Enrico Deaglio, GQ settembre 2011, 2 settembre 2011
GLI YANKEE ABITANO A GOMORRA
Il suo nome storico è Agro Aversano, vasta landa di terra fertilissima coltivata già dai tempi dei Romani, che ci venivano anche in villeggiatura. Ottant’anni fa si cominciò a chiamarla “la terra dei mazzoni“ (per indicare le picche con cui i contadini trattano le bufale), un lembo di Far West praticamente senza legge. Infine per tutto il mondo è diventata “Gomorra”, dal libro di Roberto Saviano.
Ormai di Gomorra si conoscono anche, per ragioni di cronaca nera, posti fino a ieri ignoti: Casal di Principe, Villa Literno, Castel Volturno. Da lì vengono i "casalesi", formidabile camorra imprenditrice prosperata in decenni di silenzio, progenie di Francesco Schiavone detto Sandokan. Da lì viene anche l’ex sottosegretario all’economia Nicola Cosentino detto "O’ americano", sotto processo con l’accusa di essere appunto la longa manus dei Casalesi.
Lì, in mezzo alla campagna, vicino alle bufale che forniscono la mozzarella e alle costruzioni azteche che custodiscono le ecoballe dei rifiuti di Napoli (l’agro è anche noto come la "pattumiera d’Italia"), sorge - sconosciuta e inaspettata - una cittadella circondata da reticolati. È l’U.S. Navy Support Site, polmone abitativo e amministrativo della presenza militare americana in quest’area d’Italia, ovvero la Sesta Flotta, di stanza a Gaeta, e il comando militare Nato, di stanza a Bagnoli. In totale 2.500 militari in divisa (ottomila persone, se si calcolano famiglie e impiegati civili) che garantiscono la sicurezza del Mediterraneo, che nel passato hanno impedito le avventure comuniste e oggi sorvegliano il Medioriente e le trappole jihadiste.
Tremila vivono nella base di Gricignano, concepita e realizzata come un pezzo autosufficiente di Stati Uniti. Così, in mezzo alle bufale, alle discariche e alla camorra, nell’U.S. Navy Supporr Site sono la caserma dei pompieri con i camion rossi luccicanti, il supermercato tipo Walmart, l’ospedale per gli umani e la clinica veterinaria per i gattini, le scuole (dall’asilo alle superiori), il campo da baseball, il concessionario di automobili, la chiesa, l’agenzia di viaggio, la biblioteca, la palestra. Più un migliaio di appartamenti. A parte il fatto che il dollaro oggi è debolissimo, per i marinai americani e le loro famiglie il periodo napoletano della ferma è una specie di paradiso. Buono stipendio; la famosa assistenza sanitaria garantita e gratuita (Obama si chiese, due anni fa: come mai a loro sì e agli altri no?); scuole decenti per i figli; un bonus, a seconda del grado, tra 1.500 e 3.000 euro per affittarsi una casa al di fuori della base; Capri, Amalfi, Sorrento a un tiro di schioppo; voli low cost verso tutta Europa per il weekend. «
In Afghanistan rischi la morte e nel Sud-Est asiatico le febbri malariche: qui nel Mediterraneo, anche se è in atto una guerra contro il colonnello Gheddafi, non rischi praticamenre nulla, se non il furto del Rolex quando vai a Napoli. O una scottatura, se non ti mettila crema solare. Questi, d’altra parte, sono i principali avvertimenti che il comandante, il capitano Scott Gray, dà nella sua rubrica sul giornaletto del campo, Panorama: lasciare l’orologio a casa, mettersi la crema, non scendere dalla macchina se qualcuno accosta e vi dice che avete una gomma a terra. Rapporto settimanale sul crimine: quattro danneggiamenti di automobile. Ed è tutto.
In una cittadella americana in terre di camorra, la principale attrazione pare essere il blog di un soldato sulle migliori pizze della zona. Si chiama Pizzasforsale.com, dal momento che il militare si chiama Sale di nome e Lilly di cognome.
Il tenente Matthew Gill, del Minnesota, che dirige le relazioni esterne della base e pubblica il giornale, prende molto sul serio il lavoro del soldato Sale Lilly. Lo considera una parte importante, e attiva, della risposta al «culture shock» (così lo chiama) che i soldati americani subiscono durante la permanenza in Campania.
Il modo anarchico di guidare l’automobile, la piccola criminalità, la mancanza della catena di cibo messicano Taco Bell, l’enormità della Storia, dei ruderi, dei monumenti. Poi c’è la monnezza, ma quello è un problema di Napoli. Alla base di Gricignano la raccoglie con perfetta efficienza la nettezza urbana del Comune. Poi c’è Gomorra, appunto. Il cui dvd è molto gettonato in biblioteca, al pari di Under the tuscan sun. Ma Gomorra, se ben capisco, al personale americano fa un po’ l’effetto che fa a tutti: fin troppo violento, troppo disperato. Un po’ troppo vicino. Come finirà questa coabitazione, nessuno può saperlo. Ma come è cominciata, è una storia affascinante.
Gli americani a Napoli arrivarono nel 1944. Chewing-gum, "segnorine", sciuscià. Se uno vuole farsi un’idea ha un’ampia scelta: da La pelle di Curzio Malapane, a Il mare non bagna. Napoli di Anna Maria Ortese, Mistero napoletano di Ermanno Rea, Tu vuo’ fa’ l’americano di Renato Carosone, il magnifico Maccheroni di Ettore Scola con Marcello Mastroianni e Jack Lemmon. Ma una cosa, intanto, si può dire. Che da quando i primi americani scesero dalle jeep o dalle portaerei (e vennero regolarmente spogliati di ogni avere e dignità nei vicoli di Forcella) a quando Lucky Luciano era la persona più riverita in città, gli yankee sono stati parte integrante di Napoli. Elementi irrinunciabili del paesaggio.
Ma andiamo con ordine. Subito dopo la guerra, la Marina americana stava a Napoli città. Poi si trasferì ad Agnano, vicino all’ippodromo, ma lasciò i locali perché danneggiati dal terremoto del 1980 e dal bradisismo della vicina Pozzuoli. Indi migrò a Capodichino. Erano sempre grossi spostamenti di esseri umani e di dollari: migliala di persone con un tenore di vita piuttosto elevato, uno dei principali asset dell’economia partenopea.
Molti si sistemarono, già dagli anni Settanta, nelle Torri del Villaggio Coppola Pinetamare, sulla via Domiziana. Era una cosa molto particolare. Costruito da due fratelli di Casal di Principe, Vincenzo e Cristoforo Coppola, che prima di buttarsi nell’edilizia vendevano baccalà, diventò una sorta di Miami Beach ad appena venticinque chilometri da Napoli: 540 mila metri quadrati di fronte al mare, con una sontuosa pineta alle spalle, 2.600 appartamenti, ville, discoteche, sale da ballo, cinque hotel, campi da golf, stabilimenti balneari, pensioni, cinema, parchi giochi, ristoranti, pizzerie, un villaggio detto "saraceno", otto torrioni (ecomostri) di fronte al mare, un piccolo porto per gli yacht. Era tutto – ma proprio tutto – abusivo. A partire dalla proprietà del terreno, sempre rimasta ambigua. L’acqua era privata. La raccolta della monnezza, pure. L’allaccio alla luce e al gas, pure. Però c’era la caserma dei carabinieri. Ci venivano ad abitare per l’estate i professionisti di Napoli e, nei torrioni, i militari statunitensi. Era una specie di America privata.
La fotografa Francesca Leonardi mi ha portato a vedere i resti del Villaggio Coppola, dove lei lavora da un anno: è probabilmente la maggiore area di desolazione dell’Italia di oggi, ma è anche il memento mori di un’epopea che si stenta a credere sia realmente esistita. Tutto è ora distrutto, demolito, fetente, vuoto. E dire che fino a vent’anni fa era Miami Beach davvero.
Il Villaggio fu distrutto in pane dai primi vagiti di uno spirito ecologico, ma soprattutto dal terremoto del 1980. Qui sfollarono infatti i terremotati di Napoli, gli alberghi vennero occupati, decaddero, furono vandalizzati. Ma i fratelli Coppola non si persero d’animo e agli americani offrirono una soluzione alternativa: Gricignano, appena un po’ più in là, nella sconosciuta provincia di Caserta. Costruirono la cittadella in soli tre anni, nel Duemila era già pienamente funzionante. Gomorra uscì nel 2006, il successo planetario l’ha avuto due anni dopo. Viene da pensare che se l’avessero saputo prima, né i Coppola né gli americani avrebbero fatto quella scelta.
E adesso? La situazione è fluida. Si apprende da Wikileaks che già nel 2008 il console generale americano a Napoli, J. Patrick Truhn, ha incontrato Roberto Saviano – ne ha la massima stima – cui riferisce degli affari devastanti della camorra nella zona. Lamenta invece che gli uomini politici campani non abbiano inserito la lotta alla criminalità organizzata nella propria agenda elettorale. Insomma, gli americani sono più avvertiti del nostro Governo.
Poi c’è stata la questione dell’acqua. Nel 2007 la Marina degli Stati Uniti ha scoperto che l’acqua potabile nella zona di Gricignano non era affatto tale: residui tossici di ogni genere. Da qui, l’obbligo per chi affitta case ai militari al di fuori della base di fornire bottiglie di acqua minerale. Poi c’è stato il problema degli affitti: le case affittate nella zona sono gestite dalla camorra, perfino ville di latitanti sono state date in affitto a ufficiali americani. Piuttosto imbarazzante.
La Procura di Santa Maria Capua Vetere indaga. Gli americani collaborano. Infine, c’è quello che non mi aspettavo. Tutto intorno al perimetro della base sono sorti, e sono appena stati completati, decine e decine di grandi condomini, piuttosto eleganti, un nuovo insediamento destinato ad accogliere i cittadini delle limitrofe città di camorra che cercano una vita migliore. O un riciclaggio. Chi costruisce? La società Mirabella, la società Fontana Bleu. Di chi sono? Dei Coppola. Sempre loro. E di chi, se no? Bella storia. Tante volte ti chiedi come mai non capisci niente di quello che ti succede intorno.
Scende la sera sull’Agro aversano, tornano nella base i soldati americani, raccolgono il pomodoro gli africani sperando di non essere ammazzati, trama la camorra nei suoi covi, discute il Parlamento se arrestare O’ americano, edificano i Coppola, aspetta la fine il colonnello Gheddafi. Se sarò ancora vivo, tra vent’anni mi piacerebbe tornare a Gricignano per vedere cosa c’è.