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 2011  settembre 02 Venerdì calendario

ITALIAN SURVIVORS

Gina ha un incubo ricorrente: rivede la donna che, avanti ai suoi occhi, si buttò dalla finestra della Torre settentrionale e si schiantò su un edificio più basso. Grida a squarciagola, pensando che nella Torre ci sia la madre e lei non sia in grado di salvarla. Poi si ritrova davanti a una gamba abbandonata a terra, con una scarpa rossa al piede.
Ruggero ha fatto spesso sogni di fuoco e di fiamme. Una notte si è svegliato e si è ritrovato in piedi sul letto mentre puntellava il muro con le mani e urlava alla moglie di mettersi in salvo.
Lucio si è riconciliato con il senso di colpa per essere sopravvissuto a una strage in cui sono morte 2.752 persone. Dice: «Non ho abbandonato qualcuno pur di salvare me stesso. Non avrei potuto far nulla per gli altri».
Gina, Ruggero e Lucio sono tre dei quattro sopravvissuti italiani all’attacco delle Torri Gemelle. Non si conoscevano, si sono visti in qualche trasmissione. La Fox li ha radunati in un ufficio a Midtown per farli parlare del documentario di cui sono protagonisti, Speciale 11/9: gli italiani nelle Torri, in programma domenica 11 settembre su History. Cercano sensazioni comuni, a volte le trovano, ma più spesso hanno punti di vista agli antipodi, perché una ferita così grande lascia segni troppo profondi. E differenti.
Gina Lippis è figlia di emigranti abruzzesi. E arrivata a New York da bambina, a metà degli anni ’60; diventata stockbroker, ha lavorato anche a Milano. L’11 settembre era al lavoro dalla mattina presto: riuscì a salvarsi scendendo 46 piani di scale con i colleghi. «Mi sono aggrappata a Bob, il mio capo, che è anche un grande amico», racconta. «Sapevo che sarei dovuta andare a casa di mia madre, dall’altra parte del fiume, a Queens. Quando sono arrivata al ponte, ho visto mio fratello arrampicato su un palo, mi cercava nella folla e urlava il mio nome. Fino ad allora non avevo versato una lacrima, a quel punto non le dico i pianti».
Sono passati mesi prima che Gina riuscisse a tornare al lavoro: quando ce l’ha fatta, ha scoperto che il nuovo ufficio aveva una finestra su Ground Zero. «La psicoterapia mi ha aiutato a superare il trauma. In modo fortuito, sono entrata in un gruppo per persone che avevano vissuto la stessa esperienza. Certe sere piangevamo tutti, come bambini appena nati».
Lucio Caputo, siciliano di Monreale, è il presidente dell’Italian Food and Wine Institute. Ex giornalista, vive a New York dal 1967. Quel giorno, era ancora da solo in ufficio. Sentì l’esplosione, ma fu tra gli ultimi a decidersi a uscire, pochi istanti prima che l’edificio crollasse. «Sono tornato subito al lavoro, il giorno dopo. Ho ricominciato da zero: la mattina sono andato a comprare tre computer e a trovare un ufficio provvisorio. Abbiamo ricostruito i contatti pezzo per pezzo, grazie alla solidarietà dei newyorkesi».
Dei tre, è quello che dimostra più distacco dal peso dei ricordi. «New York e tutta l’America hanno trovato valori nuovi da questa tragedia, Ma non passa giorno senza che provi la sensazione che
lo skyline di Manhattan, senza le Torri, è tronco, sbilanciato. E come essere abituati a vedere un portapenne su una scrivania e un giorno non trovarlo più».

Ruggero De Rossi, romano, era a New York da cinque anni. La rivista Barron’s l’aveva definito «il genio dei bond»: all’epoca era a capo del più grande fondo d’investimento nei mercati emergenti. Da qualche anno ha fondato una sua società. L’11 settembre era insolitamente in ritardo, è entrato nella hall del grattacielo pochi attimi prima che l’aereo lo colpisse. «Quella mattina guardavo le Torri, pensavo al mio lavoro e mi sentivo a un passo dal cielo. Ho fatto sacrifici tutta la vita per arrivare fino a lì, avevo sognato di fare quel lavoro. New York era parte integrante del sogno e qualcuno l’ha infranto», dice, quasi a fatica. «Non parlo volentieri di quello che è successo e forse faccio male». A suo figlio, nato pochi mesi dopo, ha dato come secondo nome Florian, santo protettore dei vigili del fuoco.
Nel frattempo però ha divorziato dalla moglie, dopo 15 anni di vita in comune. «Quel che è successo dopo l’11 settembre ha pesato sulla fine del matrimonio. Il colpo di grazia è arrivato quattro anni fa, con lo sgretolamento del sistema bancario americano: è iniziata una spirale viziosa, un po’ di fissazioni, io sempre più preso dal lavoro e meno attento a lei. Irnia della sorte, l’attentato mi ha fatto scoprire alcuni valori fondamentali, come la famiglia».
Una cosa, però, unisce Gina, Lucio e Ruggero: l’idea che l’uccisione di Osama bin Laden abbia finalmente chiuso i conti. O quasi. «Lo consideravo un nemico personale, da cui derivavano tutti i miei guai», spiega Caputo. «A me ha fatto piacere che sia finito in quel modo: ha rifiutato le regole del genere umano, perché fargli un processo? In questo caso, credo nell’occhio per occhio».
Ma ancora oggi a qualcuno di loro basta poco per scatenare la paura. «Quando ho saputo della morte di Bin Laden ho avuto il panico: d’istinto sono andata alla finestra, temendo che potesse succedere qualcosa», confida Gina Lippis. «Ho solo visto il vuoto là dove c’erano le Torri. Mi mancano, come mi manca il mio ufficio con una vista spettacolare. Proprio quel giorno, l’11 settembre avevo ammirato il panorama. C’era un cielo terso, come poche volte a New York. La notte prima c’era stata tempesta».