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 2011  settembre 04 Domenica calendario

SE FARLA FINITA È UN´OPERA D´ARTE

- Probabilmente a nessuno sarebbe venuta voglia di ripescare un curioso manuale pubblicato dall´autore a proprie spese nel 1926, se nel frattempo, proprio quell´autore, con uno pseudonimo, non fosse diventato una celebrità a livello mondiale. L´inventore del manuale intitolato 21 ricette pratiche di morte violenta, una vera e propria istigazione al suicidio condotta con i tratti tipici dello humour nero, si chiamava Jean Bruller e faceva il disegnatore. Aveva quasi subito imparato ad accompagnare i suoi disegni con testi brevi come in questo caso. Accadde però che nel ´42 Jean Bruller firmasse, con lo pseudonimo di Vercors, un racconto intitolato Il silenzio del mare. Lì per lì non trovò l´editore e, come ai suoi esordi, fece tutto da solo. Fondò Les Éditions de Minuit che, clandestinamente, fecero uscire il racconto, un libretto di novantasei pagine. La trama è celebre, ma la ricordo per chi non avesse avuto l´occasione di leggere quella storia. I tedeschi avevano invaso Parigi fin dal 1940. Vercors racconta la Resistenza di due francesi costretti a ospitare in casa l´ufficiale tedesco Werner von Ebreman, un compositore per altro persona molto gentile e amante della cultura. Bene: zio e nipote (una ragazza) oppongono all´ospite sgradito un assoluto silenzio. In altri termini, non gli parlano mai, mentre lui non fa che parlare della Francia, degli scrittori francesi e via seguitando. Lo stesso Vercors curò una riduzione teatrale dove nell´ultima scena si vedono zio e nipote che fanno colazione: l´ufficiale tedesco è andato via, ma loro non si scambiano neppure una parola. Bene, questo racconto tradotto in molte lingue, fece il giro del mondo e la fama di Vercors oscurò quella di Jean Bruller.
Nella prima edizione della garzantina letteraria, che è del ´72, non si fa alcun cenno a Jean Bruller, ma si dice che Vercors esordì con il racconto Il silenzio del mare, anch´esso un racconto paradossale (mesi di silenzio opposti a un conversatore affabile), così come era stato un suo racconto illustrato, Il matrimonio del signor Lakonik uscito nel ´31 e mai tradotto in italiano (lo farà tra breve la casa editrice Portaparole, la stessa che ha proposto le ricette suicidarie). Lakonik lavora in un Ufficio Reclami e il suo compito è quello di rispondere «Perfettamente» a ogni rimostranza. A forza di non ascoltare ciò che gli dicono, Lakonik è diventato sordo e si mette in testa di sposare un´altra impiegata, che lavorando all´Ufficio Informazioni, era ovviamente muta.
Ma è tempo di aprire il prezioso libretto con le ventuno ricette per morire presto e bene. Esso nacque perché Jean, che allora era poco più che ventenne, essendo del 1902, si trovò a corteggiare senza successo una ragazza, Yvonne Paraf, e per esprimerle il suo stato d´animo disegnò appunto un uomo che si suicida. La ragazza (che sarebbe in seguito diventata l´anima de Les Éditions de Minuit) non si intenerì, ma rispose con un altro disegno, che rappresentava un altro suicidio. Nacque così in Jean l´idea di perfezionare la cosa, arrivando alla compilazione molto semiseria del manualetto. Che, è opportuno dirlo, ebbe una seconda edizione nel ´77 in Francia presso l´editore Tchou: un´edizione firmata Vercors con una serie di integrazioni scritte cinquant´anni dopo. Ed è questo il libro, a cura di Flavia Conti, che propone ora Portaparole, con le illustrazioni dell´autore. Si comincia con il suicidio per esplosione delle cervella. Viene considerato molto adatto a personaggi da romanzo, come il giovane Werther, «il cui suicidio, di uno stile veramente notevole, potrà essere di esempio a ogni suicida di buon gusto». Va detto, aggiunge l´autore, che di rado è messo in atto con eleganza. Cinquant´anni dopo però Vercors si rammarica per essere stato troppo severo.
Nel frattempo molti grandi scrittori come Majakovskij o Hemingway, lo hanno messo in pratica, confermandone la nobiltà. Dunque siamo di fronte a una sorta di trattatello sul suicidio come opera d´arte, non privo di risvolti sfacciatamente culturali. È noto che chi sceglie il «suicidio per immersione prolungata totale» ama anche indirizzarsi a fiumi dal passato illustre, come l´Arno o il Tevere, evitando corsi d´acqua di dubbia frequentazione come la Senna o la Loira. Ed ecco il codicillo alla seconda edizione: «Si può considerare un progresso il fatto che, a causa del forte inquinamento di mari e fiumi, la morte è assicurata anche dall´intossicazione?»
Nell´elenco figurano suicidi obsoleti come quello per asfissia carbonica, ormai sostituito dal suicidio a mezzo gas. Qui l´umorista rischia il cattivo gusto quando allude alle camere a gas del Terzo Reich, ma si sa che l´umorismo è un genere pericoloso. Dimenticavo di dire che Jean Bruller divide i suicidi in attivi e passivi. Essi assomigliano agli avventurieri che possono vivere l´avventura in prima persona o parteciparvi con la fantasia restando a casa propria. Così l´aspirante suicida se è timido, sensibile e buono, conviene che sia attivo e scelga presto il metodo che più gli si addice. Se invece è un uomo, seguita Bruller, dotato di energico egoismo, egli è nato per il suicidio passivo e vivrà dunque a lungo.
Il sesto capitoletto è dedicato a un classico: il suicidio per impiccagione. Nel Medio Evo era un ottimo metodo di suicidio passivo e veniva celebrato in pompa magna. Oggi si preferisce l´intimità della propria casa. Tra i classici viene citato anche il suicidio per recisione delle vene, con inevitabile citazione di Petronio, e quello per impalamento: «Questo genere di morte si addice alle persone molto pigre e ai filosofi. Il fatto che sia poco usato», conclude Bruller, «ci dice che al mondo non ci sono né veri pigri né veri filosofi. Ed è un pensiero consolante». Il capitoletto numero undici prende in considerazione il suicidio per ingestione da parte di animali. Una volta bastava farsi cristiani e si finiva in pasto ai leoni. Nell´edizione del ´77, Vercors ricorda che il presidente ugandese Idi Amin Dada ha rimesso in auge l´uso del coccodrillo come strumento divoratore. Si possono organizzare charter per suicidi di gruppo. Come dice lo slogan di una agenzia di pompe funebri americane «Venite e noi faremo il resto».
Jean Bruller, naturalmente, si guardò bene dal mettere in pratica qualcuna delle sue ventuno ricette, anche se scrisse nell´introduzione d´essere scampato a un triplice tentativo di suicidio messo in atto per compiacere l´editore che cercava pubblicità. Ma l´editore era lui stesso e dunque il gioco è scopertissimo. D´altra parte corteggiare la morte in forma così smaccata è un modo per rendere la vita molto più accettabile. Bruller-Vercors morì nel 1991, quasi novantenne. Per un allegro aspirante al suicidio non è male: del resto ne aveva ipotizzato uno, l´ultimo del suo libretto, per eccesso di longevità.
Enrique Vila-Matas ha dedicato un libro di racconti al tema del suicidio (Suicidi esemplari, 1991) ma andando all´indietro non mancano i cultori della necrofilia più o meno esilarante. Chi ha visto al cinema Harold e Maude non dimenticherà mai i tentativi di suicidio, tutti catastroficamente falliti, messi in atto dal giovane protagonista prima di incontrare la vecchia scultrice Maude con la quale divide la passione per i funerali. Ma se proprio bisogna cercare una conclusione, credo sia il caso di chiederla alla cinica e saggia Dorothy Parker, che così sintetizza, da intenditrice, il proprio pensiero sul suicidio: «I rasoi fanno male/I fiumi sono umidi/L´acido lascia tracce,/ E le pillole danno i crampi./ Le pistole sono illegali,/ I cappi cedono,/ Il gas ha una puzza orrenda,/ Tanto vale vivere».