Enrica Brocardo, Vanity Fair 31/8/2011, 31 agosto 2011
VASCO ROSSI
Forse Vasco esagera quando dice di essere cresciuto nel «periodo più bello degli ultimi duemila anni». Ma forse neanche poi tanto.
Ed è certo che quello che lui chiama «il male di vivere» è arrivato dopo gli anni della gioventù raccontati nel documentario Questa storia qua, in anteprima al Festival di Venezia il 5 settembre.
Un ritratto di Vasco Rossi e di Zocca, il paese in provincia di Modena, dove è nato 59 anni fa: figlio unico di Carlo, camionista, e di Novella, casalinga, e della prima generazione nata alla fine della guerra, dopo i morti sotto le bombe e prima dei morti per eroina, cresciuto da bambino nei boschi e diventato ragazzo giusto in tempo per inseguire i sogni del Sessantotto e acchiappare al volo i vantaggi della rivoluzione sessuale. Anni fatti di amici al bar e un letto pronto nel quale infilarsi a qualunque ora. Perché era difficile per quei genitori fare i duri dopo aver sofferto tanto sulla propria pelle.
Nella sua casa di Zocca la prima cosa che vedi entrando sono le medicine sul bancone della cucina. «Ecco, questi qua sono antidolorifici. Questo funziona così così, quest’altro invece è più efficace», mi spiega. Tira verso il basso il collo della T-shirt e mostra una macchia rossa appena sotto la clavicola. «Mi è tornata l’infiammazione. Mi hanno detto: “Smetti di prendere gli antibiotici”. Io ho smesso, e questo è il risultato».
Il risultato è che, dopo l’ultimo ricovero nella casa di cura Villalba di Bologna, i medici gli hanno ordinato due mesi di riposo assoluto: sospeso il tour che doveva ripartire il 27 agosto da Torino, improbabile il tappeto rosso a Venezia. La causa dei dolori che lo hanno portato al ricovero in clinica, ha raccontato nei giorni scorsi lo stesso Vasco, è una «frattura costo-claveare sinistra post traumatica, con concomitante ematoma ed edema». Ma per qualche giorno – e il tam tam delle voci è continuato fino a quando il bollettino medico ha escluso «categoricamente» la presenza di patologie tumorali – si era ipotizzato che potesse essere un cancro.
Ha avuto paura?
«Avevo già deciso: se era cancro non mi sarei curato. Antidolorifici e Caraibi, ecco quello che avrei fatto. Perché non voglio soffrire, voglio morire allegro».
Con il busto un po’ rigido, acchiappa un piccolo megafono e si affaccia al balcone. I fan sono dietro il muro a pochi metri.
Gli chiedono come sta. «Sto bene», dice Vasco con la faccia del Vasco che si diverte.
Chiusura con lancio di cappellini, poi di nuovo in casa.
Si siede alla scrivania. Di fronte, il video del computer con aperta la pagina di Facebook dalla quale lancia messaggi e clippini per dire la sua sul proibizionismo, i controlli sulle strade per prevenire il consumo di alcol, il suo stato di salute, la depressione arrivata nel 2001 e tenuta a bada con un cocktail di farmaci di cui, sempre in Rete, ha fornito la ricetta.
Un malessere che non si capisce perché abbia stupito tutti, visto che è il minimo che ti può capitare se i tuoi migliori amici (Mario Giusti e Massimo Riva) muoiono e tu che non avevi pensato mai di poter invecchiare ti ritrovi ancora lì.
Fino al giorno in cui il corpo decide di soffrire senza il tuo permesso, e nella mente scollegata dalla carne si allarga lo spazio per pensare.
Vasco lancia I soliti sul computer. È il singolo inedito che chiude il documentario. Gesticola, ci parla sopra: «Un pezzo del genere io non mi aspettavo mica che mi venisse adesso. È bella perché è Siamo solo noi oggi (Siamo solo noi uscì giusto trent’anni fa, ndr). Descrive quello che siamo. Non siamo quelli perfetti, e non vogliamo neanche esserlo. Non abbiamo paura di sbagliare perché pensiamo che sbagliando si impara, pensa te».
Veramente nel documentario lei dice che Siamo solo noi non descriveva la sua generazione, ma quella di Massimo Riva, che era undici anni più giovane di lei.
«È vero, ma il fatto è che, fino a una quindicina di anni fa, mi sentivo come se fossi rimasto fermo a quindici anni. Ero immaturo, inconsapevole. Ancora di più quando stavo con Riva».
Poi che cosa è successo?
«Ho fatto un’altra scelta spericolata, che è stata quella di mettere su famiglia».
Parliamo di più di vent’anni fa.
«Mio figlio Luca è nato nel 1991 (lo ha avuto con Laura Schmidt, la sua compagna dal 1988, ndr), ma io per i primi anni non me ne sono mica reso tanto conto. E poi, è successa un’altra cosa: ho cominciato a leggere i giornali e un sacco di libri. Fino ad allora non sapevo niente di politica. Pensavo che il mondo fosse nato quando ero nato io. La storia per me era come una favola. Avevo quell’egocentrismo di quando sei giovane, tutto ruotava intorno a me».
La voglia di saperne di più e la nascita di suo figlio Luca sono collegate?
«Eh, certo. Non solo non ero più il centro del mondo, ero addirittura diventato l’ultimo delle priorità: prima Luca, poi Laura, poi forse il cane, quindi io. Mi sono reso conto che se mi avessero chiesto di sacrificarmi per mio figlio non ci avrei pensato neanche un attimo. Prima di allora non avrei dato la mia vita per nessuno».
Ricorda la prima volta che l’ha pensato?
«Io sono lento. Ho cominciato a strapazzarmelo che aveva due, tre anni. Facevamo sempre la lotta. Ma lui non scherzava mica, arrivava con i suoi pugnetti alzati e si vedeva che aveva l’occhio assassino: mi voleva ammazzare davvero, ero il suo rivale nei confronti della mamma. Da quel momento lì ho pensato che non ci avrei messo un secondo a morire per lui. Strano, no? In fondo era uno sconosciuto. Pensavo che un figlio uscisse come volevi te. E invece no, è un estraneo, con la sua testa».
Luca, però, non è stato il suo primo figlio.
«Lui è quello che ha vissuto con me e che sento più mio. Ma il primo è stato Davide (nato nel 1986, ndr). Un giorno a casa mia si presentò una tipa da Roma. Era incinta. Io non sapevo neanche chi fosse».
Non l’ha riconosciuta?
«L’avevo vista una sola notte. Pensai che fosse una matta e la buttai fuori di casa. Dopo il parto lei andò a Zocca a girare col passeggino per il paese».
Perché?
«Forse per provocare la mia mamma. Mi fece chiamare dall’avvocato per il test di paternità, accettai subito: se davvero si trattava di mio figlio ero il primo a volerlo riconoscere. Poi ci fu la questione di chi lo avrebbe tenuto con sé. Chiesi l’affidamento, ma più per provocarla che altro, perché un figlio è giusto che cresca con la mamma. Il problema è che lei avrebbe voluto che vivessimo tutti insieme, ma se a me il figlio andava bene, la madre non la volevo neanche per sogno. Se avessi potuto l’avrei messa sotto con la macchina, visto lo scherzo che mi aveva fatto».
Sta dicendo che aveva cercato di rimanere incinta apposta?
«Forse, non lo so. Però, cazzo, mi hai messo al mondo un bambino, mi hai rubato un figlio».
Con Davide è in buoni rapporti?
«È da quando aveva cinque anni che lo seguo. È lo “spostato” di casa, una mina vagante, ma adesso si è dato una calmata. Fa l’attore. Lo farei anch’io se avessi la sua età e fossi il figlio di Vasco Rossi. In questo mi assomiglia parecchio».
Poi c’è Lorenzo, l’altro figlio riconosciuto tramite il test di paternità.
«È successo tutto nell’85. Ad agosto sono stato con una, e a settembre con l’altra. La seconda, però, è diversa. Avevamo avuto una storia di due anni. È una brava ragazza. Anche se non lo posso dire troppo forte sennò la Laura s’incazza. Lei, la Laura, è eccezionale».
Del resto l’ha cresciuta lei. Quando vi siete incontrati aveva 18 anni.
«Però era vivace, molto vivace, moltissimo vivace (ridacchia)».
Come vi siete conosciuti?
«Per caso, una sera al mare. Ero arrivato a casa alle due, tre del mattino per andare a dormire e Massimo Riva era lì con tre ragazzine biondine, una più carina dell’altra, con le minigonne fin qua. Una di loro, appena mi ha visto, è impazzita: “Ah, tu sei Vasco Rossi”. Mentre la Laura, che non mi conosceva per niente e che era ubriaca marcia, ha cominciato a insultarmi: “Ma chi ti credi di essere?”. La mia speranza che ne uscisse una seratina divertente era sfumata. Mi dissi: “Queste son tutte matte”, e me ne andai a letto. Poi, un giorno, non so neanche perché, dissi a Riva: “Che ne dici di invitare a cena la biondina di quest’estate, la stronzetta?”».
Gli insulti avevano fatto colpo.
«A dire la verità era stato più il suo culo ad aver fatto colpo. E la sua faccina. Ancora oggi appena la vedo provo immediatamente un gran senso d’amore. Poi dopo cinque minuti l’ammazzerei. È della Vergine. È la mia punizione divina. Giustamente, con il successo della madonna che ho avuto, dovevo pur pagare qualcosa. Comunque, quella sera si mise a sedere di fronte a me, sempre con la sua minigonna fin qua. Le dissi: “Scusa, potresti passarmi una bottiglia di vino lì dietro?”. Lei si alzò, si girò, si piegò, si rigirò e mi posò la bottiglia sul tavolo, tranquilla tranquilla. Pensai: “Però, questa qua”. E così è nata la nostra relazione. Un rapporto d’amore totale, anche se in mezzo ci sono state un po’ di vicissitudini».
Tipo?
«A un certo punto volevo chiuderla lì: Vasco Rossi non aveva tempo per una storia seria. Una notte l’ho buttata fuori. Lei si è messa a sedere sulla valigia di fronte a casa. È rimasta lì fino alle sette del mattino. Ho pensato: “Adesso arriva la polizia e mi arresta”, e così l’ho fatta rientrare. Un’altra volta, le ho telefonato e le ho detto: basta, finiamola qui. Stavo lavorando in una sala di incisione sulle colline nei dintorni di Rimini. Lei arrivò e si mise davanti al cancello, senza suonare, niente. “Andrà via”, pensavo. E invece alla sera era ancora là. Il messaggio era: “Io sono la tua donna, la tua casa, la tua famiglia e tu non scappi, amico”».
E come l’ha convinta ad avere un figlio?
«Lei lo voleva e io anche. Visto che ero diventato padre senza averlo chiesto, volevo provare a metter su famiglia. Per uno come me era la scelta più controcorrente e spericolata: una sfida. Ma all’inizio non credevo che sarebbe stata una cosa così importante, pensavo: “Almeno avrò un motivo per tornare a casa la sera”. Per i primi sei mesi, Luca non fece altro che piangere. Laura pensava che un bambino fosse un po’ come un bambolotto, che dove lo metti sta. Dopo tutto quel tempo senza dormire, stava diventando pazza. A volte mi è sembrata sul punto di prenderlo e scaraventarlo giù».
Ma lei non le dava una mano?
«Non voleva. Sa quando ho capito che era perfetta per me? Quando mi sono reso conto che potevo guardare la Tv con lei seduta a fianco. Non ci ero mai riuscito con nessuno perché non mi sentivo libero di cambiare canale quando mi pareva. Con Laura no: non mi frega niente di farlo perché so che a lei non frega niente che io lo faccia».
Vasco si interrompe e mi fa ascoltare altre canzoni inedite. Intanto canta, alza le braccia, fa la ola. Gli dico che a vederlo così non sembra né depresso né intenzionato ad andare in pensione. Mi risponde che è proprio quello che ha detto lui, che la depressione l’ha superata grazie ai farmaci, e che quando ha dichiarato «felicemente conclusa la carriera di rockstar» non pensava al ritiro.
«Voglio cambiare metodo, voglio mettere fuori una canzone alla volta», dice, «e voglio che la gente accenda la radio e la senta. Senza promozione, senza che i giornali debbano parlarne prima. Sono stufo di questi album di dodici canzoni, che poi chi li compra ne ascolta quattro. Da anni lotto con i discografici e finalmente l’ho spuntata: d’ora in avanti io pubblico un brano su Facebook e loro mi vengono dietro e lo mettono in vendita su iTunes. Il primo sarà I soliti».
Poi passa a parlare dei concerti. «Mi sono rotto i coglioni anche di questi palchi megagalattici. Intendiamoci, finora li ho voluti fare io, ma adesso basta. Da anni spendo un terzo di quello che incassiamo solo per il palco. Tolte tutte le spese, alla fine, di 30 milioni di euro di incasso me ne rimangono due. Che non sono pochi, per carità. E, infatti, la questione non è tutta qui: il problema è che sono arrivato a un punto che ho toccato il tetto. Che faccio, lo sfondo? Riempio San Siro quaranta volte invece che quattro? Devo scendere un po’ se voglio risalire».
Spiega anche che a fare tournée si stanca troppo. «Non tanto a cantare, quanto a passare tre giorni tra un concerto e l’altro chiuso dentro a un hotel guardando la Tv. Voglio andare, suonare, e poi tornare a casa. A giugno del 2012, se tutto va bene, organizzerò un grosso concerto che segnerà l’inizio della nuova storia di Vasco Rossi. Negli anni Ottanta, quando dicevo: “Non sono un cantautore, sono una rockstar”, mi prendevano tutti per il culo. Ora viene fuori che non posso smettere di essere una rockstar. Ma potrò decidere chi sono o no? Un po’ di tempo fa ho pensato che mi sarebbe piaciuto diventare il cantante di un gruppo. Forse è quello che farò».
Il documentario parte da suo padre, dal giorno in cui morì di infarto mentre guidava il camion.
«La sua morte è stata un momento chiave della mia vita. Non mi ero mai sentito così determinato. Mio padre era del segno del Leone. È stato come se morendo mi avesse trasmesso la sua forza di carattere, come se una parte di lui avesse cominciato a vivere dentro di me».
Avevate un bel rapporto.
«Se gli dicevo una cosa gli entrava da un orecchio e gli usciva dall’altro, ma aveva una fiducia in me pazzesca e immotivata. Lui partiva alle quattro di notte per andare a lavorare, io arrivavo a casa alle sette per dormire, facevo il fighetto. Eppure non mi ha mai detto niente, era convinto che me la sarei cavata».
Anche lei ha la stessa fiducia nei suoi figli?
«Sì, ma è vero anche che loro sono molto più bravi di quanto lo fossi io alla loro età. Luca ha preso da me la sensibilità, ed è anche intelligente, mentre io lo sono sempre stato poco. Davide, invece, ha preso la mia incoscienza, ma fino a un certo punto: ha il senso del limite. E Lorenzo ha ereditato la bontà: è buono come il pane. A un certo punto aveva smesso di studiare, era stato bocciato tre anni. Gli ho parlato e l’ho convinto a riprendere la scuola. Ha preso la laurea in Scienze della comunicazione, ma quella da tre anni. Gli ho detto: “Non vale mica, voglio quella da cinque. Sai, sono all’antica io”».