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 2011  settembre 03 Sabato calendario

MARRAZZO, COSTRETTO A PARLARE D’AFRICA IN TV PER EVITARE TRANS E POLITICA

Mi sento autorizzato a scrivere queste note dopo aver letto l’intervista che Piero Marrazzo ha rilasciato a Concita De Gregorio (quella in cui l’ex governatore del Lazio dice che «una prostituta è molto rassicurante. È una presenza accogliente che non giudica. I transessuali sono donne all’ennesima potenza, esercitano una capacità di accudimento straordinaria. Mi sono avvicinato per questo a loro. È, tra i rapporti mercenari, la relazione più riposante») e, ovviamente, dopo aver visto Somalia. Un leone senza denti, il documentario con cui Marrazzo è tornato alla sua seconda vita giornalistica (Raitre, giovedì, ore 23.40).
Sorretto da una lunga intervista a Mohamed Sheikh Hassan, primo ambasciatore somalo in Italia, il reportage pesca nel repertorio Rai e si snoda con un commento tra lo scolastico e il retorico. Niente di che, di documentari così se ne vedono tanti. Si capisce però come Marrazzo sia costretto a parlare d’altro (dell’Africa, della Somalia, di tribù lontane) perché se si occupasse di cose italiane, la sua credibilità sarebbe messa a dura prova. Non che uno non abbia diritto a sbagliare e, soprattutto, a redimersi, ma se l’ex governatore entrasse in questioni italiane sarebbe sommerso, a torto o a ragione, da un mare di censure.
Il problema di fondo non riguarda certo i trans (ognuno di noi sa quanto è fragile la natura umana: non solo non avanza d’un passo verso la salvezza, ma cammina storicamente al suo abbandono), ma un altro tipo di scelta. Sono convinto che un giornalista, specie se lavora nel Servizio pubblico e diventa noto per la conduzione di un programma, una volta che sceglie di entrare in politica non può poi ritornare a fare il suo lavoro in Rai, come se niente fosse. Così è per i magistrati. Queste mi sembrano regole elementari di policy sociale, prima ancora che democratica.
Comunque, se Marrazzo non si fosse esposto a quell’intervista, avrei steso un velo sul suo ritorno.