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 2011  settembre 01 Giovedì calendario

IN FILA PER I TEST 2.000 FAMIGLIE. LA CABALA DELLA TUBERCOLOSI —

Passano alla sinistra della grande statua bianca di Wojtyla, lanciando un’occhiatina al Papa santo come a cercarne l’aiuto. Spingono i passeggini per un vialetto laterale, fino alla porta a vetri con un cartello che muta in brividi l’ultimo caldo dell’estate: medicina preventiva, prelievi neonati. Oltre la porta, il ronzio dell’aria condizionata e il destino che aspetta mamme e papà con in braccio batuffoli di sei o sette mesi al massimo, forse contagiati dalla tubercolosi. Di certo il virus più contagioso per ora è la paura: da quando è cominciata qui al Gemelli, nel reparto neonatale, la conta di chi è stato toccato dal morbo, l’anticamera per fare il test è sempre più affollata.
Vagiti, pianti, sospiri, coccole, una puntura e via, si attendono quarantotto ore per un verdetto che t’accompagna a vita. Numeri. Su un migliaio di esami, 79 casi di positività (ieri gli ultimi 22 accertati), ma una sola malata: Serena, sei mesi. Alle quattro di pomeriggio la sala d’attesa va svuotandosi, una coppia giovane sbuca dall’ambulatorio 6 con la figlia piccolissima, si vedono solo maglietta rosa e ciuffo biondo; una dottoressa li conforta, sussurra: «Andrà bene, vedrete, le probabilità aiutano». Vero, le statistiche dicono che non più di otto bambini su cento sono positivi lì al nido. Sperare è legittimo, ma questa cabala non basta a nessuno. «È improprio parlare di epidemia», dice un professore illustre come Gianni Rezza. Ma vallo a spiegare a quest’altro papà appena entrato stringendosi al petto il suo maschietto in tutina azzurra che deve ancora fare il prelievo. Fuori, nel piazzale, qualche futura mamma ci pensa e ci ripensa. «Preferisco non partorire qui, mi sa», medita qualcuna in lista per ottobre. «Io non mi fido più», l’angoscia che monta impaccia più del pancione. «Come madri siamo indignate». Ma bisogna usare cautela, capire. Niente panico.
Al Gemelli si respira quest’aria a metà, ansia filtrata da incredulità. Non pare possibile che succeda. «Abbiamo fatto il meglio e il massimo, come al solito: la gente non ce l’ha con noi, le madri sanno», assicurano al Policlinico. Perché questa cosa assurda capita nel salotto della sanità romana, un’eccellenza nazionale. Un posto che eravamo abituati a guardare in tv, spiando quella finestrella all’ultimo piano, quella stanza dove Wojtyla ha trasformato la sua sofferenza terrena in qualcosa che pure qui è rimasto, che qui si respira. «Questo è il Vaticano numero tre», dopo San Pietro e Castel Gandolfo, diceva il Papa. Da Saragat a Pertini e a Scalfaro, da Sordi a Claudio Villa, da Castagna a Sposini, da Veltroni a Ruini, i potenti e i famosi hanno trovato cura e conforto in queste palazzine, tra questi viali.
La piccola storia di un’infermiera ammalata, d’improvviso ha rovesciato tutto questo. Trentotto anni, una lunga esperienza nel reparto, un marito che fa il suo mestiere e un bambino che l’aspetta a casa, la sera del 25 luglio ha appena finito il turno, a neonatologia, e capisce che qualcosa non va: caldo e freddo, brividi e tosse, non pare influenza. La visitano, in due giorni è allo Spallanzani, infettiva. La domanda sarebbe banale: quanti bambini può avere infettato e a partire da quando? Siamo al 27 luglio. Fino al 17 agosto, sulla vicenda cala un fragoroso silenzio. «Occorreva una strategia, evitare allarmi ingiustificati», racconta al Corriere Renata Polverini. Dura da mandar giù, per mille famiglie comincia un calvario, i test s’avviano sui nati di luglio, e ancora il 20 agosto passano messaggi tranquillizzanti: «Tutto procede regolarmente», assicura il primario di neonatologia, «il rischio di contagio è bassissimo», gli fa eco la presidente della Regione. Su quel lungo silenzio e forse quell’eccesso di understatement inizia a indagare adesso la Procura, che ipotizza lesioni colpose a carico di ignoti. Un’ora dopo l’altra, aumenta il numero dei positivi. Dai 25 test al giorno decisi all’inizio si sale a 150, con l’aiuto del Bambino Gesù e del San Camillo. I numeri di ieri sono soltanto provvisori (1.197 esami con 996 risultati), perché il test ora viene esteso ai nati in gennaio (saranno allora 1.730 i bambini coinvolti) e quasi di sicuro arriverà agli ultimi mesi del 2010. «L’ho saputo dai giornali, come può succedere una cosa simile? La rabbia mi cresce ogni volta che aumenta il numero dei piccoli contagiati», scrive al Corriere Laura Passacantando, mamma di Andrea. «Nessuno mi ha chiamato, ho sentito la notizia in tv», ci racconta il papà di un piccolo nato il 6 maggio, nel periodo più a rischio. Difficile, molto difficile capire e prenderla con calma.
Il Codacons di Carlo Rienzi cavalca la notizia e la rabbia popolare: «Altro che lesioni colpose. Questa è epidemia e disastro colposo, la Procura ci va troppo cauta quando ci sono di mezzo i cardinali». E naturalmente c’è sempre un Dan Brown in agguato quando si parla di Vaticano. Ma soprattutto c’è la rabbia delle famiglie, quella vera di chi sta rischiando la salute del bene più caro, quella che non si presta a essere deformata. Qualcuno si sta rivolgendo a Giulia Bongiorno, mente giuridica di Fini, che ha partorito proprio qui, a gennaio, un bel maschietto: tira aria di azioni legali collettive. Pure le figlie di Fini sono nate qui, nel 2007 e nel 2009, come la figlia di Anna Falchi, a fine ottobre 2010, forse fuori per un pelo dall’incubo. «Ma questa storia dura da sette anni», tuona Rienzi, implacabile. Chissà. Pare comunque difficile che la si possa fermare al Gemelli. Il primo malato della serie, si scopre, è il marito dell’infermiera che, ancora ricoverata allo Spallanzani, si macera nei rimorsi: «Mi sento come il monatto di Roma». Lui, pure infermiere ma di cooperativa, ha preso la tubercolosi a fine 2004, forse ha contagiato lei. Si apre naturalmente un gran ballo di voci su dove lavori. Prima voce, maligna: a Villa Speranza, collegata al Gemelli. Smentita. Seconda voce, al Buon Pastore. Chissà. Di sicuro, alla fine del 2004, il possibile primo untore del pasticciaccio viene ricoverato al Policlinico Umberto Primo dal professor De Rosa, nome grosso: diagnosi di pleurite bilaterale «di natura tubercolare», dimesso. La terapia per non restare infetti dovrebbe durare due anni: gliela fanno? La denuncia al servizio di prevenzione della Asl è obbligatoria: ce n’è traccia? «Avessimo combinato noi i guai del Gemelli, finivamo in galera», ridacchia caustico un chirurgo dell’Umberto Primo. Ma la sanità segue il principio dei vasi comunicanti: difficile che un guaio non passi da una parte all’altra, come un contagio che non si ferma.
Goffredo Buccini