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 2011  settembre 06 Martedì calendario

Il mercato dà i numeri, il governo no - L’aumento dello spread dei no­stri titoli pubblici a un livello di 370 punti non si può spiegare con puri fattori di insicurezza, riguar­danti i «continui cambiamenti» che avrebbero caratterizzato la manovra di finanza pubblica da Ferragosto in poi

Il mercato dà i numeri, il governo no - L’aumento dello spread dei no­stri titoli pubblici a un livello di 370 punti non si può spiegare con puri fattori di insicurezza, riguar­danti i «continui cambiamenti» che avrebbero caratterizzato la manovra di finanza pubblica da Ferragosto in poi. Nei media e da parte di questi manager o ex mana­ger desiderosi di far politica si so­no enfatizzati tali presunti conti­nui cambiamenti dando l’impres­sione che essa sia ballerina e fa­cendo balenare l’idea che alle di­scussioni nelle «aule sorde e gri­gie » del Parlamento si debbano so­stituire tecnici che ricevono il loro appoggio dalle masse popolari guidate da Cgil che, non a caso, og­gi sciopera. E da gruppi finanziari «responsabili». La cifra della manovra di Ferra­gosto è di 45 miliardi. La discussio­ne, da allora al 4 settembre, poco più di due settimane, ha riguarda­to un importo di circa 4 miliardi su 45. E in testo del decreto, che com­porta il pareggio del bilancio nel 2013, è stato già approvato in com­missione al Senato e licenziato per l’aula. Il lavoro della commis­sione, nell’esame di numerosi emendamenti a una manovra di questa entità ed ambizione, si è concluso a tempo di record dome­nica sera. Gran parte della mano­­vra è rimasta invariata. Si sono mo­dificati importi per circa 4 miliar­di, con invarianza di gettito. Non risulta che ciò indichi che la mano­vra ha avuto continui mutamenti. E ciò non solo perché la cifra è mar­ginale, ma anche perché il muta­mento di sostanza finanziaria è so­lo uno e riguarda la sostituzione della sovraimposta sui redditi su­periori ai 90 mila euro lordi con una serie di misure anti evasione e con alcuni recuperi minori di eso­neri fiscal. Come quello riguar­dante le riserve indivisibili delle cooperative, che favoriva indebi­t­amente il passaggio degli utili a ri­serva, avvantaggiando i manager e il loro potere a danno dello spiri­to della cooperazione. Si può opinare sulla validità del­le misure anti evasione di Giulio Tremonti dal punto di vista del get­­tito, ma anche se esse renderanno la metà di quanto il Ministro affer­ma, la manovra rimane nella so­stanza colossale: 43 invece che 45 miliardi. Chi è disposto ad affer­mare che lo spread sui titoli italia­ni rispetto a quelli tedeschi è pas­sato da 290 a 370 punti per questa diversa cifra? Chi è disposto a so­stenere che una maggioranza poli­tica di senatori, espressione di elettori di centro destra, non ab­bia diritto di modificare per 4 mi­liardi una manovra di 45, perché contiene un tributo sui cosiddetti «sovraredditi» che la maggioran­za ritiene contrario ai suoi princi­pi e chiede al Ministro dell’econo­mia di sostituirla che altre norme, che non gravino sui soliti ceti me­di che pagano le imposte sul reddi­to fisso di lavoro o pensione? Per il resto il Senato ha tolto solo alcune norme che non davano get­tito. Come quella sulla indicazio­ne dei conti correnti nella dichia­razione dei redditi, che è già appe­santita da tante incombenze. La maggioranza rifiuta il fiscalismo. E ciò dovrebbe essere gradito, non sgradito a chi parla a Cernob­bio (un po’ troppo a ruota libera). L’impianto della manovra è rima­sto invariato. Ed è stata approvata - con l’articolo 8 - una liberalizza­zione de­l mercato del lavoro e il di­ritto delle parti sociali aziendali di dare all’articolo 18 dello statuto dei lavoratori una interpretazio­ne conforme al comune interesse dell’impresa e della maggioranza dei lavoratori a non proteggere le pecore nere. Ora il governo deve fare presto ad approvare il testo al Senato, mentre i mercati finanziari sono pervasi da un irrazionale pessimi­smo, dopo anni di irrazionale otti­mismo. In tale quadro è necessa­rio che il governo pubblichi al più presto le tabelle della manovra in­dicando i suoi effetti sulle entrate e sulle spese e sui saldi fra di esse nei vari anni e le misure pro cresci­ta. Si lascino parlare i numeri e si faccia capire che c’è un governo politico, basato sugli elettori, che ha in mano il timone.