Giovanni Bianconi, Corriere della Sera 07/09/2011, 7 settembre 2011
LA LETTERA GARBATA DEL BOSS PER MINACCIARE IL SINDACO —
All’apparenza è una lettera garbata, dai toni fin troppo ossequiosi: «Sono qui con la presente per esprimere tutto il mio rammarico e disappunto…», «data la stima che io e la mia famiglia abbiamo sempre manifestato nei suoi confronti...», «le scrivo in modi ed enfasi del tutto confidenziale...», fino alla conclusione: «I miei più rispettosi e cordiali saluti». Il problema sono la firma — Rocco Pesce, uno dei capi della cosca di ’ndrangheta che controlla Rosarno — e il destinatario, il sindaco della cittadina Elisabetta Tripodi, eletta nemmeno un anno fa dopo un lungo commissariamento prefettizio dovuto al «condizionamento mafioso» esercitato sulla politica locale proprio dal clan Pesce. E sono altre frasi, considerate allusive al punto di trasformarsi, secondo gli inquirenti, in intimidazioni, minacce, vero e proprio ricatto. Perciò, anche se il mittente è detenuto da vent’anni e sta scontando l’ergastolo, l’altro ieri i carabinieri gli hanno notificato l’avviso di una nuova indagine e un nuovo ordine d’arresto per il reato di «minaccia aggravata a un Corpo dello Stato». Perché la lettera di Pesce, accusano i magistrati, rappresenta un avvertimento «idoneo a incutere timore e preoccupazione, finalizzato a impedire o comunque turbare l’attività politico-amministrativa della Giunta comunale di Rosarno».
Iniziativa inedita e dirompente, decisa dalla Direzione distrettuale antimafia guidata dal procuratore Giuseppe Pignatone e avallata dal giudice dell’indagine preliminare Domenico Santoro, che fa capire come in Calabria il livello di attenzione da parte di magistratura e investigatori non voglia rischiare alcun tipo di sottovalutazione.
Ultimamente i Pesce hanno subito duri colpi sul piano giudiziario: arresti, sequestri di beni, un burrascoso «pentimento» in famiglia dai contorni inquietanti, sfociati in un processo nel quale la nuova Giunta del sindaco Tripodi s’è costituta parte civile. Perché, com’è scritto nell’atto presentato al giudice, «il Comune di Rosarno ha subito e subisce un grave danno dalla presenza sul suo territorio dell’associazione mafiosa denominata cosca Pesce». E Rocco — fratello del capocosca Antonino, pure lui in carcere, e zio di Francesco, ultimo «reggente» catturato un mese fa — non l’ha presa bene. L’ha vissuto come un affronto e nella lettera raccomandata inviata il 20 agosto dalla prigione milanese di Opera, dov’è rinchiuso, si lamenta col sindaco: «Da parte nostra non vi è stata alcuna azione penalizzante a danno delle Istituzioni, dei commercianti o degli abitanti nel Comune da lei rappresentato... Ritengo di non aver recato alcun disturbo e tantomeno inquinato l’aria... Sono in galera innocentemente».
Qualche mese fa il palazzo in cui viveva la madre di Rocco, ottantaquattrenne signora anch’essa imputata nel processo, è stato sgomberato perché abusivo, e il figlio fa notare che la metà delle case di Rosarno sono abusive. Parla di «persecuzione a noi riservata», attribuisce al sindaco Tripodi «giudizi affrettati» dovuti alla «giovane età», si duole che l’amministrazione comunale abbia «tra le sue priorità il benessere dei extracomunitari clandestini anziché i problemi dei miei familiari, e comunque dei cittadini di Rosarno». Per poi affermare: «Io e la mia famiglia eravamo soliti godere della reciproca compagnia con i suoi (del sindaco, ndr) più stretti familiari, in occasione dei consueti aperitivi in corso Garibaldi, dove a memoria ricordo piacevoli e cordiali scambi costruttivi di opinioni».
Il sindaco nega qualsiasi relazione tra le due famiglie, ma al di là di questo particolare le espressioni di Rocco Pesce vengono bollate come vera e propria sfida. Tanto più che, dopo aver ribadito «la stima che io e la mia famiglia abbiamo sempre manifestato nei suoi confronti, soprattutto il giorno delle elezioni amministrative dove lei è stata eletta», aggiunge: «Mi viene in mente un detto, senza alcuna allusione, che ogni persona ha i propri scheletri nell’armadio, e converrà con me che l’estremo perbenismo è solo ipocrisia... Lei è una persona molto intelligente per poter cadere in simili bassezze»; cioè proseguire con la «persecuzione» nei confronti dei Pesce.
Per gli inquirenti si tratta di «un esplicito avvertimento e/o richiamo al sindaco e alla giunta a non ricadere nello stesso "errore"», completo di ammonizione: «La famiglia Pesce non è più disposta a tollerare azioni ritenute dannose e ingiuste». E il riferimento agli «scheletri nell’armadio», nota il giudice, «rappresenta un classico modus operandi delle consorterie mafiose, che quando non operano in maniera decisamente più violenta affidano i progetti di attacco all’avversario alla sua delegittimazione», personale e politica.
Come nella Sicilia descritta da Leonardo Sciascia ne Il giorno della civetta il boss Mariano Arena si rivolgeva al capitano Bellodi mescolando deferenza e minacce, mezzo secolo dopo la stessa scena si realizza in Calabria — stavolta senza finzioni, secondo l’accusa — tra un capomafia detenuto e il sindaco che, in nome e per conto dei cittadini, pretende di essere risarcito dei danni subiti dall’attività della ’ndrangheta; commettendo, agli occhi del clan, un gesto di indebita e inammissibile ribellione. Tre mesi fa a Monasterace, nella Locride, è stata incendiata la farmacia del sindaco; a Rosarno — sostengono i magistrati — l’intimidazione è arrivata attraverso una lettera firmata con nome e cognome, insinuante e forse perfino più insidiosa. L’interessato dirà forse di aver espresso delle legittime critiche, ma intanto il comitato provinciale per l’ordine pubblico ha messo Elisabetta Tripodi sotto protezione. E per Rocco Pesce è stato proposto il «carcere duro» con le restrizioni del «41 bis».
Giovanni Bianconi