Gian Carlo Calza, Saturno-il Fatto Quotidiano 2/9/2011, 2 settembre 2011
IL CERVELLO CREATIVO? AVANTI A DESTRA - IL GESTO COME ARTE;
la ricerca della forma pura, essenziale; il fascino dell’irregolarità; la dinamica dell’asimmetria; l’apprezzamento dell’anticonformismo; il vuoto come silenzio: queste sono alcune delle conquiste della cultura e dell’arte occidentali nel ventesimo secolo, che vanno lette nel novero della riscoperta e realizzazione dell’unità fondamentale dell’uomo. Ovvero la ricostituzione del senso unitario della vita tra corpo, psiche e mente, riferiti alla coscienza. Negli ultimi ventiquattro secoli l’Occidente si è particolarmente impegnato a tenerli separati. Soprattutto lo sono stati mente e corpo, o spirito e materia; con la psiche oscillante fra i due e la coscienza ridotta, di fatto, ad attività censoria.
In questa vicenda l’Asia è stata ed è ancora, ciclicamente, una preziosa fonte di suggestioni e antidoti per noi. Così come, del resto, anche l’Occidente ha profondamente influito in Asia per l’acquisizione di maggior sensibilità sociale. Le conquiste dell’Occidente derivano soprattutto dall’incontro con la filosofia religiosa dello zen e con la corrente del buddhismo, nata in Cina nel sesto secolo e sviluppatasi successivamente in Giappone e da lì anche in Occidente. In Asia ha dato origine a un caratteristico genere artistico: inchiostro nero su carta, creato da monaci-artisti con dipinti e calligrafie vigorose, ma fluide, di un genere dall’espressione essenziale, quasi astratta. Secondo questa via, in ogni essere è presente la natura di Buddha, cioè l’attitudine a esser “svegliato”. Attitudine che tuttavia può capitare di non riuscire a percepire in se stessi, trascorrendo così l’esistenza senza potervi attingere. Basta un concetto, un semplice pensiero delle miriadi che ogni giorno attraversano incontrollate la nostra mente, o un’emozione che insorga improvvisa o un piccolo fastidio fisico, per innescare un processo mentale e offuscare o celare del tutto tale natura e precluderla allo sguardo interiore.
Perciò scopo fondamentale della via dello zen è la liberazione dalle forme automatiche, preconfigurate, del pensiero, la capacità di farlo azzittire attraverso la pratica meditativa fino a giungere così al “risveglio” (bodhi) della propria realtà vera, profonda. A questo proposito appare formidabile l’esperienza descritta in My Stroke of Insight, infelicemente tradotto nell’edizione italiana con il titolo fuorviante La scoperta del giardino della mente (Mondadori), da Jill Bolte Taylor. La Taylor, una neuroanatomista presidente della Brain Bank a Harvard, venne colpita a 37 anni da un grave ictus che la privò dell’uso dell’emisfero sinistro del cervello. Al tempo stesso le fece però guadagnare una conoscenza straordinaria del funzionamento del cervello e dei due emisferi, giungendo a intendimenti del tutto analoghi a quelli della meditazione. La Taylor scrive che «la nostra capacità di provare empatia di metterci nei panni degli altri e provare quello che essi provano, la dobbiamo alla corteccia frontale destra», mentre «è alla parte sinistra del cervello che dobbiamo il concetto di tempo, la divisione dei vari momenti in passato, presente e futuro». E continua: «attraverso i centri del linguaggio dell’emisfero sinistro, la mente ci parla in continuazione, un fenomeno che mi piace chiamare “chiacchiericcio cerebrale”… Prima dell’ictus le cellule del mio emisfero destro erano sopraffatte da quelle dell’emisfero sinistro e, di conseguenza, nella mia personalità erano dominanti le capacità di giudizio e di analisi». La Taylor trova dunque che il suo ictus «fu illuminante perché mi fece capire che al cuore della coscienza dell’emisfero destro si trova un carattere direttamente connesso con una sensazione di profonda pace interiore, un carattere che non desidera altro che portare nel mondo pace, amore, gioia e comprensione». Così come l’esperienza e le ricerche della Taylor, anche l’arte della calligrafia, dei segni, del suono o del pittorico di maestri orientali e occidentali, è il risultato di tale raggiunta consapevolezza. E perciò le opere sono spesso realizzate in modo fulmineo dopo un profondo raccoglimento meditativo. Le tradizioni estetiche asiatiche sembrano indicare, più delle nostre, che la creatività alta vada collocata in una zona ben oltre la normalità e che sia legata alla straordinarietà della persona e della sua opera. Non solo: pare che tutto ciò sia anche frutto di indipendenza da ogni scuola, sistema e soprattutto moda o tendenza.
Almeno a partire dal IV secolo prima dell’era attuale (a.C.), in Cina varie correnti critiche hanno sostenuto che superiori a tutti andrebbero considerati gli esseri svincolati da ogni regola. Quelli cioè liberi tanto dalle convenzioni della convivenza sociale quanto dai canoni estetici. Artisti e poeti che si allontanerebbero dal centro della normalità sociale, accademica, istituzionale o quant’altro. Noi molto spesso abbiamo preso le distanze da vite fuori della consuetudine bollandole di eccentricità se non di follia. Del resto a fianco dei percorsi della creatività più alta si accompagna sovente quello che comunemente e sbrigativa-mente si indica come disordine bipolare. Fondamentali nell’ambito del complesso e misterioso intreccio fra creatività e patologia appaiono le ricerche di Kay R. Jamison. Studiosa della John Hopkins University, nel suo ponderoso Touched with Fire: Manic-Depressive Illness and the Artistic Temperament (Simon and Schuster), essa esamina la correlazione tra disordine bipolare e creatività artistica. Gli esempi sono tanti da far sì che ci si debba seriamente interrogare sulla “normalità” di un prezzo eccezionalmente alto di rinunce personali e di straniamenti dalla vita comune che la massima creatività richiederebbe a chi la voglia perseguire. Abbiamo perciò esempi sublimi di ingegno artistico che si muovono sul sottile crinale tra genio e follia o si tratta forse di ispirazione altissima ai più non visibile? Ecco, forse la creatività è un’energia sacra. E tra Asia e Occidente con calligrafia, pittura e meditazione alla ricerca della straordinarietà, beh no, non è proprio possibile definirla.
Questo articolo è uno stralcio della lezione che Gian Carlo Calza terrà domani al Festival della Mente di Sarzana (Fortezza Firmafede, ore 15): www.festivaldellamente.it