Varie, 7 settembre 2011
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Louboutin Christian
• Parigi (Francia) 7 gennaio 1964. Stilista • « Il divino Louboutin è così umano che più umano non si può. Nostro signore dello stiletto ha tratti popolari, modi spontanei e piacevolissima conversazione. Per dirla in gergo: non se la tira. E dire che potrebbe. Non esiste quasi celebrità che non ambisca a un paio di souliers Christian Louboutin (prezzo medio 700 euro). E più di una Cenerentola oggi, invece del principe azzurro, sogna la suola rossa di un paio di escarpins disegnate dal divino scarparo, l’unico ad aver affiancato (nel 2002) il suo nome a quello di Saint-Laurent disegnando un sandalo per la maison. Nel 2007 la Fondation Cartier ha ospitato le fotografie di David Lynch per alcuni pezzi unici di Louboutin (Fetish) e [...] il Fashion Institute of Technology di New York gli ha dedicato una retrospettiva. [...] “[...] non ho neanche mai avuto un ufficio marketing. Carla Bruni è venuta nel mio negozio della rue Jean-Jacques Rousseau e ha comprato sei paia di scarpe. Le celebrità sono donne come tutte le altre. L’importante, per me, è il loro desiderio. Trovo osceno mandare quattro paia di scarpe a un’attrice. Io sono felice di fare un regalo, ma a un’amica, a qualcuno che conosco. Avere tutto gratis toglie valore alle cose. E poi, una seduta dallo psicoanalista la paghi, no? [...] Le scarpe trasportano la donna, decidono il suo movimento. L’allure femminile è importante. [...] Ha mai notato che cosa guardano le donne allo specchio dopo essersi messe le scarpe? Guardano il corpo, non i piedi. Da questo sono partito quando ho cominciato a disegnare [...] Una folgorazione. Avevo dieci anni e con mia madre sono andato al Museo di Arti Africane dell’Oceania della Porte Dorée (oggi confluito nel Museo del Quai Branly ndr). All’ingresso mi sono trovato davanti uno di quei cartelli che vietano qualcosa: vi era disegnato il profilo di una scarpa di donna con un tacco sottile e altissimo, sbarrata da una linea rossa. Roba da anni Cinquanta, quando i tacchi metallici rigavano il parquet dei vecchi musei, o quelli in mosaico del museo della Porte Dorée. Ma erano gli anni Settanta, mia madre portava tacchi bassi, le mie sorelle erano sulle zeppe. Quella scarpa fantastica e inesistente colpì la mia fantasia. In quel momento ho capito che gli oggetti non nascevano così, da soli. Capii che tutto era disegnato prima. Poi la notte mi catturò e negli anni Ottanta lavorai per teatri e music-hall. Feci uno stage alle Folies Bergère. Portavo il caffè alle ballerine, cucivo bottoni, riattaccavo piume. Che scuola importante, è stata. Anche di vita. A 18 anni ero da Charles Jourdan. Da lui ho imparato la tecnica. La fantasia l’avevo già [...] Ognuno va per la sua strada. La mia è a tre corsie: sono un uomo, sono un designer e, sulle cose, ho uno sguardo femminile. Questo mi dà un vantaggio. Sono cresciuto con mia madre e tre sorelle, più una acquisita. Da loro ho imparato a capire i pensieri delle donne, conosco i loro desideri e le loro insicurezze [...] Non ho mai seguito mode, mai stato nel gruppo di quelli che, a ogni stagione, tutti insieme, cercano di capire che cosa venderà e cosa no. Lavoro come un gioielliere. E nessun gioiello importante ha mai fatto parte di una stagione autunno-inverno [...] Un giorno, nel 1991, in televisione ho visto Lady Diana. Sedeva accanto al marito in kilt, era totalmente depressa, si annoiava a morte. Aveva le mani posate sulle ginocchia, la testa abbassata. Si guardava i piedi. Ero un fan assoluto di Lady Diana, della sua umanità. Mi sono detto che, se in quel momento sulle sue scarpe ci fosse stato un messaggio, forse avrebbe sorriso. Allora vi ho scritto Amore: souliers per piedi giunti, in atteggiamento regale [...] secondo me esiste un tacco perfetto, ma anche quel tacco, su una donna che non amasse camminarci, diverrebbe imperfetto. Il tacco deve essere a servizio della donna che lo indossa. Deve soddisfare un desiderio» (Laura Putti, “Il Venerdì” 22/5/2009) • Vedi anche Anais Ginori, “la Repubblica” 12/8/2011.