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 2011  settembre 01 Giovedì calendario

DA PIGALLE A TRACEY EMIN LA LUCE DELLE TENTAZIONI COMPIE CENT´ANNI

Da Piccadilly Circus a Times Square, da Pigalle a Las Vegas, è da un secolo la luce delle tentazioni: erotiche, alcoliche o semplicemente commerciali. Compie cent´anni il neon, il gas scoperto per caso da due scienziati inglesi, brevettato da un inventore francese, celebrato da registi come Hitchcock e Coppola, riscoperto dall´arte concettuale di Joseph Kosuth e Tracey Emin. È volgare, vizioso, peccaminoso, è caldo, spiritoso, seducente, è la patina colorata che da cent´anni avvolge la vita notturna delle metropoli: night-club, jazz-club, bar, casinò, risplendono illuminati dal suo chiarore. Doveva scomparire con il progresso tecnologico, e in parte è stato rimpiazzato dai megaschermi a cristalli liquidi sulle insegne pubblicitarie delle piazze. Ma non se n´è andato del tutto, perché la magia del neon è insostituibile. Musei, convegni e campagne sul web commemorano in questi giorni il suo primo secolo di vita, e si può scommettere che continuerà a risplendere ancora a lungo.
A scoprirlo, nel 1898, fu una coppia di chimici inglesi, William Ramsay e Morris Travers, mentre facevano esperimenti per trovare altri gas con un processo chiamato distillazione frazionata. All´inizio però nessuno sapeva che farsene: dovettero trascorrere altri dodici anni finchè un inventore francese, Georges Claude, chiuse il nuovo gas dentro due tubi rossi a basso vuoto e li mostrò per la prima volta al Motor Show di Parigi del 1910. A novembre del 1911, Claude brevettò il prodotto per uso commerciale e nel 1913 la prima insegna pubblicitaria al neon riverberò nel cielo della "Ville Lumière": riproduceva una marca di alcolici italiani, il vermuth Cinzano. Da allora ha conquistato il mondo, reclamizzando sigarette, liquori, postriboli: "Girls, Girls, Girls" urlavano le insegne della 42esima strada di New York, prima che la ripulissero, e qualche analogo richiamo al neon si trova ancora a Soho, il quartiere a luci rosse londinese; ma è diventato anche la luce di bar e caffè, pop-corn e hot-dog, dentifrici e lingerie. L´elettricità aveva già trasformato Broadway nella "Great White Way", la grande strada bianca newyorchese, ma con l´arrivo del neon il giornalista Meyer Berger la ribattezzò "Rainbow Ravine", gola dell´arcobaleno; e intanto nel deserto del Nevada sorgeva una cattedrale del vizio, Las Vegas, che con un´esplosione di neon sembrava richiamare i peccatori di tutt´America. Tanti artisti si sono innamorati del neon: Alfred Hitchcock metteva scritte al neon nelle scene del delitto, da "Psycho" a "Vertigine"; nel 1982, reduce dai successi di "Il padrino" e "Apocalypse Now", Francis Ford Coppola gli dedicò un intero film, "Un sogno lungo un giorno", poco fortunato ai botteghini nonostante una splendente Nastassja Kinski ma fenomenale per gli effetti raggiunti con le luci al neon. Ora, in occasione del centenario, il Museo del Neon di Los Angeles lancia un´iniziativa per riaccendere vecchie luci al neon andate in disuso, la fotografa Kirsten Hively dà la caccia a tutte le insegne al neon rimaste a New York e le mette nel suo blog projectneon.tumblr.com, i collezionisti accorrono al Neon Boneyard, il Cimitero del Neon, dieci chilometri da Vegas, per acquistare pezzi rari. «Amo il neon perché ti fa sentire bene», dice all´Observer di Londra l´artista concettuale Tracey Emin, che due anni fa, per uno show al White Cube, usò una scritta al neon rosa per comunicare i suoi desideri intimi: "Voglio solo che mi fotti, poi divento avida e voglio pure che mi ami". Quando David Cameron, entrato a Downing street, le ha commissionato un´opera per il suo ufficio di premier, Emin ha fatto di nuovo ricorso al neon, ma in termini meno espliciti: una scritta che dice "More passion". Più passione. Anche quella, in fondo, una tentazione.