GIOVANNA ZUCCONI, La Stampa 3/9/2011, 3 settembre 2011
«I biberon mi salvarono da Trockij» - Per Sergio Staino l’educazione sentimentale è cominciata in un’assemblea
«I biberon mi salvarono da Trockij» - Per Sergio Staino l’educazione sentimentale è cominciata in un’assemblea. «Avrò avuto dodici anni. Una domenica mattina ci riunimmo in una trentina di ragazzi nel sotterraneo della casa di un amico, a Firenze, per decidere come si facevano i bambini. L’assemblea si spaccò in due: chi diceva dal davanti, e chi diceva dal di dietro». E lei a che fazione apparteneva? «Quella sbagliata. Ma demmo grande esempio di trasformismo, siamo stati noi a inventare il compromesso storico: decidemmo che i bambini venivano concepiti dietro ma nascevano davanti. Tutti contenti. Tranne Gianfranco Mugnaini, che era nipote di un’ostetrica e ci spiegò che non funzionava così. Venne espulso. In quell’assemblea c’era tutta l’Italia politica». Qualche decina di anni dopo questi inizi sfolgoranti, l’eros raccontato da Sergio Staino impasta ancora umorismo e sentimento. La politica, idem. Esce da Salani Stainoterapia dell’amore. La miglior cura per la coppia inizia con una risata, una bella selezione delle strisce di Bobo dedicate a sesso, amore, matrimonio, famiglia: è, forse, il preambolo di un progetto più impegnativo, quello di raccontare a fumetti la sua ultratrentennale storia d’amore con Bruna, la moglie peruviana. Che è anche la storia di un’epoca, di una generazione. «L’ho conosciuta a una festa marxista-leninista. Ho visto da lontano una ragazza, pensavo di conoscerla, le ho tirato i capelli, ma quella si è girata di scatto e ha detto: Carajo! Sono arrossito, “mi scusi signorina”. Ho chiesto chi era, era la moglie di un compagno, che tristezza, non potevo, per anni l’ho pensata e sognata, era un’ossessione per me. Mi sentivo un grande eroe, reprimevo la tentazione come Sant’Antonio con il demonio. Noi marxisti-leninisti eravamo la peggiore setta di sessuofobi, l’eros era un frutto proibito per il partito come per madre Chiesa». Toscana, primi Anni Settanta. Come sia andato a finire quell’innamoramento lo sappiamo: Bobo e Bibi sono (anche) Sergio e Bruna, sempre insieme. Non sappiamo invece più che cosa significasse militare in «uno dei più settari, dogmatici e inutili gruppi marxisti-leninisti: il PCD’INuova Unità», come con lieve disincanto Staino scrisse nel 1979 a Oreste del Buono, mitico direttore del mitico Linus , presentando se stesso e Bobo che nasceva. È un racconto che ha molto a che fare con la cultura, con le letture, con lo sforzo di emancipazione: un grande romanzo popolare italiano. «Chiedevo a Bruna se era sicura di lasciare un continente, un marito, i suoi affetti, per mettersi con un professore di educazione tecnica, per di più marxista-leninista filoalbanese». Ma lei è bellissimo, Staino. «Invecchiando sì. Ma allora pensai che Bruna, come tutte le donne, avesse il mito della crocerossina». Che cosa leggeva in quegli anni? «Marx, molto Engels e soprattutto L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato , varie cose di Mao Tze Tung, non Enver Hoxha anche se noi del partito eravamo gli unici ammessi a visitare l’Albania, catechismo ideologico incluso. La cosa terribile è che mi convincevano. Il meccanicismo mi affascinava, o bianco o nero, incaselli e tutto va a posto. Me ne scuso tantissimo. L’estremismo è un’età, una fase che segnala intelligenza. Ma se continua ne diffido molto». L’estremismo come malattia infantile del comunismo, per citare i classici. Ma lei mi pare ne sia uscito per altre malattie, meno ideologiche e più concrete: quelle dei suoi figli quando erano piccoli, e poi la sua agli occhi. «Alzarsi di notte, i biberon, il pediatra: Bucharin e Trockij lasciavano il passo alla vita quotidiana. Nella vita come nei fumetti, la mia prima figlia Ilaria ha avuto il ruolo di smontare gli automatismi. Prima ancora di nascere! Come marxista-leninista appendevo i manifesti contro il nuovo diritto di famiglia (eravamo così: arretrati) ma come futuro padre lo appoggiavo perché mi avrebbe permesso di riconoscere mia figlia anche se non eravamo sposati». Come Bobo, dopo le certezze vennero i dubbi. «Sul piano della fedeltà alla famiglia, i bambini sono estremisti. Se mia moglie sorrideva al benzinaio, Ilaria diceva: devi sorridere solo al babbo. Engels mi risolveva tante cose». E quando era bambino lei? «Vengo da una famiglia povera, anche dal punto di vista delle letture. In casa avevamo solo cinque libri. Romanzetti per signorine regalati a mia mamma, e I promessi sposi di mio padre, carabiniere con la terza elementare. Pinocchio aveva le illustrazioni di Carlo Chiostri, passavo ore a guardarle, il mio amore per il disegno è cominciato così. Per ogni compleanno mi regalavano Incompreso , Il piccolo lord , antologie, libri di storia. Leggevo moltissimo di tutto. Ero una rarità. Attraverso i libri conoscevo più cose di tutti i miei amici». Dove è cresciuto? «Nella campagna fiorentina, terra politicamente agitata. C’erano le Case del popolo e i preti progressisti: due possibilità apparentemente contrapposte di giustizia sociale». I grandi amori dell’adolescenza? «Molti disegnatori, il colore mi interessa meno. È un’operazione intellettuale che impari da bambino: trasformare il mondo da tridimensionale in bidimensionale. Non è facile, diventa un modo di leggere la realtà, vedi una persona e diventa astratta, linee e pieghe. Ho amato e amo Grosz, Schiele. Giuseppe Novello, anche per l’aspetto satirico. Daumier. Hogarth, che come me soffrì di degenerazione retinica. Lo svizzero Toepfer, che sempre per problemi di vista faceva minuscoli disegnini a penna con piccoli ballon, e così, involontariamente, inventò il fumetto». E fra le letture? «Di Brecht mi affascinavano non L’opera da tre soldi ma i drammi didascalici, nel Cerchio di gesso del Caucaso o nella Condanna di Lucullo cercavo conferma poetica al mio dogmatismo. Compravo la collana di teatro di Strehler e Paolo Grassi, il rateale Einaudi, gli Editori Riuniti: compravo io con i soldi di mio padre. I miei li spendevano volentieri, quei quattrini che per se stessi non avrebbero mai tirato fuori: era la speranza che il figlio non ripetesse la loro vita». Altri tempi: il riscatto sociale attraverso i libri. «Amavo Majakovskij: il canto di una rivoluzione che aveva rinnegato la poesia. Ci faceva amare l’Urss al di là degli orridi palazzi stalinisti. E Pablo Neruda, che con grande sentimento univa comunismo e amore. Nel dopoguerra il sindaco Mario Fabiani dava ai suoi ospiti, nei palazzi antichi di Firenze, la mano callosa di operaio. Per me non è retorica, è poesia. Così Neruda. Avevo una bellissima edizione con illustrazioni di Guttuso, con testo a fronte. Lì mi sono innamorato dell’ America Latina, di un Perù sognato, anche se leggevo Maku Pikku invece di Machu Picchu. Lo spagnolo l’ho imparato dopo, da solo, seguivo al mattino presto i corsi di lingua alla radio». Di nuovo: altri tempi. E altra Rai. Già disegnava? «È stato sempre uno sfogo, una valvola di benessere, il nirvana. Laureato in Architettura, avevo un disegno veloce, preciso, conformista. Lo odiavo. Per liberarmi dallo standard, usavo la mano sinistra. Poi nel ’77 la prima rottura della retina: è stato un dramma. "Degenerazione retinica in alta miopia". In ospedale per la rieducazione, era a Trieste in un edificio asburgico, ho ricominciato a guardare. Per allenarmi, ricopiavo la stanza. Il segno era cambiato: sofferto, strano, bello. I primi Bobo sono scavati dentro, c’è sofferenza, emozione. A Linus ho tenuto nascosta la malattia: ero un famoso disegnatore, bella rivalsa verso la sfiga». E adesso? «Lavoro con una tavoletta touch screen e penne digitali molto sensibili, ascolto gli audiolibri (Accabadora letto da Michela Murgia, e Canale Mussolini di Pennacchi letto da un volontario proprio della Bassa veneta), uso la sintesi vocale. Non mi lamento, anzi la prendo con allegria. Vent’anni prima, sarei finito su una panchina: adesso con la tecnologia vivo in un mondo diverso, ma abbastanza aggiornato. Quando manca un senso sviluppi gli altri, memoria inclusa. Capti, memorizzi, ricostruisci. Io ascolto le rassegne stampa, mi faccio leggere le recensioni, e scelgo. Leggere diventa lunghissimo e faticoso, lo fai o per un grande interesse o per un amore grande. Ma lo fai. L’ultimo è Quelli che però è lo stesso di Silvia Dai Prà, sulla sua esperienza di insegnante in una scuola di borgata».