Davide Frattini, Corriere della Sera 03/09/2011, 3 settembre 2011
TORNA IL MISTERO DELLE INFERMIERE BULGARE: «IL RAIS DIEDE LORO IL VIRUS PER INFETTARCI» —
La siringa che ha distrutto Wael non è quella contaminata con il virus dell’Hiv. E’ stata l’iniezione di soldi a rovinargli la vita, quel milione di dollari che il regime ha intimato a lui e alle altre famiglie di pigliare, perché la smettessero di cercare giustizia e di voler scoprire che cosa sia successo tredici anni fa. I contanti hanno comprato le auto di lusso, l’appartamento più grande per la madre e i sette fratelli, i tre piani da affittare in un palazzo in costruzione, i viaggi verso la Tunisia e l’Egitto. Hanno anche attirato l’invidia e la macchia sociale, ancora più opprimente di quando a scuola lo chiamavano «Aids».
Wael è uno degli «iniettati», il soprannome che si sono scelti, uno dei 426 bambini infettati nel 1998 all’ospedale pediatrico di Bengasi. Quella che potrebbe essere stata negligenza nella clinica (aghi sporchi e riutilizzati) era stata trasformata da Muammar Gheddafi in un caso internazionale, nell’occasione per ricattare l’Europa durante gli anni in cui la Libia discuteva la fine delle sanzioni e i risarcimenti per la strage di Lockerbie. Il governo aveva arrestato cinque infermiere bulgare e un medico palestinese, li aveva processati e condannati alla fucilazione per poi rimandarli a casa nel 2007, dove hanno ritrattato le confessioni, estorte — raccontano — sotto tortura.
I bimbi sono cresciuti insieme, 63 sono morti, 12 si sono sposati tra di loro, nella famiglia allargata sono arrivati cinque nuovi figli nati sani. I pazienti hanno una loro palazzina dove tutti conoscono tutti, il regime aveva voluto tenerli separati. Adesso i vicini di casa sono cambiati, la caserma delle milizie gheddafiane è stata presa dalle brigate degli insorti. «Abbiamo dovuto ridurre l’orario di apertura, dopo il tramonto è ancora troppo pericoloso, resta una zona militare — spiega il pediatra Alsalhin Bengleil —. Durante la rivoluzione i rifornimenti di medicine sono stati bloccati a Tripoli, una vendetta del raìs contro Bengasi». Lui e altri medici libici restano sicuri che il virus sia stato iniettato dalle infermiere bulgare. «Quando abbiamo scoperto il primo caso, eravamo stupiti perché l’Hiv era quasi inesistente a Bengasi. Siamo risaliti al personale di turno e abbiamo visto che c’era sempre una di loro: i bambini erano venuti per una normale vaccinazione o iniezione». La teoria del complotto non ha retto il contro-esame dei virologi Luc Montagnier e Vittorio Colizzi. Su richiesta del governo libico nel 2003 hanno analizzato i campioni di sangue e stabilito che alcune infezioni precedono l’arrivo delle infermiere nell’ospedale.
Massoud e Tamira sono stati i primi a sposarsi e «a me hanno dato il coraggio di andare avanti», racconta Wael. «Per anni sono stato innamorato di una ragazza all’università, non le avevo detto di essere ammalato. Dopo aver ricevuto il risarcimento, il regime ci ha usato come simboli, tutti sono venuti a saperlo. Il padre mi ha imposto di non vederla più, sono andato per dirle addio e lei si è rifiutata di parlarmi. Eppure una dottoressa in Italia — dove sono stato curato per un anno assieme agli altri ragazzi — mi aveva spiegato che il mio livello virale è molto basso e avrei potuto vivere con una donna sana».
Alla fine Wael ha sposato Farah, si vedono in corsia da quando sono piccoli. Farah ha 18 anni, i capelli bruni raccolti sotto il velo, è stanca e chiede di andare all’ospedale per un controllo. E’ incinta, al secondo mese. Ha studiato solo alle elementari, non è riuscita a continuare la scuola privata dove si era iscritta perché i compagni la maltrattavano. Wael vorrebbe portarla a Roma o Milano, «ma ho paura di non ottenere il visto». «Servono cure particolari e non voglio che subisca quello che è successo a Tamira. Quando Massoud l’ha accompagnata all’ospedale, i medici hanno scoperto che aveva l’Aids e l’hanno mandata a partorire in un garage».
Ramadan Faituri estrae la chiave Usb con il sorriso di chi ha in mano la combinazione per aprire le porte sul mistero. Ci tiene memorizzati tutti i documenti raccolti in questi anni, le foto dei bambini morti, le carte dell’inchiesta che i ribelli sono riusciti a scovare negli archivi del regime. E’ convinto che il complotto sia stato pianificato dal Colonnello, torna a parlare del «britannico» — era emerso anche durante il processo show voluto da Gheddafi — l’uomo che avrebbe passato alle infermiere le fiale con il virus. «Mia sorella è stata infettata ed è morta quando aveva quattro anni. Muammar ci ha usati, non sappiamo perché. Quando la situazione nel Paese si sarà stabilizzata, chiederemo al nuovo governo di riaprire le indagini e di ottenere l’arresto internazionale di questo inglese che lavorava in Libia».
Wael insiste per portare il caso alla Corte dell’Aja. «Gheddafi ha commesso un crimine contro l’umanità. Tutti parlano del carcere di Abu Salim, degli abusi contro i prigionieri. Anche noi siamo stati torturati, ne portiamo i segni, fuori e dentro. Non sappiamo quanto sopravviveremo, quando la condanna a morte verrà eseguita».
Davide Frattini