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 2011  settembre 02 Venerdì calendario

Ecco chi era veramente David Foster Wallace - Puntuale come la vendemmia, o meglio come le foglie morte, arriva in libreria la «conversa­zione con l’Autore» più attesa di quest’anno

Ecco chi era veramente David Foster Wallace - Puntuale come la vendemmia, o meglio come le foglie morte, arriva in libreria la «conversa­zione con l’Autore» più attesa di quest’anno. Se non la più attesa, sarà al­meno, ne siamo certi, la più venduta, per­ché l’Autore in questione è il Genio con la Bandana, la stella polare di tutti gli abbo­nati di Wired, lo scrittore (morto) più cool degli ultimi due decenni. Insomma, è Da­vid Foster Wallace (1962-2008). Di cui tut­ti, naturalmente, abbiamo letto per inte­ro le 1.200 pagine di Infinite Jest con gli stessi vertiginosi brividi estetici provati per Anna Karenina. Ma se non l’abbiamo fatto - e siccome la vita è breve, non l’abbiamo fatto - non perdiamoci questo bigino dialettico, uti­le nei salotti, in uscita da minimum fax: Come diventare se stessi. David Foster Wallace si racconta (pagg. 400, euro 18,50). Il titolo italiano è, chissà perché, meno amaro di quello originale (Althou­gh of course you end up becoming your­self : «Anche se, naturalmente, si finisce per diventare se stessi»), ma si sa che i no­­stri editor tendono a zuccherare tutto. Lo sparring partner, invece, di questo tour de force con il Genio è una garanzia. Si tratta di David Lipsky, scrittore di pregio negli States, dove nel 1986 riuscì ad attira­re con i suoi racconti l’attenzione di Ray­m­ond Carver e dieci anni dopo a farsi paragonare dai critici, per il suo La fiera del­l­’arte, nientemeno che ad Harold Bro­dkey. Fu proprio nel 1996 che Rolling Stone spe­dì Lipsky a seguire, novello gonzo journa­­list, il celebre autore di Infinite Jest in un giro di promozioni e reading. Lipsky, che stava uscendo con fatica da un «tracollo economico perfetto», investì 320 dollari in un registratore e si presentò alla porta di David, pronto ad accompagnarlo su ae­rei e automobili a noleggio per cinque giorni. Periodo in cui, oltre a registrare tut­to su nastro, Lipsky annotò su taccuino pure molti dettagli che faranno la gioia dei fan di Wallace: la musica che ascolta­va (rock tipo gli Inxs, oppure pop tipo Ala­nis Morissette, nonché molto di quel che trasmettevano le radio dei college), i pro­grammi televisivi che seguiva (aveva un debole per Seinfeld e Friends), le abitudi­ni (masticava tabacco e beveva Diet Pep­si), le domande che gli rivolgevano duran­te le conferenze (sempre le stesse). Ma questi, pur benvenuti, sono particolari minori. Molti scorreranno il libro alla ri­cerca dei grandi trend (qualcuno inconsa­pevole) della vita di Wallace: successo, droga, psicofarmaci, colleghi scrittori e denaro. E non rimarranno delusi. Riguardo il successo, Wallace, che al­l’epoca era già negli incubi di molti aspi­ranti scrittori in competizione con lui, cer­cava di buttarla nell’ understatement: «A questo reading non mi hanno lanciato or­­taggi, lo considero un successo. Con Infi­nite Jest ho fatto abbastanza soldi per vi­verci un paio di anni. Altro successo». In realtà, a Wallace, uno dei pochi scrittori del momento ad avere le groupies e che la gente riconosceva per strada solo a veder­ne la bandana da lontano, la fama piace­va: non di rado Lipsky ce lo dipinge, tra le righe, eccitato e soddisfatto, consapevole del proprio valore. Wallace poteva per­mettersi di guardare dall’alto al basso persino il «troppo ripetitivo» Stephen King, «le cui opere, comunque, conosce spa­ventosamente bene» riferisce Lipsky. Molte le osservazioni anche sull’«amico» Jonathan Franzen e sul mondo degli agen­ti letterari e cinematografici. Ma qualche conto interiore non dove­va tornare nell’anima di Wallace, perché mentre mieteva pagine di culto e firmava autografi, uno dei suoi orizzonti discorsi­vi e fisici preferiti rimaneva, e da anni, quello dell’alterazione della coscienza: le osservazioni che Wallace fa a Lipsky su al­col e stupefacenti hanno l’inconfondibile punto di vista di un insider di lungo cor­so. Wallace tesse notevoli variazioni sul tema delle sue dipendenze: perché non è diventato eroinomane, perché la cocaina non gli piace, che tipo di esperienza ha avuto con il crack, la psilocibina, il tabac­co, la caffeina, fino a concludere: «Per me alcol e droga sono mezzi per dimenticare me stesso, per spegnere il sistema nervo­so, e non per accenderlo o stimolarlo». A latere di tutto ciò, il gran sentiero del­la psicoterapia e degli psicofarmaci, cui dedicò un saggio. «Ci possono essere psicoterapie a base di sostanze chimiche, elettrochoc, sesso, celebrità. A un certo punto, ti metti a cercare qualcosa di importante nella tua vita. La domanda per me rimane: ok, ma cosa c’è dopo?». La ri­sposta - per quanto riguarda Wallace ­l’abbiamo. Proprio di questi giorni, una sera di tre anni fa, il nostro scrittore si impiccò nel patio della sua casa a Claremont, la «città degli alberi e dei dottorati di ricerca» co­me la chiamano in California, «il quinto miglior posto dove vivere negli Stati Uniti», secondo una ricerca della CNN.