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 2011  settembre 03 Sabato calendario

REDDITI DEGLI ELETTORI SUL WEB, MA L’ONOREVOLE PRIVACY RESTA

Siamo ormai allo “stato di polizia tributaria”, al “grande inquisitore”, alla “schedatura totale come mai s’è visto in una democrazia liberale”. Era l’agosto di cinque anni fa quando Silvio Berlusconi arringava in questo modo il Parlamento contro un decreto-manovra del governo Prodi che tentava la via della lotta all’evasione attraverso la tracciabilità dei pagamenti. Peggio fu quando Vincenzo Visco mise online i redditi degli italiani nell’aprile 2006: una “gogna”, anzi “istigazione all’invidia sociale”.
OGGI È TUTTO dimenticato e le stesse cose le propongono proprio il Cavaliere e Giulio Tremonti: il problema, a questo punto, sarà però far votare questa roba al Parlamento, un posto pieno – si sa – di intellettuali assai pensosi della deriva orwelliana della società contemporanea e per questo sacralmente dediti alla tutela della propria privacy. Sono i timori per il Grande Fratello prossimo venturo che li spingono a ignorare da anni la proposta dei Radicali di “una anagrafe pubblica degli eletti e dei nominati” e sempre a certe loro preoccupazioni filosofiche si deve lo scarso successo tra gli onorevoli della possibilità di pubblicare sul web il loro stato patrimoniale: ad oggi, infatti, solo 145 su 945 tra deputati e senatori hanno accettato di rendere visibili a tutti guadagni e proprietà, in percentuale fa il 15,34% del totale.
Solo che adesso anche quegli 800 gelosi custodi della riservatezza dovranno approvare la norma che consente ai comuni di caricare su Internet i guadagni di tutti i cittadini. “Spero che abbiano la decenza di rendere consultabili da tutti le loro dichiarazioni patrimoniali prima di votare: sarebbe una vergogna pretendere dai cittadini ciò che non si ha nessuna intenzione di accettare per sé”, spiega la radicale Rita Bernardini, che ha dato il via all’iniziativa: “Faccio presente che quest’obbligo dovrebbe valere anche per tutti gli incarichi di nomina governativa (presidenze, cda, etc) e invece non c’è traccia di dati da nessuna parte. Brunetta che dice?”.
La lista completa degli onorevoli “trasparenti”, per i più curiosi, si trova all’indirizzo http://anagrafepub  blica.radicaleaks.it/  : si tratta di 108 deputati su 630 e 37 senatori su 321. La maggioranza sono del Pd (84, tra cui ovviamente i 9 radicali), seguono 29 berlusconiani, 9 eletti dell’Idv, 7 dell’Udc, 5 di Fli, 3 leghisti, due “responsabili” e sei iscritti al Gruppo Misto.
TRA I LEADER di partito hanno finora aderito solo Antonio Di Pietro e Pier Ferdinando Casini (nel Pd il pezzo più grosso è Anna Finocchiaro), tra i membri del governo solo i ministri Franco Frattini e Renato Brunetta, più l’ex dipietrista Aurelio Misiti, recentemente assurto al sottosegretariato alle Infrastrutture (è un fan del Ponte sullo Stretto).
I lettori più avvertiti potrebbero a questo punto obiettare che la pubblicazione online di questo materiale dovrebbe essere obbligatoria: una legge del 1982, infatti, già impone a tutti i parlamentari di depositare e aggiornare ogni anno la loro dichiarazione patrimoniale e dei redditi presso la Camera d’appartenenza, la quale provvede ad inserirla in un bollettino cartaceo consultabile da chiunque si presenti a Palazzo Madama o a Montecitorio. È proprio qui che, all’italiana, s’infila il cavillo: la legge infatti prevede che i redditi degli eletti siano consultabili dagli elettori, non da chiunque. “Perché la pubblicazione sul web diventi un obbligo va cambiata la legge – rispondere al Fatto un funzionario – perché online i redditi dei parlamentari non sarebbero visibili solo agli elettori, ma anche, ad esempio, ai cittadini stranieri e ai minorenni”. Cosa potrebbe mai cambiare se un tedesco o un sedicenne avessero accesso al patrimonio dei parlamentari non è dato sapere, ma finché c’è cavillo c’è speranza.
“Non c’è nessuna legge da cambiare – obietta Bernardini –. I presidenti di Camera e Senato ci farebbero una miglior figura se rendessero da soli la pubblicazione obbligatoria: hanno i poteri per farlo”. Fini e Schifani, sia detto per inciso, non hanno messo i loro redditi online.