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 2011  settembre 03 Sabato calendario

ARRIVÒ B. E NULLA FU PIÙ COME PRIMA

La vita, in un refuso, ci sta eccome. Pure comoda. Infatti quando un correttore di bozze scrisse che era uno scrittore artigiano anziché astigiano, tutta la vita di Bruno Gambarotta fu scritta – per sempre – in una consonante. “Il destino è così: decide lui. Ti fa fare cose incredibili. Io ho sempre amato lavorare con le mani, la fantasia, la concretezza, da vero artigiano. Mai avrei creduto di poter vivere una carriera come la mia. Pensi che mi ritrovai a passare da semplice cameraman torinese, ad assistente del responsabile programmi in studio a Roma, nel cuore dell’impero. Tutto in sei mesi.
Meglio del Grande Fratello.
La Rai era la Rai, a quei tempi. Nel 1962 sono entrato per concorso come fotografo per le riprese video. Nel 1965 ci fu una selezione per diventare funzionario, ma solo chi aveva la laurea poteva partecipare. Io no. Inventarono una scappatoia: anche senza alloro, chi vantava un curriculum artistico ben documentato veniva ammesso. Mi diede le referenze Umberto Eco, per un lavoro sul cinema fatto insieme.
Il poverino non poteva immaginare che in seguito lei avrebbe recitato assieme a Massimo Boldi e Claudia
Koll.
Ma prima che lei diventasse santa, eh.
Forse vale più dire che ha lavorato anche con Tognazzi e la Melato?
Chi lo sa, ho fatto di tutto. E comunque Eco l’ho avuto anche come professore, nella tivù dei professori. Grazie alla sua sponsorizzazione fui ammesso al famoso concorso, e finii a Viale Mazzini subito dopo la dipartita del grande Sergio Pugliese, pilastro della genesi aziendale. Seguì una fase di riorganizzazione interna, e io capitai nel ruolo di assistente al capo di tutte le produzioni che si facevano negli studi Rai.
Una pacchia.
Un lavoro serio. Però diverso da come me l’aspettavo. A quel tempo bazzicavo la Scuola di Francoforte, studiavo Adorno, mi vedevo destinato a discussioni viscerali sui massimi sistemi. Invece si trattava di un progetto molto più semplice: dovevamo parlare di valori come la famiglia, il risparmio, la proprietà privata. Un po’ di cultura generale, stile I Maestri del colore, e poi il teatro o il grande romanzo popolare tradotto in video.
La celebre tv pedagogica.
Ricordo ancora Ettore Berna-bei fare quel gesto. Disegnava davanti a noi un cerchio con gli indici delle due mani e diceva: parlate di quello che vi pare, inventatevi qualsiasi cosa, però ogni problema che vorrete aprire dovrà essere chiuso, c’è bisogno di una soluzione da offrire a chi ci segue.
Troppo limitante?
Di certo si sentiva il peso della responsabilità. C’era Francesco Alberoni che ripeteva: sarete chiamati a fare delle scelte, e non saranno facili. Consideri che allora Alberoni era considerato un genio dell’Università di Trento, quella messa su dalla Dc per creare i suoi intellettuali.
Eccoci qua: la politica e la Rai.
Rapporto genetico, inscindibile.
Oggi come allora? Non è cambiato niente?
È cambiato tutto con la tv commerciale. Ricordo ancora il periodo in cui mi affidarono Fantastico, era il 1987. La Rai aveva subìto una spoliazione violenta, da Baudo alla Carrà se n’erano andati tutti. Pippo disse che Berlusconi gli mandava l’autista a casa, Raffaella cedette dopo un mese di 200 rose rosse ogni mattina. Il grande seduttore fece una strage del servizio pubblico.
E lei si vendicò mettendo sul palcoscenico Celentano.
Il tentativo di reagire c’è sempre tra chi non s’arrende al mercato. Però è dura. Ricordo una volta quando Angelo Romanò, uno dei dirigenti più quotati, ce lo disse chiaro in faccia: abbiamo venduto la serata del sabato allo share del 20%. Dovete beccare quello: né di più, né di
meno. Ma io come facevo, scusi?
Come faceva?
Non facevo. Infatti a un certo punto chiesi di tornarmene a Torino, per seguire magari cose più piccole. Tipo Non Stop. Ma anche lì mi andò male: da Verdone a Troisi mettemmo su una banda di sconosciuti e saltò fuori un programma storico.
Che disastro.
Comunque adesso il pericolo non esiste più. Nessuno viene pagato per pensare a un progetto diverso, per rischiare. Tutto è in mano agli agenti e alle case di produzione. I vari Caschetto, Ballandi, Fandango. Per non parlare di Endemol: quelli fanno un sacco di soldi con Rai e Mediaset, comprano e vendono format a seconda delle loro convenienze. Che ci frega del pubblico e del servizio reso?
Ma la Rai dice: il pacchetto chiavi in mano conviene.
Diciamo la verità. La sindacalizzazione in azienda ha fatto grandi danni. C’era un’epoca in cui se lavoravi per noi costavi tre volte di più, portavi in giro una troupe da stadio, non lavoravi nel giorno di trasferta, volevi la camera a cinque stelle e così via. Adesso però abbiamo buttato via il bambino con l’acqua sporca, tutto il talento e le risorse interne sono finite in mano alla concorrenza o ai privati: se le rivuoi paghi doppio.
Tutto è denaro.
Esatto. Per esempio, se a una trasmissione Rai dovessero chiamare Verdone e lui non fosse tanto convinto, magari a uno come me direbbe sì: ero io a sbatterlo fisicamente davanti al pubblico quando cominciò con le sue imitazioni proprio a Non stop. Stava barricato nel camerino. Se invece io passo da un’altra parte mi porto dietro tutti i legami, le relazioni professionali, tutto il capitale Rai che s’è creato in cinquant’anni e che oggi sembra svanire giorno dopo giorno.
Facciamo i nomi.
Sempre quelli, da Santoro a Saviano la trafila è nota. È uno stillicidio che fa perdere la caratteristica più importante in assoluto: l’orgoglio Rai. Perché una volta, se tu lavoravi lì, facevi sempre e solo il meglio. Ho visto gente buttata sotto un tir o sopra una gru per tirare un cavo, chiudere un’inquadratura, piazzare un dettaglio.
Il management la convince?
No. Anche se devo ammettere che è rappresentativo. Quello che accade nel cda è identico a ciò che vediamo in Parlamento. L’Italia è a pezzi come il cavallo di Viale Mazzini. I programmi tv non servono più a tenere insieme il Paese, com’era una volta. Alla fine in video c’è forse l’Italia più vera, c’è quello che siamo diventati, solo che non ci piace vederlo.
Però lei ancora frequenta. Fa fiction, per esempio...
Adesso, col commissario Manara dove ho una particina, è tutto velocissimo. Gli attori escono dal camerino con dietro il coach che gli ripete le battute.
Pure a lei?
Io devo dire solo: commissario, ha chiamato sua madre. Oppure: è arrivato tizio per l’interrogatorio. Fin lì ci arrivo anche da me.