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 2011  settembre 07 Mercoledì calendario

OVETT: «CONTRO GLI AFRICANI QUOTE BIANCHE NELLE CORSE»

Steve Ovett, inglese, mezzofondista, campione olimpico (nell´80), era l´altra faccia di Sebastian Coe. Steve era quello easy, Seb quello più classico. Molto grandi, molto nemici (in pista), molto diversi. Eredi insieme a Cram della tradizione della corsa british. Oggi Ovett ha 56 anni, vive in Australia, e fa il commentatore tv.
Steve, lei era quello proletario.
«Sì, ma senza esagerare, working classe normale. Mia madre mi ha avuto a 16 anni. Scrissero che faceva la barista, in realtà era operaia in una fabbrica di scarpe. Coe pareva inzuppato di Shakespeare, ma io ero iscritto alla scuola d´arte. Tanto cafone non ero».
La lunga corsa dei neri africani è ancora vincente.
«L´Africa c´era anche ai miei tempi, non è che correvamo contro i vicini di casa. E c´era anche la Germania Est, molto spinta dai laboratori. Però ci allenavamo, lavoravamo duro, io mi sono anche ammazzato con il cross. Le brughiere a loro modo fanno male. Ma il contesto culturale era un altro: non avevamo computer, internet, né stavamo davanti alla tv. Mio fratello è stato olimpionico di slittino, mia sorella correva dietro ai ragazzi, un altro genere di sport. Cercavamo una strada, non una poltrona dove passare la giornata. Oggi davanti all´eccellenza nera nel fondo e mezzofondo tutti si rassegnano. A partire dagli allenatori».
Il suo consiglio?
«Cominciare a mettere un numero chiuso ai neri nelle maratone, nelle corse su strada, nelle gare di cross, nelle lunghe distanze. Come se i bianchi fossero una categoria ferita e svantaggiata che ha bisogno di tempo e di incoraggiamento per guarire. Un genere protetto, a rischio di estinzione».
Non è democratico.
«Certo che non lo è. Nemmeno mondiali e olimpiadi lo sono. L´Africa ha i migliori corridori di fondo e ne può iscrivere solo tre, potrebbe occupare i primi dieci posti in classifica. Ma bisogna capire che fino a quando ci sarà questo divario nessun ragazzo bianco sarà incentivato a scegliere la specialità. Troppo frustrante, bisogna recuperare una o due generazioni che hanno considerato persa la causa. Basta avere paura del nero, considerarlo diverso, bisogna incoraggiare i ragazzi al confronto. Anche se essere ridicolizzati dall´avversario e avere un coach sconsolato non è una buona partenza. Però Centrowitz è arrivato terzo nei 1.500 e un´altra americana ha vinto tra le donne».
Col peggior tempo in 13 edizioni mondiali.
«Ma è un primo passo. Quello di uscire dall´ossessione che gli africani siano marziani imbattibili. Sono eccezionali, hanno piedi ottimi, però sono vulnerabili. Bisogna crederci e sacrificarsi, lo dice uno che è sempre stato svogliato in gara, non mi andava di morire per una corsa».
Però nel ´79 costrinse Coe a una doppia fatica nel giorno di Natale.
«Lo ha raccontato lui. Si allenò di mattina, tornò a casa e pensò: Ovett in questo momento starà correndo più di me. Così uscì sotto la neve e tornò a lavorare. Per riprendere il comando non c´è altra soluzione».