Giorgio Dell’Arti, La Stampa 7/9/2011, 7 settembre 2011
VITA DI CAVOUR - PUNTATA 179 - TENTATIVO DI SUICIDIO
Come mai però Cavour aveva completamente escluso che un congresso potesse tornar utile?
In quel momento Cavour aveva in mano - o credeva di avere in mano - la carta dell’alleanza con la Francia e della guerra all’Austria. E non voleva sprecarla. Mandò Massimo a Londra per vedere di calmare gli inglesi, dato che gli inglesi erano innamorati di Massimo d’Azeglio. Giunse voce però che anche Massimo aveva sposato la linea pacifista, si stava magari candidando alla successione... Nello stesso tempo gli inglesi facevano capire a Cavour: molla la Francia, mettiti con noi e vedrai che marceremo insieme contro l’Austria.
Impossibile, no?
L’ultima proposta venne da Malmesbury: disarmo generale sotto il controllo di una commissione militare e ammissione della Sardegna al congresso come potenza secondaria. Sembrava impossibile resistere. Ma Cavour, prendendo le carte che stavano a mucchi sul suo tavolo e scaraventandole per terra, gridava: «Dovessimo crepare armi in pugno, sarà meglio del disordine o dell’anarchia!». Walewski gli spedì un telegramma: per l’amor di Dio, mandate subito un dispaccio in cui dite semplicemente: «Il Piemonte aderisce al principio del disarmo generale la cui esecuzione sarà regolata all’apertura del congresso col concorso del plenipotenziario sardo». Cavour niente. Alle tre e tre quarti di quello stesso giorno, 18 aprile 1859, nuovo dispaccio da Parigi: «L’Imperatore vi dà l’incarico di impegnare il Piemonte ad accettare il principio del disarmo. Accetteremo il congresso solo se il Piemonte e gli altri stati italiani saranno chiamati a farne parte...». Non poteva più resistere. Chiamò La Tour d’Auvergne. Era pallido. «Principe, risponderò così a West e a Brassier. Stia a sentire...». Prese un foglietto, lesse: «Se l’Inghilterra e la Prussia si impegnano a far ammettere al congresso la Sardegna su un piede di parità con le altre grandi potenze, il governo del re consentirà da ora al principio del disarmo, sulla base della formula francese».
Scusi, com’era possibile, «piede di parità», avevano ragione i russi, Cavour pretendeva che le potenze da cinque diventassero sei...
Erano altri trucchi per prendere tempo. La Tour disse a Cavour quello che lei ha detto adesso a me: il «piede di parità» era impossibile. Infatti Walewski prese a tempestare, « éviter d’employer la locution “sur le pied des grands puissances” ». Era ormai notte, e il conte dormiva, ma il ministro francese decise di mostrargli quei dispacci. Mandò il barone Aymé d’Aquin a svegliarlo. Cavour, in camicia da notte, lo fece sedere sull’orlo del letto. C’era silenzio e una luce fioca. Dopo che ebbe scorso i telegrammi, mormorò: «Non resta che spararsi un colpo di pistola, farsi saltar la testa...». L’indomani ci fu consiglio dei ministri. Lo aggredirono: ti sei fidato della Francia, di un Bonaparte... Il re era furibondo... Massari scrive che Cavour era irritato, commosso, sconfortato e soprattutto solo. A mezzogiorno mandò a Londra il telegramma della resa...
Siamo passati ad una cronaca quasi ora per ora.
Il telegramma della resa diceva: «Poiché la Francia s’è unita all’Inghilterra nel domandare il disarmo preventivo, il governo del re, pur prevedendo che questa misura potrà avere delle conseguenze funeste per l’Italia, dichiara d’esser disposto a subirlo». Walewski commentò: «È stato scritto in modo da dispiacerci». Il re gridava contro di lui: «Artifizi! Maneggi!». Rientrato a casa, trovò telegrammi di Napoleone III, Plon-Plon. Massimo d’Azeglio. Si congratulavano, « riputazione di uomo di Stato », « un succès pour France, Piémont, échec pour l’Autriche », eccetera. Lui invece decise di farla finita. Scrisse ad Ainardo, che stava a Parigi: «Circostanze sfortunate e la perfidia dell’Imperatore hanno messo il nostro Paese in una posizione troppo difficile. Inutile nascondersi che la responsabilità di tutto questo è mia. Devo quindi preannunciarti un avvenire pieno di difficoltà e di pericoli. Il mio dovere è a questo punto quello di provvedere di conseguenza. Vi sono impegni troppo sacri e che non possono essere resi pubblici. A questo scopo faccio testamento...» Testamento? Ma... voleva ammazzarsi?
Aveva deciso di spararsi un colpo in testa. «Contavo di lasciarti in eredità un nome illustre e benedetto dagli Italiani - scriveva nella lettera ad Ainardo - invece il nome dei Cavour sarà probabilmente associato alle disgrazie del nostro paese. Ti abbraccio». Annota Romeo: «Mesi di tensione, di amarezze, di notti insonni, avevano profondamente scosso il temperamento vivacissimo ma eccitabile e mutevole del conte, fino a mettere a repentaglio la sua volontà di vivere. Chiusosi nello studio del suo appartamento, ordinò che nessuno entrasse e si diede a bruciare e lacerare carte e documenti. Nell’abitazione si diffuse l’allarme e gli amici, Minghetti, Rodolfo Audinot e Farini sollecitarono Castelli, l’amico più vecchio e fedele fra tutti, fin dai tempi delle lotte all’Associazione Agraria, a intervenire».