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 2011  settembre 08 Giovedì calendario

CAROL BARTZ, CADE LA REGINA DI YAHOO! L’EX GIOIELLO DEL WEB TENTA LA SVOLTA —

Licenziata con una telefonata dal presidente della società. Carol Bartz era criticata da molti per non essere riuscita a risollevare le sorti di Yahoo!, in difficoltà da ben prima della sua nomina ad amministratore delegato, due anni e mezzo fa. Ma il board di quella che fu un’impresa leader dell’economia digitale con un promettente motore di ricerca e una buona capacità di produrre servizi informatici e raccogliere pubblicità «online», ha deciso di sbarazzarsi di lei all’improvviso, pur avendole confermato la sua fiducia appena 75 giorni fa.
Cosa sia cambiato per imporre una svolta così drammatica non è ancora chiaro: qualcuno parla di cessione della società, ma non sembrano esserci compratori in vista. Anche se tempo fa si era fatto avanti Peter Chernin, l’ex amministratore delegato di News Corp, la holding di Murdoch, che bora opera con una sua società indipendente. Allora il fondatore del gruppo Jerry Yang gli aveva detto che una cessione non era per il momento nei programmi, ma l’aveva sollecitato a ritentare a fine anno.
Altri pensano a un possibile smembramento, con la cessione di alcuni «asset»: soprattutto il 40% della cinese Alibaba e il 35 per cento Yahoo! Japan. Operazioni che sarebbero più facili una volta uscita di scena la Bartz che non aveva buoni rapporti coi due partner asiatici. Di certo per ora il gruppo non ha nominato un successore della Bartz (le sue funzioni sono state temporaneamente affidate al direttore finanziario Tim Morse) né ha dato incarichi a società di consulenza per la ricerca di un nuovo amministratore
La Bartz, che ha confessato essa stessa il licenziamento in tronco in un’amareggiata mail inviata ai dipendenti del gruppo, non si atteggia di certo a vittima di chissà quale oscura trama: da quando è arrivata, Yahoo! non solo non è riuscita a recuperare terreno su Google che l’aveva già da tempo sopravanzata nel campo dei motori di ricerca, ma si è fatta sottrarre quote di traffico anche da Facebook, senza riuscire a entra nel campo delle reti sociali, come ha, invece, fatto la società di Mountain View, con Google+. E’ rimasta celebre un’intervista di un anno e mezzo fa nella quale, al giornalista della CNBC che le chiedeva se non si sentisse minacciata da Facebook, la Bartz rispose liquidando il più grande social network del mondo come un’impresa irrilevante, della quale non si capivano bene le fondi di reddito.
Investitori e consiglieri erano da tempo sul sentiero di guerra anche perché il valore del titolo Yahoo! è rimasto sostanzialmente invariato durante la gestione Bartz mentre nello stesso periodo l’indice delle aziende tecnologiche del Nasdaq ha guadagnato il 60 per cento. Ieri il mercato ha «festeggiato» l’uscita di scena facendo salire del 5,5 per cento il titolo della società californiana.
Ma, al di là degli indubbi errori del manager 62enne che in passato aveva guidato Autodesk e Sun Microsystems, la sensazione è quella di una società che continua a dibattersi in difficoltà e contraddizioni irrisolte da quando nel 2008 rifiutò - anche per il duro atteggiamento assunto di Jerry Yang, l’offerta di acquisizione da parte di Microsoft, pronta a sborsare 44,6 miliardi di dollari.
Svanito quell’affare, la Bartz, dopo il suo arrivo al vertice della società, ha negoziato con Microsoft un accordo commerciale che, però, non ha mai prodotti i vantaggi economici attesi.
Così Yahoo! è rimasta a galleggiare in un limbo di malessere, senza riuscire a individuare una nuova missione capace di rinverdire i successi di qualche anno fa. Un destino che sembra essere comune ad altre società della Silicon Valley che, ammirate fino a poco tempo fa come società modello dell’economia digitale, ora faticano a trovare la strada della rinascita, dopo essere state sopravanzate da concorrenti più giovani e agguerriti. Nella Valle dei successi abbaglianti e dei tonfi repentini adesso a rischiare sono soprattutto il tedesco Leo Apoteker, capo di una Hewlett Packard ridotta a nave senza timone dai tempi delle dimissioni forzate (per uno scandalo) di Mark Hurd e i due capi di RIM (il produttore dei Blackberry), Jim Balsillie e Mike Lazaridis. Ma molti analisti considerano ormai in pericolo anche il capo «storico» di Cisco Systems, John Chambers e perfino Steve Ballmer di Microsoft.
Massimo Gaggi