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 2011  settembre 04 Domenica calendario

LA RICCHEZZA DELLA VARIETA’. QUANDO USARE TU, LEI E VOI


Nel 1939 una rivista interpellò Alberto Savinio, Elsa Morante ed il fior fiore della cultura italiana sulla faccenda del virile «voi» o il borghese «lei». A parte che entrambi sono meglio del gratuito «tu» che oramai ci becchiamo quotidianamente da persone sconosciute, vorrei sapere come mai era nata questa acredine contro il «lei» e quasi tutti i nostri eroi dell’epoca si erano schierati per il «voi».
Umberto Brusco
scobru49@gmail.com

Caro Brusco,
Se vuole qualche interessante notizia storica sull’uso degli allocutivi di cortesia nella società italiana, potrà leggere una consulenza linguistica dell’Accademia della Crusca pubblicata sul sito della maggiore istituzione linguistica nazionale (http://www.accademiadellacrusca.it/faq/faq_risp.php?id=5497&ctg_id=93). Scoprirà tra l’altro che questi allocutivi (il tu e il voi sino al Cinquecento; il tu, il voi e il lei sino a tempi relativamente recenti) rispecchiavano gradi diversi di solennità, familiarità, rispetto, gerarchia sociale e potevano essere persino intercambiabili, nel corso di una stessa conversazione, ogniqualvolta la scelta dell’uno o dell’altro serviva a meglio esprimere un sentimento, una raccomandazione, una esortazione, un ordine.
Dopo avere letto articoli di Beppe Severgnini su Sette e di Vittorio Messori sul Corriere a proposito del tu, ho ripreso in mano, per una sorta di verifica pragmatica, alcuni dei dieci romanzi scelti da Paolo Mieli per un collana intitolata «I romanzi d’Italia», pubblicata da Rizzoli in occasione del 150° anniversario dell’Unità: «Le ultime lettere di Jacopo Ortis» di Ugo Foscolo, «Le mie prigioni» di Silvio Pellico, «I promessi sposi» di Alessandro Manzoni, «Cuore» di Edmondo De Amicis, «Le avventure di Pinocchio» di Carlo Collodi, «Il piacere» di Gabriele D’Annunzio, «I Viceré» di Federico De Roberto, «Piccolo mondo antico» di Antonio Fogazzaro. Nel romanzo epistolare di Foscolo prevale il voi. Nelle memorie della lunga detenzione di Pellico in una fortezza boema, i carcerieri danno del lei al prigioniero, ma questi ricorre spesso al voi. In «Cuore», quando la polizia cerca di sgombrare un porticato che costeggia il corteo reale, il signor Coretti, veterano delle guerre risorgimentali, mostra a un brigadiere la sua medaglia, e questi gli dice rispettosamente «restate». Pinocchio dà del voi a Geppetto e a Mastr’Antonio, ma usa ora il tu ora il lei nel suo dialogo con la Fatina dai capelli turchini. In «Piccolo mondo antico» i personaggi usano generalmente il lei. Nel «Piacere», Andrea Sperelli alterna, con le sue amanti, il voi e il tu. Nel «Viceré», i notabili catanesi che chiedono al duca di accettare la candidatura al Parlamento italiano dopo il plebiscito siciliano del 1860, dicono: «Veniamo a pregarla affinché ella accetti…».
Secondo i linguisti della Crusca, il caso più interessante è quello dei «Promessi sposi» dove le variazioni sono particolarmente numerose. Ecco il quadro degli esempi, tratto da un’altra consulenza linguistica della Crusca: «Voi/voi, tra Agnese e Perpetua (due popolane); tra il Cardinale Federigo e l’Innominato (sconosciuti di alto rango ma in una disposizione d’animo più vicina alla confidenza che al distacco); tra Renzo e Lucia (fidanzati e poi sposi); tra Don Rodrigo e il Conte Attilio (cugini di famiglia nobile). Lei/lei, tra Conte zio e Padre provinciale (autorità laica e religiosa); tra Don Ferrante e Donna Prassede (una «coppia d’alto affare»). Tu/tu, tra Renzo e Tonio (amici di modesta condizione); tra Renzo e Bortolo (cugini di modesta condizione). Tu/voi, tra Agnese e Lucia, tra Agnese e Menico (in una famiglia di modesta condizione). Tu/lei, tra Conte zio e nipote Attilio (in una famiglia nobile); tra Don Rodrigo e il Griso (padrone e servitore). Voi/lei, tra Don Abbondio e i parrocchiani (autorità religiosa); tra il Cardinale e Don Abbondio (superiore e sottoposto nella gerarchia ecclesiastica); tra l’Innominato e Lucia (un nobile e una popolana)».
Non so quali e quanti intellettuali italiani siano stati favorevoli alla campagna fascista per l’abolizione del lei. Ma le suggerisco di ricordare, caro Brusco, che l’antifascismo della maggior parte della nostra intelligencija cominciò nel 1942, non nel 1939.