VLADIMIRO ZAGREBELSKY, La Stampa 4/9/2011, 4 settembre 2011
IL PROCESSO CHE VA FATTO A GHEDDAFI
L’ uccisione è spesso la fine che attende il tiranno caduto. La sua morte impedisce che egli possa ancora coagulare la resistenza al nuovo regime, soddisfa la sete di vendetta, chiude una bocca che parlando potrebbe imbarazzare tanti, in patria e fuori. Ecco perché sono inquietanti certi cenni a un «diritto di ucciderlo» che, con riferimento a Gheddafi, si sono sentiti da parte di esponenti degli insorti.
Ma se Gheddafi sarà catturato vivo, chi e come lo giudicherà? Un processo è diritto non solo di Gheddafi stesso, ma anche del popolo libico e della comunità internazionale. E i processi non servono solo a condannare o assolvere, ma anche a documentare e ricostruire.
Come i diritti fondamentali della persona umana e la loro protezione sono ora considerati patrimonio dell’umanità nel suo insieme e non più come un affare interno ai singoli stati, così si è affermata la convinzione che la punizione dei crimini contro l’umanità non possa essere lasciata alla discrezione dei singoli stati. I processi di Norimberga e di Tokyo, benché condotti da tribunali istituiti dai vincitori della guerra, hanno portato ad affermazioni di principio importanti, da cui ormai non si può prescindere. Negli anni recenti le Nazioni Unite hanno istituito speciali tribunali internazionali, ad esempio per i crimini commessi nella ex Jugoslavia o per il genocidio nel Ruanda. Nel 1998 (con lo Statuto di Roma), l’istituzione della Corte Penale Internazionale ha rappresentato un atto di coerenza e un punto di arrivo fondamentale. Se i più gravi crimini (genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra, crimine di aggressione) riguardano la comunità internazionale nel suo complesso, allora la loro punizione deve essere assicurata a livello internazionale. E’ stata superata l’idea che l’intervento giudiziario impedisce soluzioni politiche concordate, che mettono fine a drammatici conflitti interni consentendo ad esempio a governanti criminali di abbandonare il paese con un salvacondotto e trovare rifugio altrove: che la politica cioè, piuttosto che la giustizia, sia adatta a gestire simili emergenze. E’ invece prevalsa una posizione di principio, che esclude l’impunità per i più grandi crimini contro l’umanità e rifiuta di considerarli un affare interno (gestito dai vincitori).
Il principio su cui si basa la creazione della Corte internazionale deve però fare ancora i conti con atteggiamenti che lo contraddicono. Quella stessa comunità internazionale che dichiara di non poter sopportare la commissione dei crimini contro l’umanità tollera che, prima della loro caduta, i tiranni che li commettono non siano «disturbati» e siano invece riveriti, assecondati in tutte le loro pretese e considerati interlocutori validi per concludere ogni genere di affare. Esistono ancora grandi ipocrisie ed anche resistenze. Diversi tra i principali paesi (Stati Uniti, Russia, Cina, India, ecc.) rifiutano ancora di riconoscere la giurisdizione della Corte internazionale perché non intendono rimettere a un’istanza internazionale l’esame di denunce di crimini commessi da propri cittadini (militari, funzionari, ecc.). Ma la ratifica dello Statuto di Roma da parte di ben 117 stati è comunque un buon segno.
Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, con la risoluzione 1970, all’unanimità dei suoi membri (anche quelli che per loro conto non hanno ratificato la convenzione istitutiva della Corte internazionale), ha dato incarico al Procuratore presso la Corte di procedere per i sistematici attacchi condotti dallo scorso febbraio contro civili. Il Consiglio di sicurezza ha imposto a tutti gli stati ed anche alla Libia, che non ne ha ratificato il trattato istitutivo, l’obbligo di collaborare con la Corte internazionale. Ma le autorità libiche potrebbero decidere di procedere in sede nazionale e quindi non consegnerebbero gli imputati. Occorre però chiedersi quale processo l’odierna Libia sarebbe in grado di assicurare. Un processo efficace ed equo da parte di giudici indipendenti? O si tratterebbe di un processo sommario, un’apparenza di processo? La Libia procederebbe anche per crimini diversi e ulteriori rispetto a quelli per cui è competente la Corte internazionale, ma per questi ultimi non sarebbe ammissibile un doppio processo, sia in sede nazionale sia davanti alla Corte internazionale.
La Corte è stata istituita in posizione complementare rispetto alle giurisdizioni nazionali, nella considerazione che sono innanzitutto gli stati che sono chiamati a giudicare e punire i responsabili di quei crimini. Ne hanno il dovere ed anche il diritto. Purché lo facciano in modo efficace e secondo le regole dell’ equo processo, così come lo farebbe la Corte internazionale. Spetta quindi alla Corte accertare l’adeguatezza del processo che la Libia metterebbe in piedi e nel suo giudizio essa considererebbe certo le condizioni presenti in Libia, la mancanza di un sistema giudiziario, le violenze e le tensioni tribali e infine anche la prevedibile applicazione della pena di morte; pena che lo statuto della Corte internazionale non prevede, inserito come esso è nel solco del movimento mondiale che la rifiuta.