MICHELA TAMBURRINO, La Stampa 7/9/2011, 7 settembre 2011
Olmi: inginocchiamoci davanti ai migranti più che al Crocifisso - Più che di un film si tratta di un sermone
Olmi: inginocchiamoci davanti ai migranti più che al Crocifisso - Più che di un film si tratta di un sermone. Appassionato, vibrante di buoni sentimenti ma pur sempre una lezione a tesi sulla malattia di una società che, pur se in costanza di fede, tra il bene e il male ha imparato meglio il male. Chi vuole fare un viaggio nell’essenza stessa della cristianità secondo le dottrine del maestro Ermanno Olmi non può prescindere da Il villaggio di cartone , soggetto e sceneggiatura dello stesso Olmi che si è avvalso delle considerazioni di Claudio Magris e di monsignor Gianfranco Ravasi presentato fuori concorso tra gli Eventi di Venezia. Un vecchio parroco disilluso sta nella sua chiesa di paese che va in rottamazione. Tolti tutti gli arredi sacri e un Cristo in croce, resta solo un impolverato simulacro con annessa canonica dove il prete si rifugia incapace d’accettare la fine, sua e della casa di Dio. Ma un gruppo di extracomunitari appena sbarcato, esempio multiforme d’umanità, con la prostituta buona, la terrorista, l’uomo misterioso e il ragazzo fanatico nascosti in una moltitudine di dolenti, farà sì che la chiesa finalmente spoglia da orpelli assolva il suo compito di grande madre che accoglie, ricovera, dà vita e accetta la morte. E pure il vecchio prete ritroverà la forza della sua missione. Tra gli attori, il buon prete Michael Lonsdale, l’infido sacrestano Rutger Hauer, (che a 23 anni da La leggenda del santo bevitore torna a lavorare con Olmi), l’uomo di legge Alessandro Haber, il medico ateo Massimo De Francovich. Maestro Olmi, lei parla di chiesa che, spoglia, recupera la sua essenza. Eppure gli orpelli, come li chiama lei, sono i simboli stessi della fede. «La chiesa smessa è più funzionante perché gli orpelli di cui parlo sono i conformismi culturali, i più nocivi. La chiesa invece è casa senza domande, se non apri la casa agli altri, se non apri la tua casa interiore, non arrivi a niente». Tutto però si riduce in accoglienza, meritevole anche senza il bisogno della religione. La chiesa è molto altro oltre al ricovero di bisognosi. «E che altro c’è di più importante dell’accoglienza? Io faccio scendere il Cristo in croce come simulacro dell’inutilità. Il simbolo deve avere un valore terreno, deve rimandare alla verità vissuta. Davanti a un Gesù di cartone il mio prete dice: “Quanta menzogna nella pietà”. Tutti ci inginocchiamo davanti a un’immagine. Invece bisogna farlo davanti agli ultimi che soffrono. Cristo l’ha fatto davanti a noi. Abbiamo solo questo mezzo per lodare Dio». Lei dice di voler suggerire ai cattolici di essere anche cristiani. Accoglienza anche del male se portato da un uomo? «Il film è un apologo, non è realistico, ogni presenza è un simbolo preciso: il ragazzo suggestionato dalla ragazza terrorista, la non accettazione del diverso, la mancanza di dialogo. E’ la rappresentazione dell’umanità con le sue delusioni, le debolezze. Solo nel confronto con gli altri c’è la salvezza». Ma chi è un uomo di fede? «Si ha vera fede quando il peso dei dubbi è superiore alla nostre convinzioni e se non si delega a un’ideologia o a una religione ma si pensa in proprio». Lei è un uomo di fede? «Io continuo a interrogare Dio che non risponde. E non risponde perché dobbiamo risponderci da soli. Io dico: guardate che sono ebreo perché Gesù è partito da lì. Se ritroviamo solidarietà e unità, potremo risolvere molti problemi. E’ il segno della mia forza, sarà piccola ma è la mia forza. E lo dico guardando Moni Ovadia seduto qui accanto a me».