SIMONETTA FIORI, la Repubblica 1/9/2011, 1 settembre 2011
QUANDO MONTALE BALLAVA PER ME
Lui era l´Orso, lei la Volpe. Lui era il più grande poeta del Novecento, lei una giovane e vibrante letterata dalla "falcata prodigiosa". Eugenio Montale e Maria Luisa Spaziani, storia di una amicizia amorosa mai finita. Così lei la racconta in un divertente libro di ricordi, di sentimenti e risentimenti, che Mondadori pubblica nel trentennale della morte del Nobel (Montale e la Volpe). L´autrice ci riceve nella sua casa del centro storico dove tutto parla di quell´antico amore, dal ritratto di Carlo Levi alla fotografia che lo restituisce in un´inusuale posa, ironica e meditabonda. Un Montale minore, quotidiano, buffo, paradossale, incline al gioco e al nonsense affiora anche da questo vivace "lessico famigliare" redatto dalla Volpe. Che ha perso il passo, ma non lo sguardo ipnotico che mise in ginocchio "The Bear".
Tutto cominciò da una conferenza sulla poesia.
«Avevo venticinque anni e morivo dalla voglia di incontrarlo. Conoscevo a memoria Ossi di seppia e qualche poesia delle Occasioni. Accadde al Teatro Carignano, nel gennaio del 1949. Montale mi guardò con un´intensità così forte che ne rimasi turbata».
Fu lei a invitarlo a pranzo.
«La mia era una famiglia borghese molto accogliente, che assecondava le mie passioni letterarie. Proust soprattutto, ma anche Montale. "Meno male che Proust è già morto", fu il commento di mia madre alla notizia dell´illustre convitato. Eugenio ci avrebbe riso sopra, scusandosi poi con i miei genitori: "Mi dispiace non essermi ancora reso defunto"».
Insieme ridevate spesso.
«Sì, raramente ho riso come con Montale. Era persuaso che ogni giorno accadesse una scena comica. Bisognava solo trovarla. La sua era una risata a balzi. Prima cercava di arginarla, poi cedeva all´esplosione».
Cosa lo faceva ridere?
«Le gaffe, le aporie, i giochi linguistici, la benedetta svista che butta un lampo sulla scorza delle convenzioni. Una volta rischiammo di essere cacciati dalla Scala. Era animato da un´inspiegabile antipatia per una ballerina classica. "Ha la faccia di una che perde le mutande in pubblico", si lamentava. Cominciò il Lago dei cigni e dal tutù della poveretta prese a scendere una striscia di pizzo. Non posso dimenticare l´espressione grave di Montale mentre artigliava i due braccioli della poltrona: "Ci siamo!". Scappammo dal palco piegati in due».
Non parlavate di poesia?
«Mica tanto, i massimi sistemi erano rari. Facevamo discorsi comuni, sulle nostre letture, sui viaggi, sulle esperienze di vita».
Lei lo chiama Eugenio, non Eusebio.
«Eusebio non mi apparteneva. Era un nomignolo inventato dai suoi amici musicofili».
Montale la corteggiò subito?
«Dopo il pranzo in famiglia, tornato al Corriere mi mandò un espresso. Poi sarebbero arrivate le gardenie, i profumi ricercati, le tenerezze, le poesie d´amore. Ma già durante il piccolo convivio era apparso un po´ sovreccitato. Ebbe l´idea di mostrarci come aveva visto danzare una baiadera durante una sua visita in Libano. Si alzò da tavola, prese un grosso tovagliolo e con passetti di danza cominciò a sventolarlo a destra e sinistra. Luigi Pareyson, che aveva studiato la radice metafisica della sua poesia, lo guardava atterrito».
Oltre la bellezza, cosa l´attraeva della Volpe?
«No, non sono mai stata bella. Era affascinato dalla vitalità, questo sì. Subito abbiamo trovato un terreno infuocato di interessi e curiosità. Di Proust ho già detto, poi Hoelderlin, Rilke, Eliot. E una grande leggerezza, la voglia di ridere e giocare. Non avevo mai capito a fondo una sua dedica del 1956, sulla mia copia de La Bufera e altro».
Molti di quei versi sono dedicati al vostro amore. Cosa c´era scritto?
«"Alla Volpe, che non soltanto mi regala la luce della sua giovinezza, quanto mi restituisce la mia che non ho mai avuta"».
Lui aveva il doppio dei suoi anni.
«Non è solo una differenza anagrafica. Eugenio non era mai stato ragazzo. Prima l´infanzia in una città un po´ tetra come Genova, poi i tempi asfittici di Firenze, segnati da ristrettezze economiche. Aveva saltato i tempi giusti della formazione emotiva: la competizione, il rischio, l´esperienza della libertà».
The Bear, l´Orso, fu lei a chiamarlo così?
«Un giorno lo vidi appoggiato al banco di un´agenzia di viaggio, metteva il piede all´interno come fanno gli orsi. "Mi sei sembrato un orso", gli dissi. Ecco, fece lui, l´Orso va bene con la Volpe».
Lo descrive come un uomo goffo, restìo perfino alla bicicletta.
«Non aveva mai fatto sport. Una volta riuscii a convincerlo a venire sul tandem, ma siccome c´erano creste di terra rassodate dopo un temporale, il tandem prese a ondeggiare. Montale esclamò spaventato: "Pedala, angelo mio!", senza accorgersi del surrealismo della frase».
Il catalogo delle figure femminili nella poesia di Montale è molto ampio. Lei però nelle sue memorie rende omaggio solo a Clizia, scegliendo di omettere la Mosca, Drusilla Tanzi, a cui Montale era legato proprio negli anni del vostro amore.
«Non mi sento di parlarne. Posso però dire che la Mosca gli ispirò una bellissima poesia d´amore».
Ma perché Montale sposò la Mosca e non la Volpe?
«Le chiederei di sorvolare, come ho fatto nel libro. La verità è che mi chiese di sposarlo più volte, ma io nutrivo affetto e solidarietà per Elémire Zolla, che era molto malato di tubercolosi. Eugenio ed io non avemmo coraggio di staccarci da queste due persone. L´ultima volta che ci incontrammo mi disse una petite phrase che mi avrebbe accompagnato per tutta la vita. Tradotta in prosa quotidiana, significa che in una futura esistenza avremmo saputo organizzarci meglio».
Colpisce il suo rapporto con il Corriere: lui, il più grande poeta del Novecento, terrorizzato dai capiredattori.
«Viveva nell´ossessione di essere licenziato. E finiva per adattarsi a pezzi molto lontani dai suoi intessi, la morte di un grande sportivo o l´intervista alla diva».
Ebbe anche un momento di depressione.
«Non riusciva più a scrivere le recensioni, così insieme a Henry Furst gli diedi una mano. Ma si trattò di poca roba, solo la bozza di una decina di articoli che lui poi ritoccò. Per aiutarlo in questa sua difficoltà, il direttore gli affidò dei raccontini per il Corriere d´Informazione».
Che però scrisse lei.
«Sì, attingendo ai racconti di una vecchia zia di Carcare, nei boschi del Savonese, e a vecchi fatti di cronaca».
Dal suo libro pare di cogliere che lui non fu altrettanto generoso.
«Non mi sostenne quando ho avuto bisogno: mai una telefonata per aiutarmi a trovare una collaborazione giornalistica. Così come evitò sempre di recensirmi».
Mi sembra apprezzabile, no?
«Certo. Peccato che fossi l´unica. Carlo Bo e Salvatore Quasimodo recensirono certe loro amiche anche occasionali. Eugenio fino all´ultimo si mantenne fedele a quella che chiamava "decenza quotidiana" o rispetto borghese delle convenienze».
Con Salvatore Quasimodo c´era molta rivalità?
«Sì, ma soprattutto con Ungaretti. Gli arrivava l´eco del sotterraneo lavorio di Leone Piccione per fargli dare il Nobel. La cosa gli dava molta noia».
E con i rivali amorosi?
«Si seccava quando mi facevano la corte. Accadde con Leo Valiani, che mi aiutò soltanto a finire una traduzione di Leo Spitzer. Io ero affascinata dalla sua perfetta conoscenza del tedesco. Montale disse che in una futura esistenza avrebbe sperato di possedere una perfetta conoscenza del tedesco».
La prendeva in giro per il suo "letto museale".
«Sì, in quegli anni capitava che a Milano, a casa di Violetta Besesti, cedessi il mio letto a personaggi come Albert Béguin o George Balanchine. "Se andiamo avanti così", rideva, "quel letto dovranno portarlo al museo"».
Da museo, in quella casa, era l´allestimento scenico del bagno.
«Era una casa senza porte, così per rispetto del pudore l´architetto aveva installato sul water e sul bidet due grandi corone di seta, che scendevano intorno all´ospite. "Il sogno di Costantino di Piero della Francesca", diceva Montale non senza raccapriccio. Anche Umberto Eco fu colpito da questa stranezza, tanto da organizzare una delle sue performance di filosofia seduto sul water, la corona sospesa sul capo come una grande aureola».
Però Montale non rise quando Gadda fece lo spiritoso sul Picasso desnudo.
«Durante una visita all´artista era scivolato dai suoi fianchi un minimo pareo. Per Gadda non c´erano dubbi: l´incidente era stato intenzionale e mi bombardò di domande su quello straordinario "oggetto bioluminescente" apparso alla mia vista. Montale non gradì: "Con tutto il suo genio barocco, certe volte il nostro Carlo Emilio è proprio un tanghero"».
Perché finì tra voi?
«C´erano grossi problemi con Elémire, il quale mi era sempre stato vicino pur sapendo di Montale, come Montale sapeva di lui. Quando ebbe un´offerta di lavoro a Roma, nel 1958, gli proposi di andare a vivere insieme nella capitale. Così facevo un piacere anche a Montale».
In che senso?
«Lui continuava a pensare di avermi rovinato la vita. Io volevo dimostrargli che non mi aveva rovinato niente. Sposando Zolla, non sarebbe cambiato niente sul piano degli affetti. Eravamo sempre Montale e la Volpe».