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 2011  settembre 07 Mercoledì calendario

CHESTER HIMES E LA SUA HARLEM CUBISTA

«A Harlem sono tutti pistoleri fuorilegge. Dagli solo dei cavalli e delle vacche e diventano anche ladri di bestiame», commenta una voce anonima persa nella folla dei curiosi dopo una sparatoria tra poliziotti e malavitosi in un palazzo pulcioso della «strada più pericolosa di Harlem» (dove tutte le strade sono notoriamente pericolosissime).
Sono gli anni cinquanta, Harlem è ancora un ghetto nero, mentre oggi è un quartiere residenziale o poco ci manca, e siamo in pieno happening antropologico, come in una tela di Salvador Dalí o in una poesia simbolista. È il centro esatto d’un grande romanzo di Chester Himes, Rabbia ad Harlem (Marcos y Marcos, pp. 319, 19 euro). Prima rapinatore e galeotto, poi giallista nero e bohémien nella Parigi livida della beat generation, amico d’Allen Ginsberg e di William Burroughs, che per primo gli consigliò di mettere la sua esperienza di criminale al servizio della letteratura, Chester Himes fu scoperto da Marcel Duhamel, che all’epoca dirigeva la Série Noire di Gallimard e che ne fece dall’oggi al domani un autore di culto, prima in Francia e poi in tutto il mondo. Classe 1909, morto nel 1984 a settantacinque anni, venti dei quali trascorsi dietro le sbarre, Himes dipinse l’America nera degli anni che precedettero le lotte per i diritti civili con pennellate cubiste: bidonisti e papponi con abiti dai colori squillanti, prostitute e dark ladies con movenze da bambola meccanica e parrucche arcobaleno, giocatori di dadi, barboni, poveracci, assassini, predicatori, ancora bidonisti (ma quelli religiosi, i più pericolosi di tutti) e infine due poliziotti, i suoi eroi seriali, detti il Bara e il Beccamorto per la facilità con cui mettevano mano ai loro enormi revolver fuori ordinanza, uno per mano. Raccontata da Himes, Harlem si trasformò così in una Praga popolata di Golem e d’incubi kafkiani, ma come se al posto di Franz Kakfa e Gustav Meyrink l’avessero raccontata Damon Runyon (quello di Bulli e pupe) e Sergio Stefano, o Sto, quello del Signor Bonaventura, di Barbariccia, del Bassotto e del Bellissimo Cecé.
Ecco l’Harlem di Chester Himes, qui di seguito: «Guardando a est dalle torri della chiesa di Riverside, appollaiata tra gli edifici universitari sulla riva alta del fiume Hudson, in una valle molto più in basso, le onde di tetti grigi distorcono la prospettiva come la superficie di un mare. E sotto la superficie, nelle acque scure di luridi casamenti, una città di gente nera convulsa in un vivere disperato, come l’insaziabile ribollire di milioni di pesci cannibali affamati. Bocche cieche che divorano le proprie stesse viscere. Ci infili una mano e tiri fuori un moncherino. Questa è Harlem. Più ci si sposta a est, più diventa nera. A est della Seventh Avenue, fino al fiume Harlem, viene chiamata The Valley. Case brulicanti di vita si stendono nel più tetro squallore. Ratti e scarafaggi contendono a cani e gatti rognosi ossa già rosicchiate dagli uomini».
È qui, in questo angolo dell’inferno, che il «povero negro» Jackson cade nella truffa della macchina che trasforma le banconote da dieci dollari in pezzi da cento rimettendoci in un colpo solo tutti i risparmi e la sua donna (lui, almeno, la crede tale). Tenterà di recuperare il malloppo con l’aiuto del fratello gemello Goldy, un tossicomane che s’aggira nel ghetto travestito da suora e che si guadagna da vivere passando informazioni alla polizia, rubacchiando qua e là e raccogliendo elemosine. Inseguito dal Bara e dal Beccamorto, sulla pista di tre bidonisti la cui scia è seminata di cadaveri, Jackson andrà incontro al proprio destino fuggendo a razzo su taxi e carri funebri rubati, scampando a risse nei saloon, entrando e uscendo dai bordelli, mentre la lista dei morti ammazzati e dei conti da saldare s’allunga fino al gran finale: un happy end da disperati che sarebbe piaciuto a William Burroughs e ad André Breton.