Gilberto Corbellini, Domenica-Il Sole 24 Ore 4/9/2011, 4 settembre 2011
CELLULE IMMORTALI PER UN BESTSELLER
Il 4 ottobre di sessant’anni fa, in una corsia del Johns Hopkins Hospital di Baltimora, moriva, per insufficienza renale acuta dovuta a metastasi multiple disseminate, Henrietta Lacks. Nessuno, a parte i familiari, avrebbe mai ricordato l’esistenza di quella trentunenne di colore, già madre di cinque figli, povera e semianalfabeta. Se non fosse che, qualche mese prima, mentre si sottoponeva a un trattamento radioterapico locale, alcune cellule sane e alcune tumorali della sua cervice uterina erano state prelevate con una biopsia e date a George Otto Gey. Questi era uno zoologo e genetista che voleva essere il primo a coltivare in vitro cellule umane, e ci riuscì con quelle prelevate a Henrietta: probabilmente anche in ragione delle caratteristiche acquisite da quelle cellule per una singolare ricombinazione del genoma del virus del papilloma umano, che causa il cancro della cervice dell’utero, con il genoma della Lacks. Se Gey le avesse brevettate, come si farebbe regolarmente oggi, sarebbe diventato un magnate. Ma apparteneva a una generazione di scienziati per cui la gratificazione intellettuale della scoperta o dell’invenzione bastava come premio, e riteneva di far parte di una repubblica della conoscenza. Fece anzi circolare il più possibile quella prima linea cellulare umana, così come altre che mise a punto creando al Johns Hopkins un laboratorio di colture cellulari. Aveva così inizio l’evoluzione delle linee di cellule HeLa, da Henrietta Lack. Grazie alla propagazione delle cellule tumorali immortali che l’avevano uccisa, la sfortunata donna divenne così una figura familiare tra gli scienziati, più che presso i suoi stessi figli.
La vicenda di Henrietta Lack e delle HeLa è stataraccontata in numerosi libri divulgativi, nonché in saggi di sociologia della scienza. Nessuno era tuttavia riuscito a trarne una storia capace di appassionare l’opinione pubblica, e allo stesso tempo di far riflettere in modo non scontato sui rapporti scienza e società. Un risultato ottenuto dal libro di Rebecca Skloot. Pubblicato l’hanno scorso, ha meritatamente guadagnato numerosi riconoscimenti (tra cui il Wellcome Trust Book Price, che viene assegnata a un libro dedicato ai temi della salute e alla medicina), recensioni praticamente solo positive, è stato venduto in centinaia di migliaia di copie e la casa di produzione di Oprah Winfrei lo sta trasformando in un film. Quali sono i motivi del successo?
La Skloot è una "scrittrice creativa" che tratta argomenti biomedici. Una figura che esiste solo nel mondo anglosassone: possiede competenze scientifiche, capacità narrativa e deontologia giornalistica – secondo gli standard anglosassoni, ça va sans dire. Il libro ha quattro protagonisti, Henrietta, sua figlia Deborah (nata nel 1949 e morta due anni fa), le cellule HeLa, che danno forma al punto di vista cangiante degli scienziati e delle istituzioni scientifiche, e l’autrice. Sì, perché contiene anche la ricostruzione di come si sono svolte le ricerche, durate dieci anni, per scriverlo.
Il successo del libro è l’ennesima prova che la scienza interessa (e molto!) al largo pubblico. Cosa che in Italia si fatica a capire, a causa di una generalizzata sedazione intellettuale dovuta ad abuso di scadente cultura umanistico-letteraria. Piace pensare che il libro abbia avuto successo, non solo perché affronta una vicenda da cui emerge un passato tragicamente recente di diseguaglianze razziali, ma anche perché non scade nella retorica o nel populismo antiscientifico. Non sfrutta gli aspetti eticamente e socialmente controversi per mettere sotto accusa la scienza e gli scienziati. Non cade, per esempio, nel fraintendimento di applicare gli standard etico-legali odierni, per cui non sarebbe etico prelevare delle cellule a un paziente senza chiedere il suo consenso informato, come fu fatto con Henrietta. Né specula moralisticamente sul fatto che mentre i figli della Lacks sono rimasti poveri e male istruiti, la moltiplicazione di quelle cellule ha contribuito a una cospicua parte degli straordinari avanzamenti scientifici e ricadute tecnico-diagnostiche, tra cui vaccini, cure per tumori e procedure di clonazione e mappatura di geni, che hanno reso famosi, potenti e ricchi molti scienziati e imprenditori dell’area biomedica nell’ultimo mezzo secolo. Usando le HeLa sono stati scritti oltre 60mila articoli scientifici: numero che aumenta al ritmo di 300 ogni mese. La Skloot, però, sbaglia quando stima, calcolando una progressione geometrica, che sino a oggi sia stata prodotta una quantità di HeLa da riempire 100 edifici equivalenti all’Empire State Building (50 miliardi di tonnellate). È assurdo. Di certo, però, il numero in circolazione è di gran lunga superiore a quello di tutte le cellule del corpo di Henrietta (cioè più di 100mila miliardi).
Il libro racconta fatti. Lasciando fuori i giudizi dell’autrice. Che non rinuncia a trasmettere i toni emotivi dei rapporti tra i protagonisti. Ricostruisce sia alcuni aspetti un po’ farseschi della storia. Come quando entrò in campo il solito Jeremy Rifkin, paventando catastrofi planetarie dovute alla notevole capacità replicativa e adattativa delle HeLa; di cui alcuni biologi parlano come di una specie a sé stante, battezzata Helacyton gatleri. E non trascura passaggi importanti, come la sentenza della Corte Suprema del 1990, che diede torto a un altro paziente famoso, John Moore, il quale aveva fatto causa all’Università della California in quanto aveva brevettato cellule prelevate da un suo tumore. La Corte Suprema stabilì che il materiale biologico di scarto, ottenuto durante una procedura clinica, non è di proprietà del paziente, e quindi può essere usato per sviluppare tecniche o prodotti commerciali. Anche se non sono stati violati leggi o principi morali la storia provoca disagio e un’intuizione di ingiustizia. Colpisce l’incapacità dei ricercatori di capire le difficoltà dei figli della Lacks di concettualizzare l’esistenza in vita di parti del corpo della madre, o le loro reazioni alla scoperta che quelle cellule avevano prodotto soldi e privilegi. Mentre loro non potevano permettersi le cure sanitarie di base. Anche su quest’ultima questione, la Skloot dà una lezione di stile. Prima dell’uscita del libro ha creato la Henrietta Lacks Foundation, per aiutare i discendenti di Henrietta a curarsi e a pagarsi gli studi. La fondazione promuove anche iniziative per sensibilizzare, attraverso la storia delle HeLa, la comunità sociale di riferimento sul valore della scienza. Al momento le donazioni arrivano soprattutto da scienziati che individualmente sentono di dover ricompensare la società, in questo caso la famiglia Lacks, per il privilegio di aver avuto a disposizione i resti immortali di Henrietta.