BRUNO QUARANTA, La Stampa 5/9/2011, 5 settembre 2011
Port-Royal Dio era una scommessa - Nella Francia del Seicento si arriva con la Rer. E con l’autobus 464, fermata Boloyer, la numero diciassette, come il secolo d’oro
Port-Royal Dio era una scommessa - Nella Francia del Seicento si arriva con la Rer. E con l’autobus 464, fermata Boloyer, la numero diciassette, come il secolo d’oro. Di lì a piedi verso la galleria di platani che annuncia Port-Royal. Vigilando, semmai si profilasse la carrozza di Mère Angélique, la badessa bambina (aveva undici anni quando si insediò) che svetterà come l’Antigone cattolica. La sua profezia talvolta magnificamente riappare. Come è accaduto nei mesi scorsi, quando Port-Royal , il monumento-capolavoro di SainteBeuve, in Italia assente da almeno mezzo secolo, ha trovato asilo in un Millennio Einaudi. «Non si entrerebbe con emozione nei recinti di Port-Royal se PortRoyal non restasse attuale» osserverà il viaggiatore Piovene, che raggiungeva la Chevreuse preferibilmente d’estate, «assenti da Parigi quasi tutti gli amici per le vacanze, chiuse perfino le botteghe». L’attualità-inattualità, per contrasto, del silenzio, del raccoglimento, opposto alla vacua, ebbra modernità, di ieri come di oggi. Non a caso Blaise Pascal, fra le anime che qui si rifocillarono, distillerà il pensiero 168: «... tutta l’infelicità degli uomini ha una sola provenienza, ossia di non saper restare tranquilli in un’unica stanza». Dista pochi chilometri, Versailles, la reggia di Luigi XIV, il Re Sole che farà radere al suolo Port-Royal des Champs, correva il 1711, giusto tre secoli fa, non lesinando la crudeltà - corpi e cuori deposti nel corso di generazioni «furono esumati con barbarie». Era il tragico epilogo della culla giansenistica. «La pretesa di giudizio individuale» (il suo sigillo, secondo Arturo Carlo Jemolo, fra i maggiori studiosi del giansenismo) non poteva non confliggere con l’assolutismo monarchico. Così come non poteva non essere invisa ai paladini della Chiesa trionfante, i gesuiti. Perché interpretare alla lettera l’evangelico «molti sono i chiamati e pochi gli eletti» non aiuta a infoltire i ranghi. L’impavida, disinteressata (impavida perché disinteressata) scommessa su Dio, senza la certezza, cioè, di rientrare fra gli eletti, non si accorda con la tartufesca acquiescenza di padre Barry che offre «a miglior mercato le chiavi del paradiso» nelle Provinciali . Piove a Port-Royal des Champs, alle origini un «dominio» acquitrinoso, mefitico, tanto che le monache dovettero temporaneamente abbandonarlo. Sarà un Solitario Solitari erano i Lumi del cenacolo a «riformare» se non la pianta uomo almeno questa natura corrotta. Robert Arnaud d’Arvilly, fratello maggiore di Mère Angélique, bonificherà, dissoderà, coltiverà frutti e fiori e ortaggi. Un eco del primigenio verziere, verger , «esprit geométrique» e «esprit de finesse» all’unisono, si allarga sulla destra, poco dopo l’ingresso nel paesaggio cantato da Racine: «... praterie di mille colori... un casto paradiso dove regna / su un trono di gigli la verginità, / dove angeli umani con lamento infinito / gemono ai piedi degli altari». Dattorno, le Cascine dei Granai, la fattoria attiva fino al 1984, al centro del cortile il pozzo degli esperimenti di Pascal; la maison dei Solitari (come Antoine Arnauld, Le Maistre de Sacy, Pierre Nicole - i suoi Essais de morale che non poco influenzarono Manzoni -, Claude Lancelot); le «Petites écoles», una nuova frontiera pedagogica, dove i giovani venivano educati nella «pietà, innocenza e semplicità», ulteriore imperativo - ricorda Sainte-Beuve «ricondurre tutto al bel francese»; il Museo che conserva libri, oggetti di virtù (il cilicio, la ceinture de fer di Pascal), i quadri-ritratti di Philippe de Champaigne, il pittore-narratore di Port-Royal. Ci si congeda dall’ottocentesco, memorialistico edificio stile Luigi XIII, sul frontone il memento «Hora fugit utero», tutto, tutti, si tornerà a essere polvere, per raggiungere i cento gradini che conducevano i Solitari all’Abbazia, là-bas . Ne rimangono le fondamenta e la piccionaia. No, nulla venne salvato, il piccolo oratorio che pare debba librarsi da un momento all’altro come un vascello risale al 1891 - la foggia neogotica è nitida -, sorto per ospitare il primo museo. Ma all’Abbazia, ai suoi resti, si può arrivare anche per diverse vie. Lasciata la tenuta, rimirata una campagna sommamente «madame», che cova l’orgoglio in ogni zolla, ripercorso il viale dei platani, ecco lo chemin Jean Racine, quasi stretto, a rammentare la «giansenistica» porta evangelica. Lo si discende meditando il sogno di Athalie, sapendo che accadde, che è continuato ad accadere (gli Ebrei in cattività, deportati, dopo la distruzione del Tempio, a cui guarda Racine, prefigurando, chissà, la Shoah): «Ma non ho più trovato che un orrendo miscuglio / d’ossa e di carni livide trascinate nel fango...».