non perdonano a Facebook di esistere. Facebook è il teatro della sfrontatezza e del narcisismo di quel mondo che appunto Vasco interpreta, anche se ovviamente non lo spiega. È lo strumento di comunicazione dei giovani speciali aperti a tutti gli azzardi. È il diario degli ingenui di tutte le età che lì, su quelle pagine, mettono a nudo quel che hanno di più importante, alcuni l´intelligenza e altri il cuore, altri ancora le proprie debolezze, come ha fatto appunto Vasco. E l´ingenuità è un po´ la cifra antropologica di questa generazione, di questi ragazzi che, come il vecchio Vasco, non sono mai furbi. Vasco è come loro, senza pelo sullo stomaco nonostante i sessanta anni e la vita spericolata.
Di lui è affascinante la voce roca. Ed è bella la sua bruttezza. Sono armoniche le sue disarmonie vocali. Anche la pataccheria di cui si adorna è un rigorosa mancanza di gusto che lo rende poeta, un nostro piccolo Bukowski. Ma il vascorossismo parlato, ci perdoni, sta facendo di lui una specie di Vespa del rock. Se non ci fossero i parassiti che lo sfruttano non ne ce ne occuperemmo neppure.
E invece parliamo del cancro. All´oncologo Tirelli che gli si è clinicamente contrapposto, ovviamente non ha nulla di scientifico da dire. Ma il cancro è un nodo grosso per tutti. È un po´ come la mafia per i siciliani, è lì, la minaccia come arredo della mente, non c´è famiglia che non ne sia stata colpita… Ciascuno ha dunque il diritto di reagire come gli pare. Avevo un amico, professore universitario, che non potendosi permettere i Caraibi, si chiuse nella sua casa di campagna con una donna più giovane, già sua studentessa, la quale inutilmente lo aveva corteggiato prima della malattia. Ognuno si sceglie la cura da sé e so di medici - molti - che la pensano come Vasco.
Contro Giovanardi ha gioco più facile, non perché abbia ragione sulle droghe. L´argomento è aperto ed è dibattuto in tutto il mondo. Sartre si pentì di avere scritto le sue opere sotto l´effetto di allucinogeni: pensava che gli avessero allungato la vista e accorciato la vita. In Inghilterra gli antiproibizionisti più accesi sono diventati proibizionisti e viceversa… Ma Giovanardi è un monumento di bigottismo e di speculazione politica, è quello che ha insultato il cadavere di Cucchi, quello che appena sente la parola gay mette mano alla pistola caricata a scempiaggini pesanti, è il cattolico feroce che smentisce ogni giorno Gesù… Vasco Rossi lo batte anche senza cantare, anche senza uno di quei concerti dove è lecito insanire, dove ancora i ragazzi italiani "walk on the wild side" camminano sul "lato selvaggio della strada", come dice Lou Reed. Speriamo di rivedere Vasco Rossi presto in un concerto, speriamo che abbandoni questo sfibrato e un po´ ridicolo rock parlato, un rock alla Calimero, pulcino canuto che si crede nero.