Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  settembre 07 Mercoledì calendario

NEMMENO L’ARTE SI SALVA A GIBELLINA - H

anno diritto almeno a un po’ di rispetto, i morti di Gibellina.
Lo Stato arrivò per i primi soccorsi con ritardi enormi, i primi soldi dopo tante chiacchiere furono distribuiti dopo sette anni, la legge speciale che riconobbe ai siciliani gli aiuti dati a irpini e friulani dopo addirittura diciannove. E la stessa commissione d’inchiesta riconobbe che lì non si era «manifestata la forza d’uno Stato moderno capace di far sentire l’operante solidarietà della nazione nell’approvvigionamento di adeguate risorse finanziarie» ma si era visto solo «un concentrato di inefficienza, incapacità, cinica indifferenza».
Quarantatré anni dopo, il Grande Cretto di Alberto Burri che coprì le macerie del paese annientato dal terremoto nella notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968, è in condizioni sempre più disastrose. Non è un’opera d’arte secondaria, quel gigantesco sudario di cemento di circa 300 metri per 400 adagiato a partire dal 1985 su quello che era stato il cuore storico di Gibellina, l’«occhio del monte» (questo significa, in arabo, il toponimo, umiliato dalla rifondazione del paese a 20 chilometri di distanza, in una piana paludosa appartenuta ai cugini Nino e Ignazio Salvo) distrutto. È il più grande esempio europeo di Land Art.
Quando decisero di costruirlo per farne la tomba del paese stesso («Non c’era niente da conservare», spiegò il sindaco Ludovico Corrao, «solo i valori nostri della solidarietà, della famiglia, del lavoro, il resto era miseria, isolamento e oppressione») avevano immaginato che potesse diventare meta di pellegrinaggi di quanti volessero rendere omaggio ai morti e all’artista che aveva voluto costruire quel mausoleo di cemento che riprendeva nelle fenditure che lo solcavano lo schema delle antiche vie del borgo. Ci fecero accanto anche un teatro, dove Marco Paolini ambientò la sua struggente ricostruzione della tragedia di Ustica.
Quel teatro adesso è coperto di erbacce. E di erbacce è coperto il grande mantello di cemento ondulato e sono coperte le feritoie che lo solcano. Qua e là, dove non c’erano le macerie delle case e delle chiese e dei palazzetti a sostenere il cemento ma solo una struttura armata, il manto è sprofondato. Qua e là, è spuntato un albero. In cima alla collina, sullo sfondo, pale eoliche a perdita d’occhio. Ovunque desolazione, desolazione, desolazione.
Sono anni che promettono di restaurare quell’opera straordinaria che ti pugnala al cuore. Anni. Nel gennaio 2008, quattro decenni dopo il sisma, lo stesso Corriere scrisse che tutto era pronto: «partirà la prossima estate, diventando di fatto "il più grande restauro di arte contemporanea finora mai realizzato in Italia"». Alla fine del 2009 l’assessore regionale alla cultura Vito Leanza dichiarava trionfante: «È una promessa mantenuta». L’anno successivo il ministero assicurava: «Salvo il cretto di Burri a Gibellina: dal lotto arriva un milione di euro». E il Cretto è ancora lì, infestato dalle erbacce. E dall’ipocrisia.
Gian Antonio Stella