Attilio Bertolucci, Domenica - Il Sole 24 Ore 4/9/2011, 4 settembre 2011
COSÌ HO ADDOMESTICATO IL GATTO
La collaborazione con l’Eni e l’idea del «Gatto Selvatico» nacquero grazie a un mio antico compagno di scuola, un po’ più giovane di me, Tito De Stefano che era entrato nel giornalismo e dopo alcune esperienze era arrivato all’ufficio stampa di Eni. Mattei e l’amico De Stefano si consultarono e decisero di affidare il periodico aziendale che doveva nascere a me, che non avevo mai fatto il redattore di giornale anche se avevo scritto su giornali e riviste. In quegli anni ero a Roma come professore di storia dell’arte. C’erano anche in corsa dei noti giornalisti, anche miei amici: uno di loro era Giorgio Vecchietti, che aveva diretto «Il Primato». Ma alla fine è sembrato più giusto che fosse uno nuovo. Uno nuovo che, oltre a scrivere poesie, aveva anche – questo, però, lo poteva sapere solo De Stefano – una grande curiosità per infinite cose, quelle qualità che deve avere un giornalista. Ero molto aperto: un lettore di giornali anche stranieri, di libri stranieri – francesi, inglesi, nord-americani eccetera –; poi critico d’arte e cinematografico; insomma tante di queste cose... un pochino "onnivoro", in un certo senso.
Comunque ricordo benissimo l’incontro con Enrico Mattei, in via del Tritone dove allora c’era la sede dell’Agip. Si è cominciato a parlare dell’impostazione, di come si doveva fare. C’erano dei precedenti. Io mi ero un po’ informato e avevo portato, proprio come esempio da non seguire, quello che faceva una grande compagnia petrolifera, la quale realizzava una rivista molto elegante con tre o quattro pezzi complessivamente che parlavano di tutto fuor che di petrolio, valida per le pubbliche relazioni oppure da portare in salotto, destinata alla gente esterna al gruppo. Era destinata soprattutto, non so..., ai politici, per quello che sono le pubbliche relazioni. La stessa società faceva un bollettino non illustrato, piuttosto misero, squallido che, invece, andava diffuso ampiamente a tutti i lavoratori, agli impiegati e agli operai. «No!» – Mattei, è stato molto preciso – «Il giornale che faremo noi deve essere lo stesso, democraticamente possibile, cioè leggibile, dal Presidente della Repubblica al più lontano dei nostri perforatori, anche fuori d’Italia».
Ecco, questa è stata l’impostazione. E non in carta patinata, ma in quello che è il modo moderno di fare periodici, cioè il rotocalco. Allora si è cominciato a parlare del titolo e sono stato io a dirlo: «Wildcat». A lui piaceva molto. Gli ho detto che nel Webster, che è un dizionario con molti americanismi, c’è una bella definizione dello «Wildcat», riferentesi a un animale selvatico, che viene applicata ai perforatori, ai ricercatori di petrolio e dice: «uomini avventurosi, spesso anche avventurieri». «Questo», – disse Mattei – «questo mi piace». E io: «Non vorrei che...». «No, no... la cosa non mi fa paura! Del resto – disse – si sa che alcuni, anche grandi, pionieri del petrolio hanno usato metodi molto avventurosi e un po’ anche avventurieri! Data la difficoltà di trovare il petrolio ci vuole questo gattaccio che ricerca...». Poi c’era anche da discutere su come il titolo andasse fatto graficamente. L’abbiamo dato da disegnare a Mino Maccari. Dunque, affidatomi il compito, io ho cominciato subito a fare il giornale.
Per entrare nel concreto: l’impostazione stabilita prevedeva che il giornale avesse un buon numero di pagine dedicate all’attività dell’Eni, sia alle ricerche sia a più minute notizie aziendali. Poi, una buona parte di cultura e di divulgazione culturale così da risultare piacevole e istruttivo. Sempre la prima pagina era dedicata a qualche attività aziendale: a un’inaugurazione, a un evento del Gruppo. Nell’ultima – e questa è stata un po’ una mia trovata, visto che era disponibile il colore – è iniziata una interminabile storia dell’arte divisa per generi e scuole, che ha avuto molto successo. Tanto che l’«Associazione per la libertà della cultura», fondata da Silone, mi aveva chiesto di poterne ricavare dei volumetti che avrebbe poi fatto diffondere. Potevano essere un avvio a una storia dell’arte molto piacevole e non pedante. Il che dimostra come questo giornale entrasse anche in case come quella di un famoso scrittore e quanto potesse esser apprezzato.
A un certo punto, negli anni, il rapporto con i dipendenti si è anche più allargato: c’erano delle specie di non dico concorsi ma di inviti a inviare poesie, pitture, cose di questo genere, anche di carattere personale, sul loro lavoro. Questo andava nelle prime pagine. I contatti con i lavoratori si avevano anche inviando dei giornalisti sul posto. C’erano i nostri pozzi di petrolio in Marocco oppure in Persia e lì abbiamo mandato degli inviati speciali. Se la rivista da un lato aveva delle rubriche fisse, scritte sempre in buon italiano – rubriche che andavano dalla cucina alla moda – dall’altro poteva, non dico vantarsi ma quasi, di pubblicare pagine di scrittori illustri. Alcuni erano scrittori molto noti, come Giorgio Bassani e Carlo Emilio Gadda; poi scrittori allora giovani che adesso sono entrati nella collezione de «I Meridiani» di Mondadori quali Goffredo Parise, Natalia Ginzburg. E ci sono anche nomi come quelli di Luigi Santucci, Gabriele Baldini, Alberto Bevilacqua che è stato mio allievo di liceo al «Romagnosi» di Parma.
La cosa della quale posso in un certo senso compiacermi è questa: normalmente i rotocalchi popolari parlano anche di letteratura ma sempre alla ricerca del "best seller", delle cose facili. «Il Gatto Selvatico», no. Qui c’era una ricerca della qualità. Noi non ci saremmo mai sentiti di pubblicare, io non avrei mai pubblicato, una cosa che non avesse, in qualche modo, una qualità letteraria, una qualità scientifica. Anche la vignetta di Maccari era di un vero, di un grande disegnatore dei nostri tempi. Adesso, sì, ce ne sono tanti, anche di bravi, che fanno questo sui quotidiani, ma allora un commento al costume affidato a un uomo di un’arguzia di matita e di parola come Mino Maccari...!
Nella prima pagina, ripeto, c’era una fotografia a colori di avvenimenti aziendali, nella seconda c’erano le lettere dei lettori e una del direttore che, in un certo senso, fungeva da sommario della rivista: ad esempio «In questo numero parleremo di...». Nella terza pagina, un noto giornalista – Enzo Forcella – si occupava di fatti di costume e certe volte dava lo spunto al disegno di Maccari. Forcella, pur essendo il fondista politico de «Il Giorno», qui non parlava mai di politica ma esclusivamente di costume, in un modo molto vasto, molto vario. Per dieci anni ha fatto questo. C’era, non so, qualche nuova moda che avanzava nei giovani e allora, ecco: discorsi sui giovani. E cose di questo genere. In certi numeri abbiamo pubblicato anche delle specie di inserti: ad esempio, sul Risorgimento. Inserti molto ricchi, fatti da storici specialisti. È stato un vivaio e questo, in genere, nei settimanali, nei rotocalchi non è mai avvenuto.
Certamente – dico – come si allargava il campo d’azione delle società dell’Eni così «Il Gatto Selvatico» si allargava, non si ingrossava ma si espandeva, tanto che a un certo punto abbiamo fatto dei numeri in lingua, non solo in lingue straniere ma addirittura in lingue che hanno una scrittura assolutamente diversa dalla nostra e, quindi, con dei problemi grafici non indifferenti, che sono stati risolti benissimo. Per esempio quello in lingua araba. Adesso... son cose minori. Ma per l’Africa, ad esempio, ricordo che abbiamo fatto un bel numero sulla poesia africana, su Léopold Sédar Senghor, che allora era un poeta. Poeta e basta. Poi è diventato presidente. Era insomma una rivista con un’apertura internazionale. Avevo una grande libertà, una grande autonomia. Mattei non ha mai voluto farmi sapere: «Qui vorrei questa cosa, qui quest’altra». Mai niente. Sono stati dieci anni di libertà assoluta. E, poi, la libertà di muovermi senza dover render conto a nessuno. Io non avevo orario d’ufficio, ma il giornale usciva regolarissimamente anche quando, negli ultimi anni, si stampava a Torino. Certe volte arrivavo in ufficio alle 11 mentre tutti, e Mattei stesso, arrivavano ben prima. Però, riuscivo, lavoravo, ah!, questo sì, con molta felicità proprio perché era come un lavoro artigianale in mezzo a questo colosso industriale.
È stato un senso come di avventura pionieristica per me molto vitalizzante, in un campo nuovo, moderno che mi faceva sentire nel mio tempo, pienamente inserito; non come si dice dei poeti «sempre chiuso nella torre d’avorio» ma, invece, immerso nella realtà viva e contemporanea.
Racconto di Attilio
Bertolucci, dall’Archivio storico
Eni, 28 gennaio 1989
cover story
Dall’alto la prima copertina di «Il gatto selvatico», uscita nel luglio del 1955 e altre copertine della rivista. Via via la grafica perde il segno identitario forte per poi liberarsi del tutto e puntare sulla riuscita visiva, senza preoccuparsi di «fare» house-organ. Una tendenza importata dall’America, dove le copertine dell’immenso artista Charley Harper per una rivista aziendale come «Ford Times» hanno fatto davvero epoca. Ma riparleremo di questo artista. Riuscita anche la copertina Bur per l’antologia del «Gatto». Un tocco vintage dello Studio grafico TheWorldofDOT. (s.sa.)