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 2011  settembre 07 Mercoledì calendario

LA SCOLARETTA CINESE DI SEI ANNI PRIGIONIERA DEL REGIME DI PECHINO —

Avevano cominciato col portarle via il padre. Adesso è toccato ai giocattoli, ai libri, alla scuola. Chen Kesi ha 6 anni e ne ha passati molti senza vedere il papà, cieco, avvocato autodidatta, emerso nel settembre 2010 da 51 mesi di detenzione. Chen Guangcheng da allora vive agli arresti domiciliari insieme con la moglie Yuan Weijing e la figlia a Linyi, nello Shandong, sperimentando una forma di controllo che lo stesso Chen ha definito «una prigione più grande dopo essere uscito da una prigione più piccola». La condizione cui sono sottoposti il padre e la madre comincia a ritorcersi contro Kesi. È cominciata la scuola ed è cominciata senza di lei.
La notizia è filtrata attraverso persone in contatto con la famiglia. He Peirong, a sua volta attivista, ha raccontato all’Associated Press che «funzionari locali mi hanno detto che la piccola ha i requisiti e che ci avrebbero fatto sapere entro il 1° settembre se sarebbe andata a scuola». Ma le lezioni sono cominciate, e «dunque è ovvio che non può frequentarle». Un resoconto analogo è uscito a Hong Kong sul quotidiano Apple Daily. «L’educazione di Chen Kesi è adesso la cosa più importante per i suoi genitori, che sono preoccupatissimi», ha aggiunto He, che ha poi riferito dei libri e dei giochi sottratti alla bimba.
La figlia di Chen potrebbe essere considerata una giovanissima prigioniera di coscienza. Il suo destino ha dei precedenti. Geng Ge, scappata quindicenne negli Usa con la madre Geng He e il fratellino due anni fa, è la figlia di un altro avvocato perseguitato, Gao Zhisheng: le era stato impedito di frequentare la scuola e per questo aveva tentato il suicidio. Nel 2010 l’intellettuale uiguro Ilham Tohti è stato avvertito che la figlia non avrebbe potuto frequentare la scuola americana scelta per apprendere l’inglese. «Sì, è accaduto in passato che ai figli di dissidenti o attivisti fosse negata la scuola. Tuttavia accade di rado. Si tratta di una forma di pressione aggiuntiva», spiega al Corriere Nicolas Bequelin, ricercatore di Human Rights Watch. Il giurista Jerome A. Cohen, interpellato sempre dall’Associated Press, ha commentato che la vicenda «non ha nulla a che vedere con la legge, se non per il fatto che viola i diritti all’educazione sanciti dalla Costituzione cinese». E se il fratellino di Kesi può frequentare la quinta elementare è perché da anni vive con la nonna in un’altra località.
Chen è entrato in rotta di collisione con le autorità locali quando ha cominciato a contrastare aborti e sterilizzazioni forzate decise dai funzionari responsabili della pianificazione familiare, pratiche in teoria non ammesse ma diffuse là dove il controllo centrale si allenta. Ulteriori capi d’accusa, per Chen, aver ostacolato il traffico e assaltato uffici governativi. In febbraio lui e la moglie, pare con la complicità di un quadro dell’amministrazione locale, sono riusciti a lasciar circolare un video in cui raccontavano la loro detenzione non formalizzata: niente telefono né Internet, porta chiusa dall’esterno la notte e decine di persone a darsi il cambio per controllarli attraverso le finestre in aggiunta alle telecamere, né visite né medici né medicine.
In più occasioni i giornalisti che hanno cercato di raggiungere la loro abitazione sono stati circondati, minacciati e allontanati da gruppi di sgherri, e persino una delegazione di diplomatici occidentali era stata respinta. La piccola Chen Kesi tutto ciò sarebbe autorizzata a non saperlo, ma ci sono cose che si imparano anche senza andare a scuola.
Marco Del Corona