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 2011  settembre 04 Domenica calendario

«SERVE UNO SFORZO DA 400 MILIARDI. LO PUO’ FARE SOLO UN GOVERNO TECNICO»

Alessandro Profumo è appena tornato dalla Bolivia. Erano anni che non si concedeva una vacanza così, ma neanche ora che non ha più la responsabilità di guidare UniCredit è riuscito a staccare davvero. Da seimila miglia di distanza, ha continuato a seguire la tempesta che ha investito l’Italia, poi il salvataggio a opera della Banca centrale europea. In proposito ha idee piuttosto precise ma, in una pausa del Workshop Ambrosetti di Cernobbio, si chiede se nel Paese ci sia la stessa consapevolezza.
Teme che in Italia non ci sia la coscienza di quanto siamo dipendenti dall’aiuto della Bce?
«Da parte di un mondo più tecnico direi di sì. Da parte dei cittadini, temo di no. Ma siccome poi sono i cittadini che votano, mi pare opportuno creare una forte consapevolezza del fatto che il Paese è in una fase estremamente difficile dal punto di vista finanziario ed economico. Quindi sono assolutamente necessari interventi».
Parla delle riforme e dell’austerità che chiede la Bce?
«Anche qui bisogna fare chiarezza. Gli interventi non vanno fatti perché li chiede l’Europa, ma perché sono indispensabili a tenere in ordine una casa, come si dovrebbe fare ovunque».
È questo ciò che qualcuno in Italia non capisce?
«Quello di cui non ci si rende conto, è che se si arrivasse al punto di rottura dell’euro — e ciò può avvenire se il rifinanziamento del debito di un Paese come il nostro non dovesse essere più sostenibile — salterebbe tutto il progetto europeo. Gli italiani starebbero peggio, bisogna che questo sia chiaro. Siamo a un bivio».
La nostra crisi ha una causa esterna, il contagio partito dalla Grecia…
«Dopodiché ce n’è una interna. Che avessimo un debito molto elevato era più che evidente. È vero che il deficit è stato tenuto sotto controllo. Ma il debito, accoppiato a una crisi politica latente, ha generato la mancanza di credibilità che stiamo scontando».
Siamo ancora sovrani delle nostre scelte o a questo punto l’Italia può solo fare ciò che le detta la Bce perché di fatto siamo in un programma europeo?
«Sovrani non siamo: senza gli acquisti di Btp da parte della Bce e senza il finanziamento della Bce alle banche italiane la situazione sarebbe ingestibile. Ma rimaniamo sovrani nel senso che dobbiamo tirarci fuori noi da questo problema. A me dà fastidio il concetto del programma europeo di salvataggio, perché sembra quasi che ci deresponsabilizziamo. Non sopporto sentir dire "l’Europa ci chiede". È nel nostro interesse e nell’interesse dei nostri figli che dobbiamo fare una serie di cose. Il problema è che la nostra generazione, tutelando i propri privilegi, frega chi viene dopo. E a questo punto anche noi stessi».
Eppure la reazione nel Paese in fondo è blanda e confusa…
«È qui che vedo l’inconsapevolezza. Si parla di speculazione, di mercati finanziari cattivi e via elencando. È necessaria una presa di coscienza. Siamo come una persona malata: parte dicendo che rifiuta di avere una malattia, poi è arrabbiato, poi si deprime, poi finalmente accetta e reagisce. Noi dobbiamo passare in fretta alla fase dell’accettazione e della reazione».
Se lei dovesse indicare due o tre priorità immediate?
«Sarebbe fondamentale realizzare un’operazione fiscale per consentire un abbattimento del debito in un colpo solo e in modo significativo».
Una patrimoniale?
«Sicuramente».
In questo caso dovrà essere una patrimoniale non da poco.
«Consistente, sì. Dobbiamo riportare il debito sotto il 100% del Pil. Significa tassare i ricchi sul loro patrimonio, non solo sul loro reddito».
Ha in mente una cifra per un’operazione del genere?
«È una manovra da 300 o 400 miliardi di euro. Con un intervento da 400 miliardi, il debito potrebbe calare dal 120% a circa il 90% del Pil. Allo stesso tempo bisogna rivedere i meccanismi di spesa, altrimenti una patrimoniale rischia di essere solo un’una tantum che non intacca gli squilibri. Ma i due aspetti non si escludono a vicenda, si devono combinare».
Pensa anche a interventi nel mercato del lavoro?
«Certamente nel mercato del lavoro c’è una fortissima dualità. Il livello di precariato è insostenibile».
Privatizzazioni?
«Anche. E liberalizzazioni, disparità di ricchezza da gestire tramite la fiscalità, divario giovani-anziani, divario Nord-Sud. Serve un ridisegno complessivo per ridurre i tassi sui nostri debiti pubblici e privati e avere un’economia in grado di crescere: tutti interventi che vanno realizzati in uno spirito concertativo».
Non si perderebbe troppo tempo a convincere tutti?
«Non credo: oggi la situazione è così critica che molte persone nelle parti sociali sono più convinte di quanto non sembrino. Sanno che non c’è tempo da perdere. Ma se manca un progetto coerente, nessuno vuole essere il primo a sacrificarsi».
Questo è un programma di governo? Lei ha detto di recente che non esclude un impegno in prima persona...
«Non è un programma di governo, semmai ne è la parte economica. Del resto la politica è gestione del bene comune e se ci fosse la richiesta di un impegno potrei solo dire che se posso essere utile sì, lo farei. Non sta a me giudicare se posso essere utile e in che momento o in che forma. Non è questione di ambizioni. Ma se posso servire in qualche modo, lo faccio volentieri».
Quando lei parla di concertazione, pensa a un governo tecnico sostenuto dal maggior numero possibile di forze in Parlamento e fuori?
«Penso che sia difficile fare una operazione fiscale forte con uno sfondo elettorale: una fase intermedia sarebbe opportuna. Un governo di parte non vorrebbe la responsabilità di una manovra da 300 o 400 miliardi».
Perché le banche italiane soffrono tanto sui mercati?
«Le banche italiane sono solide. Il problema è che hanno prospettive di reddito molto basse, legate alla bassa crescita, ai bassi tassi, a strutture di costo piuttosto rilevanti. In Italia abbiamo due volte gli sportelli per abitante che ci sono in Germania. C’è poi un rischio di credito piuttosto elevato, vista la quantità degli incagli. È un insieme di prospettive non positive».
Insomma gli attuali prezzi di saldo in Borsa sono giusti?
«No, sono illogici. Implicano perdite non credibili a meno che non si pensi che il debito pubblico italiano non verrà ripagato. In Italia il debito pubblico incide sulla percezione delle banche e il problema non è la quantità di capitale, ma il finanziamento».
Vuol dire la liquidità a breve termine?
«Anche a medio-lungo. Il finanziamento avviene a tassi che diventano la base sulla quale gli istituti applicano i tassi sulla clientela. Se lo spread dei Btp sui Bund sale a 330 punti-base, questo è il punto di partenza per le banche nel ricarico alla clientela. Significa che le imprese italiane corrono i 100 metri con uno zaino di sassi sulle spalle. Dobbiamo togliere questo zaino mettendo a posto il bilancio pubblico».
Intanto possiamo contare ancora sull’aiuto della Bce? O rischiamo invece di mettere a rischio l’euro?
«Sull’aiuto della Bce non possiamo certo contare se non facciamo i compiti a casa. Tutto il dibattito sulla manovra ha mostrato una totale assenza di leadership politica. Ma sono convinto che prima di arrivare al punto di mettere a rischio l’euro, l’Italia avrà la capacità di reagire».
Federico Fubini