Giorgio Dell’Arti, La Stampa 6/9/2011, 6 settembre 2011
VITA DI CAVOUR - PUNTATA 178 - IL CONTE DISPERATO
Quante lettere scriveva Cavour in quei giorni?
Sette il 21 marzo, sei il 22, quattro il 23 e ne riceveva almeno il doppio. L’ultima, datata 23 marzo, scritta in realtà il 24 all’1 e 35 di notte, era diretta a Plon-Plon: «L’imperatore, mettendoci allo stesso livello di Modena e della Toscana, mira a perderci...», cancellò poi questa frase e scrisse invece: «...peggiora la nostra posizione già déplorable . L’annuncio del congresso comincia a dare i suoi frutti: il ministero toscano, finora esitante, s’è deciso ad abolire la libertà di stampa». Nigra gli rispose di badare a non perdere la testa, lui che da solo valeva più di tutti gli statisti europei messi insieme. Il conte, di rimando: « Lo ringrazio del consiglio di non perdere la testa. Me la tengo di quando in quando con le mani perché non fugga ». È che il congresso - da convocarsi probabilmente a Ginevra - era a quanto si capiva inevitabile. Il giorno 22 Walewski fece pubblicare dal «Moniteur» la nota in cui si annunciava l’adesione della Francia. Intanto la Russia non voleva assolutamente i piemontesi, «non possiamo creare una sesta grande potenza».
Ma scusi: che senso aveva discutere dell’Italia senza gli italiani? Era come se la penisola non ci appartenesse sul serio...
Proprio così. L’idea implicita in quella e nelle decisioni prese dal 1815 in poi era che gli stati italiani senza eccezioni - esistevano solo grazie alla benevolenza delle cinque grandi potenze e non era quindi acquisito una volta per tutte il loro diritto a discutere di se stessi. Quegli stati erano cioè dei fantasmi che i cinque grandi avrebbero potuto dileguare ad ogni istante. La situazione era talmente disperata che Cavour chiese al re il permesso di partire per Parigi e a Napoleone il favore di invitarlo. Partì il 24 sera. A quel punto il Piemonte era ammesso, ma, come abbiamo visto, allo stesso livello di Modena e della Toscana.
E il Regno delle Due Sicilie?
Aveva rotto le relazioni diplomatiche con l’Austria, dopo l’ultimatum alla Russia. Quindi si poteva tener fuori.
Quindi questo nuovo viaggio a Parigi.
L’ultimo della sua vita. Non avrebbe visto quella città mai più. Walewski gli aveva fatto avere una lettera in cui lo ammoniva sul significato vero dell’alleanza franco-sarda: il testo del trattato andava interpretato letteralmente (la parola « littéral » era sottolineata), e il conte doveva togliersi dal capo l’idea che la Francia sarebbe intervenuta se non in presenza di una ragione « tout à fait valable » (sottolineato), quindi niente trucchetti di nessun tipo (Cavour era ormai famoso in tutta Europa per le sue sottigliezze). Adesso il ministro gli stava davanti. Un incontro tempestoso. Walewski non solo voleva il congresso, ma pretendeva che il Piemonte disarmasse. Cavour, stringendo i pugni, gli raccontò per filo e per segno Plombières. Poi aggiunse: «Sappia che io ho dei documenti e sono pronto a passarli alla stampa americana e da questi documenti si capirà la parte fatta dall’imperatore in tutti gli avvenimenti, lei quindi badi nel non mantenere gli impegni assunti dal suo paese...»
A un ministro di Francia!
Cavour sapeva che, con quel sistema, non poteva resistere a lungo. Incontrò Napoleone e gli disse: «Maestà, com’è ovvio la mia carriera volge alla fine...». Napoleone lo rassicurava, promise che al congresso avrebbe sostenuto il Piemonte a spada tratta. Cavour scuoteva il capo. «Sarebbe meglio non essere ammessi. Pensi se l’Austria si mettesse a fare la conciliatrice...». La preoccupazione di Bonaparte erano i volontari, dei quali era assai diffidente, nella sua testa un corpo composto per metà da mazziniani. Il conte rideva amaro: «Sì, ne faremo la legione straniera piemontese». Fece poi anche il giro dei grandi uomini. Lord Cowley detto Lord Cavolo, i prussiani. I prussiani, ottimi. Tutti ce l’avevano col papa. Guerra o congressi, il papa deve pagarla. Venne Rothschild. «Caro barone». «Caro conte». «Le propongo una speculazione». «Sì?». «Ci sono molte chances per la guerra e ci sono molte chances per la pace. Giusto?». «Sempre scherza». «Allora. Compriamo dei titoli e giochiamo al rialzo. Io poi darò le dimissioni. Ci sarà un rialzo di tre franchi». «Motesto, caro. Lei fale almeno sei franchi». Dopo quattro giorni non era ancora riuscito a venir via. Scrisse a Bianca: « Cara Bianca, credeva di partire domenica, poi lunedì, poi stassera, ora non spero di essere libero se non domani. Ho lavorato come un martire, sono stremato di forze. Ho fede intera nell’esito finale dell’impresa, ma vi sono a vincere difficoltà molte, immense, terribili . « È probabile ch’io succomba, e faccia ridere i numerosi miei nemici; ma se cado, la mia memoria non sarà maledetta dai miei concittadini a cui avrò sacrificato vita e fama . « Spero però che nel cadere la Bianca mi aprirà le sue braccia . « Ho trovato un mantelet che ti piacerà come pure une robe discreta. Ti abbraccio, tuo amico ».