Marco Imarisio, Corriere della Sera 2/9/2011, 2 settembre 2011
NEI BOSCHI FIORENTINI DOVE SI GIOCA ALLA GUERRA. «SOLO PADRI DI FAMIGLIA» —
«Beh, ogni tanto bisogna spararle grosse...». Le tecniche di combattimento nei centri abitati e l’addestramento all’arma da taglio di ogni categoria, coltelli di lama superiore ai dieci centimetri, machete e roncole, sono l’anima del commercio. La frase viene pronunciata schiudendo le mani tenute in grembo, come ad allontanare un pensiero scomodo. E il sorriso che accompagna le parole risulta indecifrabile, potrebbe essere l’imbarazzo dell’adulto chiamato a giustificare pratiche ludiche che rimandano all’infanzia oppure l’involontaria ambiguità di chi ha qualcosa da nascondere.
L’uomo che sta parlando si chiama Claudio Naldoni, ha 54 anni, due figlie, un nipote, di mestiere lavora a Firenze nel forno di famiglia. A suo tempo è stato un bambino che vestiva da samurai in omaggio al taglio orientale dei suoi occhi, oggi è il proprietario e gestore del campo dove Antonio Cataldo, idraulico e meccanico di Avellino, uno dei tre presunti contractor nostrani tenuti prigionieri per 35 giorni a Tripoli, nel carcere di Abu Salim, sostiene di essere stato addestrato per fini paramilitari e poi reclutato per affiancare le truppe regolari di Gheddafi. È roba sua, quattro ettari di bosco ai piedi della sua villa, annunciati da una insegna in pietra che riporta la ragione sociale della ditta, aperta nel 2007: «Settimo Rai Camp». La Procura di Firenze ha aperto un’inchiesta, perché l’idea che a cinque chilometri in linea d’aria dal centro della città possa esserci un centro clandestino dove aspiranti soldati privati apprendono i rudimenti dell’arte della guerra per esercitarli altrove, non va d’accordo con il nostro codice penale.
«Mi creda, sul sito faccio vanto di cose che non ho mai fatto. La mia è una strategia commerciale, più robe metti in vetrina, più ti vengono a cercare quelli che sognano un giorno di guerra, si fa per dire». Appena le parole dell’ex prigioniero italiano di Gheddafi sono diventate di pubblico dominio, dal sito del «Settimo Rai Camp», dove la sigla di mezzo sta per Reparto assalto e interdizione, sono subito scomparse le pagine che proponevano il military training camp con ex ufficiali dell’esercito americano, «i corsi ad alta specializzazione che prevedono l’uso di armi da fuoco», le tecniche di infiltrazione terrestre o anfibia, il combattimento a mani nude o con lama d’acciaio. In piedi, e visibile, è rimasta soltanto l’offerta del «gioco della guerra», così viene definito il più innocuo soft air, sport dilettantistico che prevede fucili finti con pallini a vernice biodegradabile, tute mimetiche e maschere di protezione. «Sono stato io a cancellare quelle pagine, mi autodenuncio. Ma non era per eliminare eventuali prove contro di me. Volevo solo buttare acqua sul fuoco, spegnere ogni equivoco. La mia clientela è fatta da gente che vuole provare a incamerare energia positiva giocando alla guerra. Lo sfogo di buoni padri di famiglia che vogliono fare i soldati per un giorno: tutto qui. Non c’è nient’altro, lo giuro». L’aspetto gioca a suo favore. Naldoni non è il prototipo del palestrato-esaltato che vagheggia un mondo a misura di Arnold Schwarzenegger prima maniera. Esibisce piuttosto un accenno di pancetta, l’abbronzatura di chi è reduce da una vacanza in Sardegna, pizzetto e corona di capelli bianchi a incorniciare la calvizie che avanza. È un istruttore di difesa personale, conseguenza della passione per le arti marziali. «Ho appena telefonato alla Digos, voglio essere sentito subito. Loro sanno che sono un tipo innocuo». In questura si limitano a confermare la conoscenza diretta. Naldoni è un ex calciante, termine che a Firenze indica i giocatori del calcio storico. Nel 1992 venne denunciato per rissa e lesioni personali, da quel giorno gli fu imposto il divieto di detenere armi e munizioni. A causa di questo precedente tre anni fa gli venne negata la licenza da investigatore privato. Afferma di non conoscere Cataldo, ma non esclude che possa essere passato dal suo bosco. «Non controllo entrate e uscite. Ho solo un registro con i nomi dei miei 22 soci, gli amici del soft air. Ogni tanto vengono altre squadre, non posso chiedere i documenti a tutti». Al tempo di Facebook, Naldoni vanta amicizie che in questo contesto potrebbero non essere d’aiuto alla sua causa, come quelle di Maurizio Agliana e Salvatore Stefio, i contractor catturati da un gruppo qaedista in Iraq, compagni di viaggio di Fabrizio Quattrocchi, che venne ucciso a sangue freddo.
Il campo, invece, è abbastanza inquietante. Magari è un’impressione da profano del soft air, attività che richiede soltanto uno spazio aperto e due squadre di finti soldati. Ma al termine di via delle Croci, una stradina stretta e piena di dossi che unisce Scandicci a Cerbaia, i cancelli del Settimo Rai Camp si aprono su una boscaglia di ulivi che nascondono alla vista uno scenario che rimanda alla guerra vera, non quella che «si fa per dire». All’ingresso c’è la carcassa di una jeep americana, ricordo della linea gotica. Appena oltre, quattro tende militari con brandine stese per terra, 6-7 posti per ognuna.
Ai bordi di un piazzale sterrato alcune «celle vietnamite», questa la definizione ufficiale, scavate nella terra e chiuse da una grata di ferro, che rimandano direttamente alla prigionia di Robert De Niro ne «Il cacciatore». Laddove la vegetazione diventa più folta si intravedono una serie di trincee, tremendamente reali a guardarle da lontano. Naldoni oppone un cortese diniego alla richiesta di andare oltre, nel punto più appartato del bosco. «Non c’è tempo» dice ai visitatori che chiedono di proseguire la visita guidata. E si congeda con lo stesso indecifrabile sorriso, tra l’imbarazzo e l’enigma.
Marco Imarisio