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 2011  settembre 02 Venerdì calendario

In galera gli evasori? - Di manette agli evasori, in effetti, non si sente il bisogno: soprattutto perché ci so­no già, da trent’anni

In galera gli evasori? - Di manette agli evasori, in effetti, non si sente il bisogno: soprattutto perché ci so­no già, da trent’anni. Solo che non hanno funzionato per la maggior parte del tem­po. E in compenso hanno ingolfato la già pletorica giustizia italiana con una raffica di procedure, spesso per illeciti poco più che formali, con il risultato di una sostan­ziale impunità per i grandi evasori, che so­lo in pochi casi sono finiti davvero in ma­nette. Con un’eccezione celebre, in tutti i sensi: Sophia Loren, finita nel 1982 dietro le sbarre del carcere femminile di Caserta. Ma l’indimenticabile interprete della Cio­cia­ra si consegnò spontaneamente alle au­torità: e del resto rimase in cella non più di 17 giorni. D’altronde, la guerra all’evasione non è cosa di oggi: l’hanno dichiarata pratica­mente tutti i governi italiani, da De Gaspe­ri in poi, sotto la prima e la seconda repub­blica. «L’approvazione della legge per col­pire l’evasione fiscale non è più procrasti­nabile »: sembrano parole di oggi, invece le ha pronunciate nel 1981 il ministro del­le Finanze Franco Reviglio, padre - oltre­ché del famoso scontrino fiscale- anche della legge 516 sui reati tributari, battezza­ta appunto «manette agli evasori», col pre­ciso scopo di «restituire efficacia deterren­te » alle sanzioni penali. Grandi ambizioni di partenza, ma risul­t­ati decisamente al di sotto delle aspettati­ve: troppo poco selettiva, la normativa fa­ceva praticamente di tutti i contribuenti dei «sorvegliati speciali». Migliaia di pro­cedure giudiziarie sono state avviate, spes­so per comportamenti illeciti formali e mi­nimali: la lentezza proverbiale dei tribuna­li italiani ha fatto il resto, e nella maggior parte dei casi le azioni giudiziarie sono ca­dute in prescrizione. Nei primi due anni di applicazione vennero arrestate solo 93 persone, compresa la Loren, 551 nei primi quattro. Più che un vero strumento di deterren­za per i contribuenti infedeli, insomma, la legge si è rivelata una grida manzoniana: finché nel 2000 si è deciso di mandarla de­finitivamente in soffitta. A prendere la de­cisione Vincenzo Visco, che tra i ministri delle Finanze certo non è considerato una colomba: ma proprio i falchi sanno quan­do e dove colpire. Così, è stata fatta la scel­ta di alzare il tiro, creando una sorta di «franchigia»al di sotto della quale l’evasio­ne si riduce ad illecito amministrativo: il reato penale scattava solo se l’imposta evasa superava i 150 milioni di lire, oggi po­co più di 77mila euro -la legge, approvata nel marzo 2000, è infatti ancora in vigore­, mentre con la vecchia normativa bastava­no 50 milioni di evasione per far scattare il penale. L’obiettivo era quello di evitare la di­spersione in mille rivoli delle indagini, puntando i riflettori dell’azione penale so­prattutto sui grandi evasori, in grado di produrre un danno rilevante all’erario, e di conseguenza a tutti i cittadini. Ma an­che qui i risultati non sono stati quelli spe­rati. Così, arriviamo alle misure attualmen­te in discussione, che prevedono di allar­gare nuovamente, e in modo drastico, la soglia oltre la quale scatta l’azione penale per i reati di evasione: si parla di 30mila eu­ro. E per i super evasori, in vista misure an­cora più radicali: l’emendamento Tre­monti- Azzollini prevede infatti il carcere immediato qualora l’imposta evasa o non versata sia superiore a 3 milioni di euro. In pratica, verrebbe «stoppato», per questi casi,l’istituto della sospensione condizio­nale della pena prevista dal codice pena­le. Ma resta sempre l’ostacolo dei tribunali­lumaca: la prescrizione per l’evasore ita­liano è una possibilità tutt’altro che remo­ta, a differenza di quanto avviene in altri Paesi. Primo fra tutti gli Stati Uniti, dove so­lo fra il 2004 e il 2007 sono stati oltre 7mila i contribuenti infedeli incriminati e con­dannati a pene restrittive, spesso in carce­ri speciali, per una media di oltre tre anni di reclusione. Merito di una giustizia effi­ciente, certo: ma anche di un sistema tri­butario semplice, dove si fa presto a capi­re chi sbaglia e chi no. Ben lontano, quin­di, dalle complessità di quello italiano, con le sue norme intricate e spesso sogget­te a diverse interpretazioni: un esempio ti­pico, i costi deducibili, oggetto di frequen­ti contestazioni.