ANAIS GINORI , la Repubblica 4/9/2011, 4 settembre 2011
PHILIPPE STARCK
Muri e pavimenti bianchi, molta luce. Arredo spoglio, minimalista. Philippe Starck è seduto dietro a una grande tavolo di marmo. Dalle finestre dell´ufficio, si vedono gli alberi dell´avenue Paul Doumer, a due passi dal Trocadéro. Ha reinventato il suo mestiere, eppure non sente di farne parte. «Può sembrare strano, ma non mi considero un designer». Le fiere di architettura e di arredamento lo annoiano terribilmente. «Cerco di occuparmene il meno possibile, e solo se costretto». Le riviste specializzate si accumulano nelle stanze, non le sfoglia neppure. «All´estetica, preferisco l´etica. Per me l´oggetto in se stesso non ha alcuna importanza, mi sta a cuore il beneficio che potrà trarne la persona che lo usa».
Il suo nome si è trasformato in marchio globale e trasversale, la sua impronta è finita su automobili e canottiere, pastasciutta e librerie, discoteche, stazioni ferroviarie, negozi e musei. In quarant´anni di carriera, non c´è cosa che Starck non abbia immaginato con la sua matita. Dalla riscoperta dell´oggetto più banale, come uno spremiagrumi, fino alle opere di ingegneria più sofisticate. Ultimamente sta progettando case ecologiche in legno ad alta tecnologia. Il prodotto al quale tiene di più? Ride, spalancando gli occhi azzurri: «Molte persone hanno dormito nei miei alberghi e mangiato nei miei ristoranti, si sono lavate i denti con i miei spazzolini oppure sono state sedute sulle mie sedie. Un inventario di tutto quello che ho prodotto è impossibile, e forse sarebbe anche un elenco poco interessante».
La risposta a una sola domanda lo porta subito lontanissimo. Chi lo conosce sa che è difficile fermare i suoi pirotecnici discorsi. È un grande comunicatore, un affabulatore. Qualcuno gli ha rimproverato di vendere soprattutto se stesso. Per spiegare come lavora è capace di andare a cercare il coefficiente di penetrazione dell´aria degli aerei, la tavola periodica degli elementi primari di Mendeleev, le tecniche di guerriglia dei maoisti peruviani di Sendero Luminoso. Il design è soltanto un pretesto, il linguaggio di un «autistico moderno» come Starck si definisce. «Non ho mai fatto un prodotto senza essere mosso anche da idee politiche, visionarie o sovversive».
Un attimo di pausa, riprende fiato. E comincia a parlare della famiglia. Genitori borghesi di Neuilly, il sobborgo chic di Parigi, che portano il figlio a messa in latino tutte le domeniche. Il padre, André Starck, è considerato un genio europeo dell´aeronautica. Il piccolo Philippe si addormenta sotto al suo tavolo da disegno, eredita la conoscenza intuitiva, la fede nel progresso tecnologico. Poi l´imprevedibile. La madre di Starck coglie il nuovo vento di libertà dell´epoca e decide di divorziare, lasciando solo il figlio di otto anni. «Mi è crollato il mondo addosso» ricorda Starck che entra in rotta con il padre, abbandona la scuola, frequenta bande poco raccomandabili. Viene fermato più volte dalla polizia, per quasi dieci anni passa le giornate accampato nel parco di Saint-Cloud, su una panchina. «Esiste ancora, l´ho mostrata a Jasmine». La giovane moglie è accanto a lui, prende appunti mentre racconta. Sono inseparabili. «Ho sempre vissuto relazioni passionali. Ne sono stato ricompensato soprattutto alla fine della mia vita», confessa guardando Jasmine che ha appena partorito una bambina chiamata Justice, «un concetto che mancherà sempre più alle future generazioni». All´età di sessantadue anni, Starck è diventato padre per la quinta volta, dopo aver avuto i figli Ara, Oa, K e Lago, nati da precedenti unioni. Il designer che detta tendenze e mode è stato un giovane emarginato, quasi un clochard intellettuale. Appena compiuti diciotto anni si salva dalla strada con l´unica dote che ha: la creatività. Una «malattia mentale», sostiene. La sua fortuna.
Nel 1969 realizza una delle sue prime opere, alcuni mobili gonfiabili per Pierre Cardin. Quasi subito però decide di mettersi in proprio, fonda la sua compagnia, Ubik, in omaggio al romanzo di Philippe Dick. Dell´infanzia turbolenta gli rimane un temperamento selvatico, solitario. Starck è diventato famoso per aver concepito i luoghi della mondanità, dalla mitica discoteca Les Bains Douches al Café Costes, ma in realtà conduce una vita spartana e ritirata. «Vivo nella mia bolla, circondato dalle poche persone a cui tengo».
Cammina solo per Parigi scrutando i passanti, in cerca dell´ispirazione di un attimo. Piccoli segnali che gli altri non vedono, piccole tappe che anticipano i mutamenti in corso. «Sono come le balene che non mangiano grossi pesci, ma si nutrono filtrando attraverso le fauci solo microrganismi». Nella sua dieta intellettuale, Starck evita la televisione, non va al cinema, non frequenta mostre. Legge pochi romanzi. «La più bella storia mai scritta è quella dell´umanità. È un libro abbastanza facile, comincia quattro miliardi di anni fa con i batteri e finisce tra altri quattro miliardi di anni quando il Sole esploderà».
L´uomo-prodotto Starck si professa anche contro il consumismo e il lusso sfrenato. Ha progettato alberghi come Royalton e Hudson di New York, il Delano di Miami, il Mondrian di Los Angeles, i Saint Martin´s Lane e Sanderson di Londra, fino all´ultimo a Parigi, il Royal Monceau. Eppure, quando non è in giro per il mondo, Starck abita in una «capanna» - così la chiama - sull´Ile aux Oiseaux, nella Gironda. Colture di ostriche a perdita d´occhio e niente più. Spesso viene in Italia, nella casa di Burano, suo altro ritiro segreto. «L´unico rimpianto della mia vita è non essere nato italiano», scherza. L´Italia è il paese che lo accoglie all´inizio della sua carriera, quando è uno sconosciuto neodiplomato dell´Ecole Nissim de Camondo di Parigi. Inizia a collaborare con marchi come Driade, Alessi, Kartell. «Amo l´Italia perché, nonostante tutto, continua a essere al centro dell´umanità. Venezia, che conosco bene, è la punta della civilizzazione occidentale, l´unico luogo dove si sono sviluppate avanguardie di utopia sociale e commerciale».
Come tanti stranieri, Starck guarda al decadimento della nostra vita politica con incredulità. Azzarda un´ipotesi: «Forse siete vittime delle vostre qualità intrinseche. Sono i popoli felici, come sono gli italiani, che diventano meno rigorosi sui loro governanti e sul sistema istituzionale». Poi cerca di sviare: «Non voglio criticare l´Italia, avete la capacità di meravigliarci ancora. In Francia non potremmo mai ritrovarci nella vostra situazione. Qui siamo degli eterni scontenti. I francesi alimentano un movimento contestatorio permanente». Trent´anni fa Starck era stato chiamato dall´allora ministro della Cultura Jack Lang per arredare l´Eliseo del socialista François Mitterrand. Altri tempi. «Oggi non c´è nessun posto al mondo nel quale si possa rintracciare una personalità politica pari a quella di Mitterrand».
L´adolescente irrequieto finito a vivere su una panchina non ha perso la voglia di provocare. Con l´età, il designer sente anzi di essersi radicalizzato. «Sono più consapevole dei miei mezzi. Insieme al grande potere che mi dà la mia fama, sento di avere anche dei doveri». Lavora ad alcuni progetti per il design ecologico: dalla macchina elettrica alla barca solare. Ha lanciato un laboratorio per la ricerca sulla creatività. E intanto ha inaugurato con degli amici il Mama Shelter di Parigi, un albergo democratico «come il jeans», che ora dovrebbe essere replicato a Lione, Bordeaux, Istanbul e in altre città. Dalla sua bolla-osservatorio Starck è convinto che sia tornato il momento di sperimentare. La crisi economica, le catastrofi naturali, la sfiducia nella politica e nello Stato, le proteste in piazza dei giovani senza futuro. Piccoli e grandi segnali che l´Occidente sta morendo. E noi, davanti a un bivio. «Scomparire come gli antichi romani o gli incas. Oppure inventarci una nuova civilizzazione. Sono mutazioni che avvengono ogni due o tre secoli, e noi ci siamo dentro. Non è entusiasmante?» chiede Starck. Ed è inutile aspettare la sua risposta.