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 2011  settembre 05 Lunedì calendario

APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 5 SETTEMBRE 2011

«Non è più una garanzia in Europa, non possiamo contare su di lui come lasciapassare per i palazzi di Bruxelles»: così, la settimana scorsa, il premier Silvio Berlusconi si sarebbe lamentato del ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Carmelo Lopapa: «Berlusconi si ritiene responsabile fino a un certo punto della situazione di incertezza generata anche oltre confine. Se c’è un “artefice” dei tentennamenti che hanno generato confusione, quello è il suo ministro dell’Economia. È stato l’inquilino di via XX Settembre a fare della sterzata sulla lotta all’evasione il marchio di questa manovra. Tanto più dopo le correzioni apportate proprio da Tremonti con i “suoi” emendamenti depositati in commissione al Senato. “Non ha la bacchetta magica e lo hanno capito anche in Europa” è una delle considerazioni più amare che alti dirigenti Pdl hanno sentito pronunciare dal premier in queste ore». [1]

Potesse, si dice, Berlusconi “licenzierebbe” Tremonti. Francesco Verderami: «Ma si lamenta di non poterlo fare, “perché non ho il potere di revoca, dovrei chiedere le dimissioni di tutti i ministri per riuscirci. E figurarsi se in un momento come questo...”. Non è più una questione di rapporti personali, non è più nemmeno un problema di contesa per la leadership. La frattura tra Berlusconi e Tremonti è di visione strategica, collegata alla linea economica. È come se militassero in coalizioni contrapposte, “perché non esiste — si lamenta il Cavaliere — che in questi anni Giulio sia passato per il capo del partito del rigore e io per il capo del partito della spesa. Io sono il capo del partito della crescita”. Perché “a forza solo di tagli”, è la sua tesi, si finisce per “ammazzare il Paese”». [2]

Di screzi e battute dissacranti tra i due c’è una vasta antologia, pari solo a quella tra il premier e Gianfranco Fini. Verderami: «Negli anni, Tremonti ha paragonato Berlusconi a un “nonnetto”, e Berlusconi ha visto in Tremonti un “cospiratore”. Ora invece c’è solo spazio per elogi e lodi: il titolare di Via XX Settembre sottolinea infatti come “Silvio sia l’unico capace di raccogliere ancora consensi”, mentre il Cavaliere vede nel suo ministro “un tecnico con capacità fuori dall’ordinario”. Ma è proprio questo reciproco riconoscimento delle doti altrui che fa capire come la storia sia davvero arrivata al capolinea. Sul resto il disaccordo è totale». [2]

Il 27 agosto Tremonti era stato l’ospite d’onore del Meeting di Cl. Aldo Cazzullo: «Già prima che apra bocca si capisce che non è il solito Giulio Tremonti del Meeting di Rimini, senza cravatta, in maniche di camicia, abbronzato, con braccialetti multicolori — “essere un po’ leggero e fricchettone non guasta” disse nel 2010 —, in vena di battute. L’ultima, onestamente non male, rimane quella di inizio estate, quando Brunetta e il gigante Crosetto lo affrontarono alla buvette e lui commentò che gli pareva di essere “nel bar di Guerre Stellari”». Quest’anno il Tremonti di Rimini era «vestito da ministro dell’Economia, in grigio con cravatta scura» e non aveva voglia di scherzare. [3]

Al Meeting di Cl Tremonti non ha detto una parola sulla manovra. Alessandro Sallusti: «Ha volato alto (Eurobond, governo europeo dell’economia) e come al solito gioca da solo. Lui è l’economia, Lui è la finanza. Lui sapeva, Lui ha fatto, Lui vorrebbe fare. Verrebbe da dire: ma se è così bravo e l’hanno lasciato pure fare (la sua prima manovra di giugno ha resistito poche settimane al giudizio dell’Europa) perché mai siamo in questa situazione? Domanda inutile, troppo banale per il professore che odia la politica, i politici, i giornali e anche un po’ il popolo degli elettori, fastidioso lasciapassare per arrivare nelle stanze che contano». [4]

Nel 2010 Tremonti era arrivato in Romagna al massimo dell’egemonia. Marco Alfieri: «Fece un discorso ispirato in otto punti dando il via al cantiere delle riforme - fisco, Sud, energia nucleare, infrastrutture, semplificazione, mercato del lavoro e via elencando - dopo due anni tremendi di crisi mondiale e il mantra intoccabile della coesione sociale. Una sorta di grande manifesto politico da premier in pectore, si disse allora, accolto dall’inevitabile scroscio di applausi ciellini e da un Berlusconi geloso e furente». [5] Fabrizio De Feo: «Era inserito nella rosa dei possibili successori per Palazzo Chigi. Veniva omaggiato, pressoché in tutte le dichiarazioni dettate da esponenti del governo, della classica frase-inno: “Meno male che abbiamo Tremonti”. Ed era ben consapevole di avere sulle spalle l’invisibile mantello dell’intoccabilità». [6]

Quest’estate Tremonti ha perso pure il favore della stampa. Alberto Bisin, Michele Boldrin e Sandro Brusco, economisti autori con altri colleghi di Tremonti, istruzioni per il disuso, libro in cui documentavano «quanto strampalate fossero le teorie del ministro dell’Economia e dannose le sue politiche»: «In questo cambio generale d’orientamento si è distinto il Corriere. Ha cominciato Sergio Romano sulla vicenda dell’affitto in nero a Milanese. In seguito è stato il direttore Ferruccio de Bortoli a definire “millenariste” le analisi di Tremonti, “immaginifico ministro dell’Economia”». Secondo gli economisti di NoisefromAmerika.org, il Tremonti «guardiano del bilancio» è un’invenzione dei giornalisti («l’Italia era nel 2008 un paese con alto debito e conti disastrati; continua a esserlo oggi»), i suoi libri «pieni di analisi millenariste e di colbertismo» «baggianate pseudo-colte». [7]

Che sia o meno colpa dei giornalisti, fino a qualche mese fa Tremonti era in cima alle simpatie del Paese, corteggiato dall’opposizione, indicato come possibile presidente del Consiglio, primo nella classifica dei ministri con un indice di gradimento oltre il 50%. Verderami: «Se in men che non si dica è precipitato di circa venti punti, c’è un motivo. A danneggiarlo nei sondaggi pare sia stato il modo in cui la crisi economica si è di colpo avvitata, costringendo così il governo a intervenire per fronteggiare l’emergenza. Per questo Tremonti è finito nel mirino della pubblica opinione. Più che per il “caso Milanese”, che pende comunque come una spada di Damocle sul capo del ministro e rischia di azzopparlo definitivamente se la Camera accogliesse la richiesta d’arresto per il suo ex consigliere politico». [2]

Le ultime settimane sembrano aver definitivamente allontanato Tremonti e Berlusconi. Verderami: «L’ultima querelle è figlia del diverbio sull’aumento dell’Iva. “L’avessimo fatta subito, saremmo stati tranquilli”, impreca sottovoce Berlusconi, che ha visto convalidata la sua tesi dopo la difficile giornata di venerdì, segnata dalle critiche di Bruxelles sui contenuti della manovra, e dall’impennata dello spread tra i Btp italiani e i Bund tedeschi». [2] Tremonti, si dice, ha perso “ai punti” il match della manovra. Roberto Mania: «Non è stato mandato al tappeto, ma il solo fatto che il decreto di Ferragosto sia stato profondamente rivisto in quel di Arcore (luogo simbolico, non a caso) è per il titolare dell’Economia una sconfitta, alleggerita solo in parte dal mancato aumento delle aliquote Iva. Ma è l’immagine di quel che fu il Superministro, intoccabile e inattaccabile, irascibile e altezzoso, che ne esce sbiadita. E questo in politica conta, eccome». [8]

La stagione delle Finanziarie approvate a scatola chiusa sembra ormai finita. [8] Il sottosegretario Daniela Santanché (in un’intervista del 28 agosto): «Il governo è un organo collegiale. Lui è uno dei ministri. Deve abituarsi al fatto che non è lui a comandare, che non può fare le manovre a scatola chiusa, a suo piacimento, con sorpresine non sempre piacevoli. Dov’è finito il ministro della riforma tributaria, della finanza creativa? Ascolti un po’ di più l’anima liberale del partito. La verità è che al più presto dovremo spacchettare le sue deleghe. Non è opportuno che chi gestisce le entrate gestisca anche le uscite. Noi di super ministri e di superuomini non ne vogliamo». [9] Verderami: «Il nodo è politico, ed è stato posto pubblicamente da Maroni, secondo cui “l’Economia va spacchettata, perché non possiamo avere due presidenti del Consiglio”». [2]

Voci interne al Pdl attribuiscono al ministro dell’Economia giudizi severi sul neosegretario Angelino Alfano. Cazzullo: «È semplicemente il mobbing anti-Tremonti che è già cominciato». [3]. Sallusti: «Da mesi è caduto il dogma che “senza Tremonti non si può”. Persino il moderato Sandro Bondi, non più coordinatore del Pdl ma pur sempre nelle grazie di Berlusconi, lo ha definito “un problema”. La sua incapacità di gestire situazioni complesse è evidente, serviva un ministro e nel momento decisivo è emerso il commercialista, che per di più offre ricette a scatola chiusa non condivise dai clienti. Anche lo scudo che la Lega gli ha sempre offerto ormai traballa perché il prezzo che Giulio vuole far pagare è troppo alto pure per il popolo padano». [4]

Il tempo dirà «se anche il ministro dell’Economia sarà incluso nel novero di chi in vario modo — Follini, Casini, Fini — si è messo di traverso a Berlusconi e ne è stato abbattuto, come i mostri del videogame» (Cazzullo). [3] L’inquilino di via XX Settembre, grande amante delle citazioni storiche (Waterloo, la pace di Westfalia ecc.), potrebbe essere protagonista di un nuovo “20 settembre”: quel giorno sarà votata alla Camera l’autorizzazione all’arresto di Marco Milanese, appuntamento che tutti, nel Popolo delle libertà e nel Carroccio, considerano cruciale. Claudio Tito: «Nella maggioranza quasi tutti danno per scontato che l’esito non sarà positivo per l’ex collaboratore di Tremonti: “È andato in carcere Papa, ci andrà anche lui”. Il ministro lo sa e sta ora cercando di capire come affrontare il caso. Tanto che gli uomini del Cavaliere iniziano a pensare che stia costruendo i presupposti delle dimissioni scaricando le responsabilità sul Pdl e non su Milanese. “In ogni caso - chiosava mercoledì Berlusconi - si sta infilando in un cul de sac. Anche perché sa bene che senza Bossi non va da nessuna parte. E Umberto con lui non ci sta più”». [10]

Note: [1] Carmelo Lopapa, la Repubblica 3/9; [2] Francesco Verderami, Corriere della Sera 3/9; [3] Aldo Cazzullo, Corriere della Sera 28/8; [4] Alessandro Sallusti, Il Giornale 28/8; [5] M. A., La Stampa 28/8; [6] Fabrizio De Feo, Il Giornale 29/8; [7] Alberto Bisin, Michele Boldrin e Sandro Brusco, il Fatto Quotidiano 2/9; [8] Roberto Mania, la Repubblica 30/8; [9] c. l., la Repubblica 28/8; [10] Claudio Tito, la Repubblica 1/9.