Armando Massarenti, Domenica-Il Sole 24 Ore 4/9/2011, 4 settembre 2011
INTELLIGENTI FINO A DIVENTARE STUPIDI?
«L’efficacia epistemica della stupidità» è un saggio pubblicato
in Ripensamenti
(et al. edizioni) che contiene scritti del grande filosofo di Harvard Nelson Goodman e di Catherine Z. Elgin. La quale ci ricorda che grande maestro di stupidità fu Socrate, con
il suo «sapere di non sapere» che lo rendeva
il più saggio tra gli uomini. «Le teorie della conoscenza attualmente in voga portano spesso alla sorprendente conclusione che
la stupidità favorisce le prospettive di conoscenza di una persona, mentre l’intelligenza le mitiga». Ma «l’inutilità epistemica dell’intelligenza non coincide con la conclusione fatalistica dello scettico, secondo cui, poiché nessuno sa niente, uno stupido non è svantaggiato rispetto agli altri. È un risultato ancora più sbalorditivo: poiché qualità della mente come la sensibilità, l’ampiezza di vedute e l’acume interferiscono spesso con la soddisfazione dei requisiti della conoscenza, gli individui carenti di queste qualità dispongono di un vantaggio epistemico». Vengono in mente escalation classiche del tipo: «Furbo, furbissimo: un fesso»; o «buono, molto buono, un vero coglione», cui ora potremmo aggiungere: «diventò intelligente, sempre più intelligente, fino a diventare un cretino». E il versante italiano di quegli antimodernisti che intervengono sui quotidiani in queste settimane in un anacronistico dibattito filosofico lo fa un po’ pensare. Studiosi come la Elgin, o il relativista Goodman, essi non saprebbero neppure come catalogarli. La Elgin, da buona filosofa analitica, costruisce un paradosso secondo cui, per esempio, se
un grande conoscitore di vini, Holmes, che del Bordeaux riconosce tutte le sfumature,
lo individua come tale, secondo alcune delle più accreditate teorie della conoscenza egli è sullo stesso piano di Watson, che di vini sa pochissimo ma che comunque saprebbe dire se sta bevendo o no un Bordeaux. Entrambi "sanno" che si tratta di quel tipo di vino. Ma Watson, grazie alla sua rozzezza, potrebbe essere messo persino meglio di Holmes
dal punto di vista della conoscenza! La conclusione della Elgin è che non è saggio limitare l’epistemologia allo studio di ciò che le teorie considerano conoscenza: «Serve invece un’ampia riflessione sui tratti più salienti e su ogni genere di maniere con
cui esse contribuiscono o interferiscono
nella reciproca realizzazione dei processi cognitivi». Il che, detto per inciso, non significa affatto svalutare la conoscenza. Permette però di capire perché Socrate, pur non sapendo nulla, può essere considerato
il più saggio tra gli uomini.