Guido Olimpio, Corriere della Sera 07/09/2011, 7 settembre 2011
I TUAREG, FIGLI DEL DESERTO, ULTIME SENTINELLE DEL RAIS — I
tuareg sono stati con Gheddafi dall’inizio alla fine. Un legame storico rinsaldato nel tempo da finanziamenti, aiuti e intrighi che hanno portato la Libia ad usare e ospitare molti «figli del deserto».
Le ultime informazioni indicano che nuclei di tuareg avrebbero fatto da scorta alla famiglia della Guida fuggita in Algeria e altri erano le vedette attorno ai misteriosi convogli diretti in Niger. I fieri guerrieri non hanno molta scelta: se restano saranno puniti dagli oppositori, meglio allora tornare nel proprio santuario, un territorio immenso compreso tra Libia, Algeria, Niger, Mali e Burkina Faso. È lì che li ha arruolati, molto tempo fa, il Colonnello.
Siamo negli anni 80, la Libia vuole esercitare un ruolo di influenza nell’area sub-Sahariana e ricorre alla Legione islamica. Ne fanno parte anche i tuareg. Conoscono bene le piste del deserto come le vie del contrabbando. E sanno combattere. Quando l’epoca della Legione si chiude con il disastro del Ciad, Gheddafi continua a mantenere alcuni gruppi di tuareg sul suo libro paga per alimentare la ribellione nel nord del Niger. Tripoli gioca con la pace e con la guerra. Istiga le incursioni e poi conduce mediazioni.
I servizi libici, inserendosi tra le inevitabili divisioni, non faticano a fare breccia nel movimento tuareg. E qualcuno accetta l’offerta del Colonnello. Tra questi Ibrahim ag Bahanga, uno dei capi più estremisti e Rhissa ag Boula. Molti tuareg si stabiliscono in Libia con le famiglie. Hanno uno stipendio mensile di circa 1300 dollari più l’assistenza medica e la scuola per i figli. In cambio devono entrare nell’esercito. Prima agiscono in modo indipendente e — come ha raccontato un reduce alla rivista The Atlantic — sotto la bandiera della Brigata Awbari, poi sono associati alle unità dei figli di Gheddafi. Nei giorni successivi alla rivolta, il regime cerca altre reclute. Emissari libici aprono in un alberghetto di Bamako (Mali) un ufficio di arruolamento. Una volta assoldati, i miliziani proseguono verso Nord, verso Sebha e Sirte. Sono state avanzate diverse stime sulla loro consistenza: il primo gruppo era composto da almeno 800 uomini. Poi sono arrivati altri lungo il corridoio algerino. Fonti dell’opposizione raccontano che durante l’assedio di Misurata uno dei reparti era guidato proprio da Bahanga. Forse per questo «ragazzo terribile» è stata una delle sue ultime battaglie. Dopo la caduta di Tripoli il capo tuareg ha ripreso la via di casa. Ma non vi è mai arrivato. Alla fine di agosto è morto in uno strano incidente stradale. Una versione che appare poco credibile. Molti credono che lo abbiano fatto fuori. Tante le ipotesi. Un’azione condotta dalle forze speciali alleate oppure un regolamento di conti. Bahanga era entrato in possesso di molte armi e probabilmente voleva venderle sul mercato nero. Poteva offrire di tutto. Si era impadronito del materiale nei depositi libici e, sembra, avesse intercettato dei carichi paracadutati dai francesi in favore degli insorti. Altri ritengono che il capo tuareg avesse in mente di rilanciare il suo movimento in Niger. Lo hanno fermato prima. Più fortunato, invece, Boula, avvistato in Niger al seguito di una carovana lealista.
Il giallo di Bahanga fa tracciare agli osservatori nuovi scenari. Gli irriducibili di Gheddafi, grazie al denaro, «comprano» gruppi di tuareg ai quali affidano raid contro i nuovi dirigenti libici. Certo, le distanze sono enormi ma questo non spaventa i guerrieri del deserto. I confini, per loro, sono qualcosa di astratto. Linee tracciate nella sabbia. Che il vento come la guerra possono cancellare in fretta.
Guido Olimpio