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 2011  settembre 03 Sabato calendario

Montale segreto: fate pure tanti pettegolezzi – «Muore a getto continuo», diceva di lui Bobi Bazlen

Montale segreto: fate pure tanti pettegolezzi – «Muore a getto continuo», diceva di lui Bobi Bazlen. Non avrebbe comunque immaginato come sarebbe stato il proprio funerale: nel duomo di Milano, presente il presidente della Repubblica, autorità dello Stato e dell’intellettualità. Apoteosi analoga a quella riservata ad Alessandro Manzoni. Da scontroso appartato, aveva amato l’ombra delle formiche, gli sgomenti e gli interstizi del cuore. La sorte gli riservò grandinate di onori: Cavaliere di Gran Croce, senatore a vita, lauree honoris causa, il premio Nobel. Altro che «Troppo spesso invece piove sul bagnato». Con un Montale «ancora caldo», nel 1996, il primo centenario della sua nascita fu celebrato con fervore. Anche il francobollo commemorativo, col suo perplesso profilo davanti a un’upupa. Cosa mai aveva combinato per meritare tanto? Scritto versi e nascosto il proprio privato. Per «decenza di vivere». Infrattò però se stesso nell’opera sua, metaforizzando poesia e prosa in una inesausta autobiografia che sguinzagliò famelici «critici da me depistati» per svelare il dritto e il rovescio dei «segreti» del signor Eugenio Montale, nato a Genova il giorno della scoperta dell’America del 1896. È possibile pensasse che col tempo i pettegolezzi diventino miti. E lui, con sublime strategia, li alimentò. Ne diffuse di eterei e sulfurei, sparsi nelle lettere, negli elzeviri e nei suoi versi, con avventizia e circospetta destrezza. Giocò a nascondino con l’esistenza propria e degli altri. Puro amusement di satiro? Veniali chiacchiere? Ideal salotto alla Ivy Compton Burnett, dove con l’aroma del te vagheggia profumo di mandorle amare? L’arsenico. Arsenio? La rincorsa a svelare i segreti dell’uomo-poeta era cominciata presto, lui ancora in vita. Sommessa, ma in qualche modo da Montale stesso alimentata. Nei trent’anni che ci separano da quand’egli attraversò l’estremo «varco», la caccia ai segreti del maggior poeta italiano del Novecento si è slargata. Montale ha disseminato tracce per divertire i suoi esegeti, accademici di lungo corso, cultori di quella pagina che, nella «Settimana Enigmistica», si chiama Palestra della Sfinge. Da dove nasca la furiosa curiosità di rovesciare come un guanto la vita e l’opera di un poeta dipende ovviamente dall’affinità esistenziale che, a vari livelli, ognuno può trovare nei suoi versi; e dalle trappole biografiche diffuse da Montale medesimo. Si infilò nelle misteriose fessure dell’esistente per carpire un recondito segreto, che lui stesso sapeva non esservi: lo sbaglio di natura, origine dello sgomento che ci fa figli di un refuso. Più che svelare una scheggia del mistero in cui tutti siamo calati, altri enigmi aggiunse. I versi suoi lasciano atterriti. Corteggiò l’invisibile. «Montale è quello che è arrivato più vicino all’ineffabile» disse Carlo Bo. Per questo, del suo labirinto di riflessi e controfigure si vuol sapere tutto. Si pretende conoscere le immagini poetiche in primo piano e sullo sfondo. Cosa rappresentino nell’universale garbuglio. Quale vero volto si celi dietro alle centomila maschere con cui Montale si nasconde. Quale l’identità di nomi celebrati: Arletta, Clizia, Dora Markus... Chi fossero Esterina e Gerti... Così vere nella memoria e così trasfigurate tra i versi da essere confuse con fantasmi. E lui, sarcastico e distaccato, perduto in siderali silenzi. Forse il vero segreto di Montale era che non voleva, trattandolo lui con strana dimestichezza, far mostra del suo tragico dolore esistenziale. «Spesso il male di vivere ho incontrato». E a tutto il suo cartellone poetico di primedonne, caratteri e comparse, coniugato a complici freaks, affidava una estenuata lamentazione: le accasciate lettere inviate a Bazlen, la saga dell’incertezza nelle missive a Irma Brandeis, l’amaro gioco salottiero con Lucia Rodocanachi, la dolente confidente, «socia» in maldicenze e «vittima» di un altalenare di amorosi sentimenti, continuamente delusi. L’amore passione, sempre sensuale e mai erotico, cifra immutabile dei rapporti di Eusebio con le donne. Il pervicace «Vorrei e non vorrei», coniugato da lui per tutta la vita al genovesissimo e arabizzante maniman che significa «Non si sa mai». Ma è più forte: esortazione furba, vigilanza tattica, malizia, non impegnarsi mai... Scrivendo lettere vagolava nel mondo suo, «mordeva» con surreali sarcasmi letterati delusi, artisti ansiosi, femmine ammirabili. Dopo malevole e turpi insinuazioni scritte per far divertire i suoi «complici», raccomandava il silenzio, acqua in bocca. A Lucia Rodocanachi, la correa preferita: «Dovrebbe stracciare i private sheets, come faccio io, per evitare la curiosità degli eredi». Avrebbe potuto scrivere: «La curiosità dei posteri». Vergando perfidie, mischiandole ai sentimenti suoi, e affidandole al «segreto» di una lettera, tentava, assolvendosi, di esorcizzare l’orrore che doveva provare per l’esistente. Stato passabilmente riscontrabile in uno degli ultimi dolorosissimi e ambigui messaggi inviati a Lucia Rodocanachi. Nel 1963, ricevendo le condoglianze per la morte della moglie, le scrisse: «...Se dieci (o più?) anni fa cessai di scriverti fu per ragioni che per lettera non potrò mai spiegarti... Per me la Mosca non era una moglie, né un’amante; era una carta che io avevo giocato lottando con tutte le mie forze... ti prego di perdonare l’imperdonabile ritegno». Ricordando ai suoi corrispondenti la distruzione delle proprie lettere, si augurava fossero conservate. Svelandosi il segreto della corrispondenza si sarebbe continuato a parlare di lui e della sua poesia; e della propria catastrofica autocommiserazione - il morente Eusebio, il povero Eugenio, l’inesistente, il desolato, l’Old Eusebius, l’Old Grey... reiterato contrappunto con cui emulsionava infelicità, pervicace limitatezza, perpetuo bisogno di consolazione. Inciampava continuamente nel quotidiano. Però non sbagliò mai un colpo nell’attivissima e sorprendente capacità di organizzare il proprio successo letterario.