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 2011  settembre 08 Giovedì calendario

ASOR ROSA STRONCA I «GIOVANI TITANI»

Dopo tanti consensi, anche molto autorevoli, il primo volume dell’Atlante della letteratura italiana (Einaudi), a cura di Sergio Luzzatto e Gabriele Pedullà, riceve una stroncatura sonora. E non firmata da un critico qualunque, ma da Alberto Asor Rosa, il quale consegna il suo articolo (che per lunghezza e argomentazioni dovrebbe meglio definirsi un saggio) a un semestrale accademico di cui è direttore, il «Bollettino di italianistica» (pubblicato in coedizione da Carocci e dalla Sapienza di Roma). Firma autorevole in sede autorevole, proprio nell’imminenza dell’uscita del secondo volume (prevista per metà mese), che tratterà il periodo dalla Controriforma al Romanticismo, mentre il terzo ci porterà dal Risorgimento ai nostri giorni.
Salutato come una novità nel panorama degli studi storico-critici, l’Atlante affronta la letteratura italiana secondo una prospettiva finora pochissimo praticata: focalizzandone cioè gli aspetti spazio-temporali, rivalutandone le coordinate geografiche, incrociando gli eventi (anche minimi, compresi quelli aneddotici) della storia letteraria con i luoghi e mettendo in campo una gran mole di saggi accompagnata da un enorme materiale grafico: mappe, diagrammi, cartine, tabelle che visualizzano temi, generi, scuole, categorie, movimenti e fenomeni nella loro distribuzione sul territorio. I precursori di questo approccio sono noti. Da una parte il grande Carlo Dionisotti, che volle superare la lettura unitaria di De Sanctis, valorizzando il policentrismo italiano, la frammentazione regionale linguistica e culturale dell’Italia pre-risorgimentale, particolarmente in un celebre saggio (edito nel ’51) che già nel titolo anteponeva il termine «geografia» a quello di «storia». Dall’altra parte, ci sono gli studi più recenti di Franco Moretti sulle mappe letterarie interne ai testi: studi critici messi a frutto per esempio in un volume dal titolo già in sé significativo, Atlante del romanzo europeo 1880-1900 (anche questo Einaudi), che si concentrava sui luoghi frequentati dai protagonisti di Balzac, Zola, Dickens...
Ma l’Atlante di Luzzatto e Pedullà si spinge oltre, poiché non si limita a singoli accertamenti su autori, su gruppi di opere o su brevi segmenti temporali, ma ambisce a rileggere in questa ottica, e con ampie cartografie, una intera storia letteraria già ampiamente codificata. Tutto ciò è stato riconosciuto in recensioni lusinghiere, come quelle di Giulio Ferroni, Salvatore Settis, Andrea Cortellessa, Stefano Bartezzaghi, Walter Meliga, anche quando, qua e là, venivano opposte obiezioni su punti specifici (non tutti, per esempio, concordano sulla centralità di Padova come prima capitale della nostra letteratura). Lo stesso Franco Moretti da Stanford, dove insegna, non nasconde il suo apprezzamento per il coraggio dell’impresa: «A me l’Atlante piace. In genere non sono d’accordo al cento per cento neanche con me stesso, figuriamoci con Pedullà e Luzzatto. Ma non vedo l’ora di parlarne in pubblico, in Italia, ad opera finita, perché, in una disciplina ormai moribonda come è la storia letteraria, correre dei rischi battendo strade nuove è l’unica cosa che si possa fare».
La stroncatura di Asor Rosa non ammette neanche i buoni propositi dell’impresa. Anzi ritiene del tutto inadeguate le intenzioni innovative rispetto ai risultati: «Che "senso" può avere un’innovazione iconoclastica che non ne abbia alcuno?». E usa volentieri la figura retorica dell’ironia: «Non è semplice per gente semplice intervenire» sui «massimi sistemi» che vengono chiamati in causa dai curatori; né è facile «per uno studioso vecchio stampo come me, addentrarsi nell’analisi e nella valutazione di tale novissima posizione». Quale posizione? L’esigenza conclamata di «superare», all’alba del Duemila, «la dialettica hegeliana e crocio-desanctis-gramsciana». Una questione che Asor Rosa ritiene invece, al netto dell’ironia, ampiamente datata dopo aver visto passare sotto i ponti della critica la diffusione delle scienze sociali, le nuove storiografie di stampo francese, lo strutturalismo, la linguistica, gli approcci psicoanalitici eccetera. Per una evidente svista, viene attribuita poi a Luzzatto e Pedullà una matrice benjaminiana, quando invece i curatori citano in chiave polemica il «feticismo del frammento» di Benjamin che «contraddistingue tanta parte della cultura di oggi».
Asor Rosa non usa mezzi termini nell’attribuire a un «raptus di titanismo intellettuale» certi toni della sezione introduttiva, concludendo che «il nuovo metodo consiste nel non averne alcuno, il non averne alcuno viene proclamato con grandi clamori e scoppi di mortaretti come il nuovo metodo». Anche il riferimento a Dionisotti non convince l’autore di Scrittori e popolo: l’idea sacrosanta del policentrismo italiano verrebbe semplificata e la letteratura finirebbe per diventare, nell’Atlante, una sorta di «protesi» innestata a forza in uno schema precostituito di «storia» e «geografia». Mentre si approfondiscono temi di «contesto», il sistema letterario, la testualità, gli argomenti stilistici, la tradizione resterebbero in secondo piano rispetto a tesi aprioristiche prive di un «criterio ordinatore». La «debolezza della visione d’insieme» produrrebbe, secondo Asor Rosa, parecchie «bizzarrie», tra cui il già citato primato originario di Padova su Palermo, la messa in ombra della letteratura dell’Italia mediana (tra cui San Francesco e Jacopone), la sottovalutazione («prodigiosa») dei fenomeni letterari a sud di Napoli, la superficialità sulle grandi opere della tradizione e numerose altre lacune ed errori di prospettiva nella definizione degli hubs (termine mutuato dall’informatica) e cioè delle città-fulcro nelle diverse epoche (tra cui mancherebbe, per esempio, Ferrara).
Non è finita. Dalla disamina di Asor Rosa non si salva nemmeno il gigantesco materiale cartografico, che qua e là «fa (addirittura!) ridere», al punto da risultare superfluo. Dal «caos originario» si salvano invece, per fortuna, alcuni saggi. A un certo punto, parlando del contributo cruciale di Dionisotti, Asor Rosa accenna ancora all’Einaudi, già citata ampiamente come la casa editrice rivoluzionaria della Storia d’Italia: «Che si tratti di un affare di famiglia?», si chiede. A proposito della «famiglia» einaudiana, non viene ricordata se non marginalmente in nota (per pudore o per conflitto di interessi?) l’ultima grande opera prodotta dallo Struzzo in ambito letterario: si tratta della monumentale e benemerita Letteratura italiana in 17 volumi (compresi indici e dizionari), avviata nel 1982 e conclusa nel 2000 sotto la direzione dello stesso Asor Rosa. Ma qui, in conclusione, non si può non citare questo macroscopico precedente. Luzzatto e Pedullà sono oggi giovani consulenti di via Biancamano, come un tempo lo fu Asor Rosa: non è escluso che il passaggio generazionale, in Casa Einaudi, abbia prodotto, come in tutte le buone «famiglie», oltre che un cambio di prospettive mal sopportato dai padri e dai nonni, anche qualche risentimento per l’imprudenza sfrontata e l’ingratitudine dei figli.
Paolo Di Stefano