Giuseppe Antonelli, Domenica-Il Sole 24 Ore 4/9/2011, 4 settembre 2011
A CIASCUN AUTORE LA SUA PAROLA
«L’estupor di un poème è as,teptare la vigilia con la tagà di un apò mechanès theòs: gedogen la välvilja come la Bild della serendipity». Potrebbe essere l’inizio di un racconto in europanto – la lingua artificiale inventata nel 1996 dallo scrittore e traduttore Diego Marani – e invece è solo un collage delle dieci parole che saranno presentate quest’anno al Festivaletteratura di Mantova nell’ambito della rassegna intitolata «Vocabolario europeo» (Välvilja «benevolenza», ad esempio, è la parola scelta da Bjorn Larsson: come si dice nella sua definizione, «una delle parole più generose e solidali della lingua svedese»).
Non chiederci la parola, scriveva Montale: il Vocabolario europeo invece lo ha fatto. Negli ultimi quattro anni ha chiesto a cinquanta scrittori di ventisei lingue diverse di indicare una parola che per loro fosse particolarmente significativa.
Allo stato attuale, risultano rappresentate quindici delle ventitré lingue ufficiali dell’Unione europea, più altre cinque lingue parlate sul territorio dell’Unione (negli anni scorsi, anche due dialetti italiani: il sardo di Giorgio Todde e il siciliano di Santo Piazzese), più sei lingue di Paesi che dell’Unione non fanno parte (come il russo di Viktor Erofeev o l’islandese di Gudrun Eva Mínervuddóttir). Lingue romanze, germaniche, celtiche e slave, anche lingue non indoeuropee (come il basco, portato al Festival del 2008 da Bernardo Atxaga) per un Vocabolario tutto particolare, che invece di spiegare le parole le racconta.
Un paio d’anni fa una scrittrice dai tristi occhi cerulei, gracile e un po’ impacciata, venne a parlare della parola Lager. Raccontò dell’indifferenza con cui oggi in Germania si usa tranquillamente per definire i campeggi estivi, dell’incommensurabilità di quel male a qualunque altro, della sua esperienza della dittatura e della sua appartenenza a una minoranza linguistica; se ne andò senza aver quasi firmato autografi. Ventisei giorni dopo le veniva conferito il premio Nobel per la letteratura: era Herta Müller, scrittrice rumena di lingua tedesca.
Quando Leopardi, in una pagina del suo Zibaldone, vagheggia un «Vocabolario universale Europeo», immagina che l’opera («degna di questo secolo, ed utilissima alle lingue non meno che alla filosofia») si debba fondare su «esempi giudiziosamente scelti di scrittori veramente accurati e filosofi». A Mantova quegli scrittori sono stati convocati di persona, perché nel caso del Vocabolario europeo non basta la parola. Come navi in bottiglia, le definizioni vengono costruite a poco a poco dal di dentro: aggiungendo – nel corso degli incontri – un particolare, un aneddoto, una riflessione (Apò mechanès theòs è l’espressione greca per deus ex machina: la giovane scrittrice Kallia Papadaki l’ha scelta perché secondo lei «testimonia il rassegnato senso di impotenza che contraddistingue l’animo dei greci da Euripide in poi»).
In certi casi, quella che emerge è l’irriducibile diversità tra le lingue: l’intraducibilità di parole che pure – come il gallese hiraeth (2008), l’albanese mall (2009), il portoghese saudade (2010) – indicano a volte un sentimento simile di indicibile malinconia (così è anche per il bulgaro tagà, la parola scelta quest’anno da Georgi Gaspadinov: «Prossima per significato a parole come tormento e malinconia, si appalesa in quella fase del giorno quando le mosche svolazzano semiassopite»).
In altri casi, risalendo per li rami fino all’etimo, le parole creano percorsi sotterranei, come quello che nella prima edizione legava il croato kruh «pane», scelto da Predrag Matvejevic´, alla condizione di senza patria (Heimat) denunciata dallo scrittore italiano di lingua tedesca Joseph Zoderer: è proprio da kruh, infatti, che deriva l’epiteto spregiativo crucco, con cui gli italiani definiscono a volte i tedeschi (Gedogen – in neerlandese «tollerare» – è la parola scelta da Hermann Koch: «Tollerare significa sentirsi superiori agli altri. Si tollera una persona nonostante abbia un colore della pelle diverso o professi un’altra religione. La domanda che non ci poniamo quasi mai è che cosa provi colui che è tollerato invece di essere trattato con rispetto, da pari a pari»).
Sempre e comunque risulta esaltata quella straordinaria varietà che rappresenta una fondamentale risorsa culturale per l’Europa, ben al di là dei suoi confini politici. «L’originalità dell’Europa è l’immensa diversità delle lingue e delle culture che esse riflettono», scriveva il linguista Paul Hagège all’inizio degli anni Novanta: «L’europeo vive nel plurilinguismo. Dovrà allevare i suoi figli e le sue figlie nella varietà delle lingue e non nell’unità».