MARIO DEAGLIO, La Stampa 7/9/2011, 7 settembre 2011
Il giorno in cui crollò anche il capitalismo Usa - L’11 settembre non fu solo l’11 settembre. La spettacolarità e il carattere simbolico degli attentati, il numero estremamente alto delle vittime tendono a nascondere il grave malessere e la crescente debolezza del sistema economico globale incentrato sugli Stati Uniti che, proprio in quelle settimane, cominciava a manifestarsi in maniera clamorosa
Il giorno in cui crollò anche il capitalismo Usa - L’11 settembre non fu solo l’11 settembre. La spettacolarità e il carattere simbolico degli attentati, il numero estremamente alto delle vittime tendono a nascondere il grave malessere e la crescente debolezza del sistema economico globale incentrato sugli Stati Uniti che, proprio in quelle settimane, cominciava a manifestarsi in maniera clamorosa. Nell’autunno del 2001, infatti, all’ombra di uno dei più gravi, se non del più grave, attentato della storia si intrecciano tre crisi. La prima è allo stesso tempo finanziaria ed economica. I ruggenti Anni Novanta della Borsa americana, che avevano regalato al mondo Internet, erano ormai alle spalle e il Dow Jones, l’indice-simbolo del capitalismo americano, aveva toccato il suo massimo storico (11.497) nell’ottobre 1999. Da allora gli indici di Borsa si erano fermati e poco dopo anche la crescita americana si era fermata per essere sostituita da una leggera caduta. Il mondo scoprì più tardi che questa leggera caduta in realtà nascondeva qualcosa di più serio: il terzo trimestre del 2001 era anche il terzo trimestre di flessione produttiva, il che tecnicamente significava che l’economia era in recessione, una brutta parola per l’entusiasmo americano, tanto che, agli inizi della crisi attuale, ossia nel 2007-08 il Presidente George W. Bush fece di tutto per non usare il termine «recessione». L’America, però, non lo sapeva ancora e si cullava nell’illusione di aver sconfitto il ciclo economico e di essere avviata su un sentiero di crescita elevata e uniforme, favorita dall’aumento di produttività derivante da applicazioni sempre nuove dell’elettronica. In questo era sostenuta dall’ottimismo delle sue statistiche: ogni stima sulla variazione del prodotto lordo - dato chiave per le analisi congiunturali - viene effettuata tre volte, la prima con la «stima pilota», la seconda con la «stima preliminare» e la terza, resa nota a intervalli irregolari, con il dato definitivo. Il mercato di solito fa attenzione soltanto alla prima che, per strani motivi, è quasi sempre più alta di quella definitiva e di fatto quasi non si accorge di quella definitiva. Fu così che il 31 luglio 2002, un tranquillo mercoledì d’estate, la storia economica venne tranquillamente riscritta e pochi se ne accorsero: in quel giorno venne reso noto che, a partire dal quarto trimestre 2000, la crescita economica americana risultava nettamente inferiore a quanto prima stimato, anzi nei primi tre trimestri del 2011 la variazione del prodotto interno aveva avuto un, sia pur lieve, segno negativo. Il che significa che il consumatore e l’investitore americano stavano da lungo tempo dando segnali di stanchezza che i mercati non avevano considerato. Se la percezione di questa, pur piccola, recessione produttiva non fosse giunta in ritardo e quasi di nascosto, l’andamento finanziario mondiale sarebbe stato diverso. In questo tessuto economico, indebolito ma ancora euforico - un atteggiamento simile a quello di chi ha una febbriciattola ma non se la sente e crede di stare benissimo - scoppiò il caso Enron, una sorta di prolungato 11 settembre del mondo imprenditoriale americano e della sua etica. La Enron era una società elettrica di enormi dimensioni che aveva sviluppato un originale sistema di vendita telematica di elettricità usando metodi particolarmente attivi e aggressivi. Vero simbolo dei tempi, ai primi posti delle classifiche internazionali delle imprese per fatturato e per capitalizzazione, era considerata un fiore all’occhiello della nuova economia elettronica. Cadde nel giro di pochi mesi quando si scoprì che i suoi conti erano una miscela infernale di pratiche contabili disinvolte - controllate in modo pessimo dai revisori - e autentiche frodi. Il Presidente Kenneth Lay, al quale la gravità della situazione era ben nota, si era fatto liquidare astronomici bonus ed ebbe la spudoratezza, il 21 agosto 2001, di invitare con calore gli americani a investire nelle azioni della sua società che già sapeva essere carta straccia; e il valore del titolo, che da 80 dollari di gennaio era precipitato a circa 33, ebbe un’impennata sulla scorta delle sue parole raggiungendo nuovamente quota 40. Il 16 ottobre 2001 la Enron annunciò la sua prima perdita trimestrale, il 2 dicembre venne aperta la procedura fallimentare e il titolo precipitò sotto il livello di un dollaro. Il 2 dicembre è l’11 settembre del capitalismo finanziario americano. Oltre alla sua sconfitta morale, l’intera vicenda sottolinea il collasso tecnico dei meccanismi di regolazione mentre i cospicui finanziamenti ai partiti e ai politici, con netta prevalenza per i repubblicani, tra cui il vicepresidente degli Stati Uniti, Dick Cheney, fecero sorgere il sospetto di legami impropri con il governo. Ma c’è di più: le pensioni dei dipendenti erano affidate a un fondo aziendale e risultarono naturalmente tutte investite in titoli Enron e quei pensionati persero quasi tutto. Il terzo collasso americano riguarda la dimensione internazionale del dollaro ed è strettamente collegato alla crisi argentina. Uscita da una fosca dittatura militare nel 1983, l’Argentina aveva imboccato con determinazione la via della ripresa sotto la guida di un ministro dell’Economia, Domingo Cavallo, di stretta osservanza liberista e di origini piemontesi. Cavallo collegò strettamente la quantità di moneta in circolazione nel Paese alla quantità di riserve in dollari, ancorò la moneta argentina al dollaro e fece inserire questo «ancoraggio» nella Costituzione. Il dollaro divenne così, sia pure sotto altre spoglie, la moneta di riserva del Paese. Era il caso più importante di «dollarizzazione», molto gradita a Washington, che aveva riguardato, tra gli altri, Hong Kong, Ecuador e Panama ed ebbe il grande merito di far calare l’inflazione argentina, tradizionalmente a livelli stratosferici. La dollarizzazione argentina finì però con un clamoroso insuccesso. La moneta argentina fu spinta al rialzo dal rialzo del dollaro; le merci argentine divennero meno competitive, soprattutto perché nel frattempo il Brasile, partner dell’Argentina nel Mercosur, il mercato comune sudamericano, aveva svalutato la propria moneta. La crisi economica eruppe proprio in quell’autunno, con la gente che manifestava contro i politici al grido di «tutti a casa» e distruggeva i cartelloni pubblicitari della Coca Cola. Fu allora che ebbe inizio una caduta del dollaro che fece perdere alla moneta americana circa il 40 per cento del suo valore. All’11 settembre 2001, in definitiva, il colosso americano - ossia la concezione «imperiale» degli Stati Uniti e non tanto gli Stati Uniti stessi - mostrava già i piedi d’argilla e mandava segnali clamorosi di debolezza strutturale. Nel lungo periodo, furono forse più questi segnali, e la risposta che ricevettero, e non l’attentato ad amplificarne la debolezza e a mettere in luce i meccanismi sfociati nell’attuale crisi finanziaria.