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 2011  settembre 05 Lunedì calendario

VITA DI CAVOUR - PUNTATA 177 - QUANTO CONTA IL PIEMONTE

Docce fredde per il conte, suppongo.

Sì, però Cavour, dopo aver constatato amaramente « le improntitudini » dell’alleato, la sua « perfidia e malafede », elaborò naturalmente una linea di condotta, di cui troviamo traccia nelle lettere a Nigra...

Nigra stava a Parigi?

Sì, anche se Walewski aveva avvertito che con i maneggi segreti bisognava farla finita, che da quel momento in poi si sarebbe proceduto solo ed esclusivamente per via ufficiale (e tuttavia, come sappiamo, Napoleone insisteva a voler incontrare solo Nigra). Cavour scrisse al suo quasi-figlio: « pel momento è impossibile il camminare perfettamente o per meglio dire apertamente d’accordo con l’Imperatore ». Bisognava perciò che, mentre Napoleone teneva di necessità un linguaggio pacifico, il Piemonte assumesse un contegno « risoluto e deciso », che rendesse insopportabile all’Austria quello stato di cose. D’altra parte non è che Bonaparte avesse smesso di oscillare tra una possibilità e l’altra, assicurò per esempio a Nigra che « la sua politica non è mutata e non muterà », se ci pensa una presa di posizione al limite del ridicolo in quel momento. Perciò Nigra sostenne col conte che «la parola capace di produrre i più grandi avvenimenti doveva essere pronunciata non a Parigi, ma a Torino, e che i fili della trama ingarbugliati dall’imperatore dovevano essere riafferrati e rimessi in ordine» proprio da Cavour.

I due si scrivevano in italiano o in francese?

Tutt’e due, mischiando anche le due lingue quando stavano insieme, e magari inserendo a un tratto il dialetto piemontese. Cavour, dandogli ragione, gli rispose in italiano. Si doveva « agire con note e con scritti sull’opinione pubblica durante i mesi di marzo, aprile e giugno. In giugno si manderebbe un ultimatum su Piacenza, sugli armamenti e poscia si romperebbero le ostilità ». Il seguito è profetico: « Seguendo questa via vi è la chance che l’Austria commetta qualche imprudenza. Lo stato attuale è per essa incomportabile. Smunta di danari non saprà fra breve a qual mezzo ricorrere per andare avanti. Tenendo conto del carattere irascibile e violento dell’imperatore F.G. (cioè Francesco Giuseppe - ndr) è sperabile che irritandolo con continue punture si riesca a farle fare qualche improntitudine che lo metta diplomaticamente dal lato del torto ». In realtà, era una linea disperata. I pacifisti, ogni giorno, guadagnavano punti. I russi proposero un congresso: colpo di grazia a Cavour e al movimento nazionale. Praticamente, la fine.

Perché?

Il congresso veniva convocato per evitare la guerra, no? Cavour lo definì, specie per i lombardo-veneti, « désastreux ». L’idea di una nuova discussione sul duca di Modena in Moldovalacchia e sul Carignano in Grecia era insopportabile. E i piemontesi, poi, sarebbero stati ammessi o no?

Come non ammetterli? Si parlava della questione italiana...

Non era scontato. Se non fossero stati ammessi, Cavour, primo responsabile di quell’umiliazione e sconfitto nei fondamenti della sua politica, si sarebbe dovuto dimettere. Se i piemontesi fossero stati ammessi, invece, si sarebbero seduti vicino ai rappresentanti degli altri stati italiani, che sarebbe stato impossibile non invitare. Ma erano tutti amici degli austriaci! E sovrani assoluti… Forse il termine « désastreux » non rendeva neanche l’idea.

Che si poteva fare?

Intanto chiedere di partecipare. E il 21 marzo il conte inoltrò la sua domanda, comunicando che il Regno di Sardegna, se non avesse preso parte ai lavori, non avrebbe accettato nessuna delibera. La sera andò a teatro e qui lo raggiunse La Tour d’Auvergne. Il ministro francese gli aveva comunicato nel pomeriggio che le cinque potenze si sarebbero riunite senza ammettere il Regno di Sardegna. «L’ammissione al congresso è possibile - disse invece adesso - prima però ci vuole il disarmo generale». Stavano nel palco del Regio, e La Tour, pronunciate quelle parole, dovette subire la furia del conte. Lui e il re non avrebbero mai tradito i volontari, piuttosto Vittorio Emanuele si sarebbe messo alla testa di quei seimila e da solo si sarebbe scagliato contro gli austriaci, le mie dimissioni sono pronte, l’abdicazione di Sua Maestà pure e però prima sappia che daremo fuoco ai quattro angoli della Terra...La mattina dopo, a mente fresca, Cavour, benché più calmo, informò La Tour che di disarmo non era neanche il caso di parlare. Incaricò poi Emanuele d’Azeglio di dire a Malmesbury quanto segue: «Se non ci vogliono al congresso, allora vuol dire che non intendono sottrarre l’Italia al tallone di ferro che la opprime. Che succederà in questo caso? O Napoleone III accetterà questo piano, cosa poco probabile, oppure no, e allora sarà la guerra. Nella prima ipotesi, l’Italia cadrà preda delle passioni rivoluzionarie, il partito moderato sparirà, non solo dal governo, ma dall’intera scena politica. La rivoluzione s’estenderà alla Francia, governata a quel punto da un sovrano privo di ogni prestigio. Ne seguirà una conflagrazione generale, molto più pericolosa del conflitto che si paventa in questo momento. Nel secondo caso, avremo le mani libere. Non saremo più tenuti ad alcun riguardo verso nulla e nessuno».