Giorgio Dell’Arti, La Stampa 3/9/2011, 3 settembre 2011
VITA DI CAVOUR - PUNTATA 175 - A CACCIA DI SOLDI
Tutta la trattativa con Napoleone III s’era svolta in gran segreto, no?
Sì. Gran segreto. I vari ministri e ambasciatori, pur informati dell’incontro di Plombières, non sapevano niente.
E a un certo punto, però, bisognò informarli?
Per Villamarina, l’ambasciatore di Cavour a Parigi, bastò una lettera consolatoria del conte. Walewski, il ministro degli Esteri di Napoleone, ebbe invece una crisi terribile. Pianse e diede le dimissioni. Il trattato franco-sardo contraddiceva tutta la sua politica anti-italiana. Le dimissioni furono respinte, con notevole preoccupazione di Cavour, dato che evidentemente adesso il ministro filo-austriaco avrebbe messo ancora di più i bastoni fra le ruote.
Come fu accolta la notizia del trattato nel resto d’Italia?
Nessuno più dubitava che sarebbe scoppiata la guerra. Folle di volontari accorrevano dalla Lombardia, dalla Toscana e dagli altri stati italiani. Nel trattato era esclusa la formazione di corpi franchi, e tuttavia come rimandare indietro la gente? Il conte convocò Garibaldi. Discussero la formazione di un corpo di «Cacciatori delle Alpi». Il generale accettò di comandarlo. L’avevano visto entrare e uscire da casa Cavour e l’eccitazione aumentò ancora. Al contrario di quanto era accaduto nel ‘48, tutti sembravano smaniosi di obbedire. Quelli di Parma raccontarono che, alla partenza, il capo della polizia aveva detto: «Avessi dieci anni in meno, partirei anch’io. Oh, badate bene di non passar per Piacenza...».
Come mai?
Piacenza era piena di austriaci, stavano fortificando in vista della guerra. Il Sala, milanese, andò alla visita medica per arruolarsi. «Mai avuto il batticuore?». «Due volte, una a Milano alla leva austriaca, per paura che mi prendessero. Un’altra adesso, per paura che mi respingiate». Riempivano i caffè, si sentivano per tutta la notte le loro voci. Morì del suo male il povero Dandolo, i milanesi trasformarono il funerale in una dimostrazione. La Elisa Alemagna, bella donna, venne a Torino e disse, semplice semplice: «Quelle esequie, parevano l’inizio della rivoluzione». Girandola di frasi, emozioni e commozioni. Si fece una cerimonia per Dandolo anche a Torino, Cavour in prima fila.
Quanti erano i volontari?
Ce n’erano di due tipi. I soldati italiani che avevano disertato l’esercito austriaco e gli entusiasti che venivano ad arruolarsi spontaneamente da tutt’Italia. Provenivano spesso dalle migliori famiglie e s’accontentavano del grado di soldati, « i Lioni si tagliano l’irsuto crine per rivestire la semplice assisa del soldato », come scrisse il conte, questo faceva un grande effetto «sulle due sponde del Ticino». In base ai trattati i disertori si sarebbero dovuti riconsegnare all’Austria, regola che Cavour si guardò bene dal rispettare. Poteva anzi innescarsi proprio su questo punto un contenzioso: l’Austria vuole che glieli restituiamo, noi rispondiamo di no, arriva un ultimatum... C’era anche la diffidenza di Napoleone per queste formazioni irregolari... In ogni caso, i disertori furono spediti a Cuneo, dove Garibaldi stava organizzando i Cacciatori delle Alpi. Gli altri vennero inquadrati nell’esercito regolare. Ne arrivavano 100 al giorno, e da un certo momento in poi anche 200. Il 25 marzo il totale risultava pari a 19.656 effettivi, 5mila dei quali arruolati nell’esercito regolare. Gli austriaci, a metà febbraio, avevano rafforzato la II armata e spedito in Italia il II corpo. Cavour aveva allora richiamato le cinque classi dal 1828 al 1832, cioè circa 30mila uomini. Il conte era su di giri. Il 4 febbraio aveva facilmente convinto la Camera a votare un altro prestito da 50 milioni (l’Austria ne aveva a sua volta lanciato uno da 150 milioni, le casse di Vienna erano disastrate quanto quelle di Torino) e adesso i soldi erano stati raccolti.
Rothschild?
No, a Parigi gli avevano messo condizioni assurde. Quattro banche (Rothschild, Saint-Paul, Crédit Mobilier, Fould), e tutte gli avevano detto di no. Certo, i banchieri erano come sempre pacifisti e sapevano che con quei milioni Cavour voleva fare la guerra. E magari poi la guerra l’avrebbe persa. Però anche Walewksi si faceva sentire. Mentre il gruppo Cavour-Nigra-Bonaparte marciava verso il conflitto, il gruppo Malmesbury-Walewski-Cowley (l’ambasciatore inglese a Parigi) lavorava per la pace. Il prestito? Ai banchieri il ministro francese aveva fatto capire: meglio lasciar perdere. Il conte trovò poi i 50 milioni grazie alla copertura offerta da banche sarde, toscane e milanesi, fatto questo che confermava la volontà della classe dirigente italiana di star dietro a Cavour e all’obiettivo dello scontro armato. Il partito della guerra segnò un altro punto quando fu messo in circolazione un opuscolo intitolato Napoléon III et l’Italie . Era il solito schema dell’Italia federata, colorito da slanci utopistici ed esclamazioni romantiche. Politicamente valeva perché tutti sapevano che al testo, scritto da Eugène Rendu e La Guéronnière, aveva messo mano lo stesso imperatore.
E il partito della pace?
Passò all’offensiva. Malmesbury mandò una nota a Cavour e spedì Cowley a Vienna in missione speciale. Poi Walewski impose la pubblicazione sul «Moniteur» di un comunicato tutto conciliante.