Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  settembre 01 Giovedì calendario

Levitan Jerry

• Toronto (Canada) 1954 • «[...] aveva 14 anni e stava facendo la doccia, la sera del 25 maggio 1969, quando alla radio sentì che John Lennon e Yoko Ono erano stati visti all’aeroporto di Toronto, la sua città. Si asciugò al volo e si precipitò a telefonare ai migliori alberghi. “Posso parlare con John Lennon?”, chiedeva. Quando il centralinista del King Edward gli sbatté giù il microfono, capì che il suo idolo doveva stare lì. All’alba del giorno dopo, armato di sacca a tracolla con registratore, microfono, macchina superotto di suo fratello Steve, blocco e penna, si avventurò all’ultimo piano dell’albergo. In fondo al corridoio davanti alla camera 869 c’era una bambina stesa a pancia sotto a disegnare. Era Kyoko, cinque anni, figlia di Yoko Ono e del regista americano Tony Cox. Fece un respiro profondo e bussò. “Canadian News”, mentì a chi gli aprì. Dopo un solo secondo si trovò seduto a un metro da John Lennon e sua moglie. Pantaloni e camicia bianca lui, maglia nera e pantaloni bianchi lei, rispondevano alle domande di pochi reporter locali e annunciavano la settimana di “bed-in” per la pace che avrebbero fatto poco dopo a Montreal. Per darsi un atteggiamento Jerry tirò fuori la macchina fotografica. “Non sapevo nemmeno se c’era dentro il rullino”, racconta. Ma cominciò a scattare. John si toccava la barba, poi i piedi, lei gli sedeva amorosa accanto. Quando si alzarono per andarsene, Jerry tirò fuori dalla sacca Two Virgins, l’ultimo disco con John e Yoko nudi in copertina. Per la prima volta il suo eroe gli rivolse la parola: “Come hai fatto ad averlo? Credevo fossero stati sequestrati tutti”, e glielo dedicò “To Jerry Love & Peace Man”. Mentre gli altri uscirono dalla suite, Jerry perse tempo a mettere a posto le sue cose. E quando rimase da solo con Lennon prese il coraggio a quattro mani e gli chiese: “Posso tornare a intervistarla sull’amore, la pace, la guerra e fare sentire poi l’intervista ai miei compagni di scuola?”. A John e Yoko l’idea sembrò straordinaria. Il ragazzo uscì dal King Edward volando. Il resto è nel libro (con cd dell’intervista del ’69) che Jerry Levitan ha scritto 40 anni dopo [...] I met the Walrus (“Ho incontrato il tricheco”, dal titolo di una canzone del ‘67 dei Beatles, composta da Lennon) è il racconto di come la vita di un quattordicenne può cambiare da un giorno all’altro con un incontro. “Lennon fu generoso a dare tempo e attenzione a un ragazzo come me”, dice Jerry Levitan, che oggi fa l’avvocato. «Era un segno di rispetto per gli esseri umani [...] Se sono riuscito a fare quello che molti sognavano, vale a dire incontrare il mio eroe, intervistarlo, vuol dire che posso fare tutto quello che decido, pensavo. Così cominciai anche a studiare di più, ad andare meglio a scuola, insomma ad avere più fiducia in me stesso [...] Era l’epoca delle proteste sul Vietnam, ma io non ero un attivista. Lui me ne parlò come avrebbe fatto uno zio. Non usava teorie pacifiste, ma semplici fatti [...] Se diventi un ribelle vieni schiacciato, se distruggi devi poi ricostruire. Devi usare l’immaginazione nella tua vita di tutti i giorni, mi diceva, perché c’è un modo più intelligente di usare il sistema per fini positivi e non per aggredire [...] L’idea di raccontare in qualche modo quell’incontro per me decisivo stava sempre lì nella mia testa. Tante volte mi avevano proposto di farne un film. Per me sarebbe stato come amputarmi un braccio. Mi rifiutavo di sfruttare in maniera commerciale quell’evento magico. Poi [...] ho pensato di farlo a modo mio. Non avevo aspirazioni, ma mi sembrava giusto per raccontarlo ai miei quattro figli [...]Il mio amico Josh Reskin, regista di cartoni animati, mi fece incontrare James Braithwaite, un bravissimo illustratore di Toronto. I suoi disegni mi colpirono. Erano perfetti per John Lennon. Con 50 mila dollari producemmo un cartone animato di cinque minuti e cominciammo a essere invitati ai festival. Gli organizzatori di quello di Abu Dhabi ci chiesero perché non lo proponevamo per gli Oscar. Mi venne da ridere, ma lo facemmo. E un bel giorno [...] mentre accompagnavo mia figlia Jamie a scuola, mi arrivò una telefonata. Il nostro era uno dei dieci cortometraggi selezionati. Avremmo sfilato sul tappeto rosso con Penelope Cruz, George Clooney, Cate Blanchett [...] Il giorno dopo gli Oscar, la mia fidanzata Anisa Pejpar e io eravamo a Hollywood, seduti a un caffè di Beverly Hills - al tavolo accanto, ricordo, c’era Sean Penn. Squilla il mio cellulare e rispondo. Da Harpers Collins mi proponevano di fare il libro. Consegna nella primavera 2009, a quarant’anni dal “bed in” di John Lennon e Yoko Ono e dal mio incontro con loro. Accettai [...]”» (Fiamma Arditi, “La Stampa” 8/6/2009) • «Il ragazzino travestito da reporter con la giacca dei giorni di festa, la macchina fotografica del papà e la cinepresa super 8 del fratello maggiore a tracolla bussa alla porta della camera d’albergo di John Lennon e Yoko Ono. “Canadian News”, dice bluffando clamorosamente, con il cuore in gola. Ma in questa storia le bugie, per una volta, hanno le gambe lunghissime, e “Canadian News” suona come “apriti Sesamo”. Perché, dall’altra parte, qualcuno apre la porta. Comincia così il giorno più bello della vita di Jerry Levitan, 26 maggio 1969, quando il liceale di 14 anni diventò giornalista per un giorno, entrò nella suite del suo idolo con uno stratagemma e lo intervistò per 50 minuti. La storia di Jerry nel corso degli anni è diventata una specie di leggenda metropolitana, una delle fiabe (vere, e sono poche) del rock. È stata anche trasformata dallo stesso Levitan in un “corto” a cartoni animati, nomination all’Oscar nel 2008 con il titolo I met the walrus (“Ho incontrato il tricheco”, dalla canzone dei Beatles “I Am the Walrus”), 5 minuti ispirati ai disegni un po’ pazzi di John [...] oggi fa l’avvocato, l’attore (anche in un episodio del telefilm “The West Wing”), l’intrattenitore per bimbi al la tv canadese (“Sir Jerry”, una spe cie di Mago Zurlì). [...] in realtà quel giorno al King Edward Hotel di Toronto fu la star più grande del mondo (“Adesso noi Beatles siamo più famosi di Gesù”, aveva scherzato John tre anni prima, sull’Evening Standard del 4 marzo 1966, data storica nell’albo dei ricordi dei Beatles-maniaci e peraltro ormai anche riabilitata dall’Osservatore Romano) a intervistare il ragazzino. Non il contrario. Fu Lennon a chiedere a Jerry cosa ne pensassero gli studenti canadesi della guerra, e del loro primo ministro (Jerry disse che era “uno a posto”, e in seguito John decise di incontrare Pierre Trudeau: è bello pensare che non sia stata una coincidenza). Fu Lennon a rassicurare Jerry che no, i Bee Gees non avrebbero superato in popolarità i Beatles e che la musica che aveva fatto con Paul, George e Ringo sarebbe rimasta nel tempo senza essere trasformata in qualcosa di obsoleto da quella “più nuova” dei Bee Gees (e neppure il più grande fan de La febbre del sabato sera, emulo di Tony Manero e amante del falsetto del pur grande Barry Gibb può negare, quarant’anni dopo, che John avesse ragione). E fu sempre John a ascoltare pazientemente — sembra fantascienza per chiunque abbia mai avuto a che fare con la moderna inumana macchina di pubbliche relazioni che avvolge le rockstar in una impenetrabile cortina di lusso, isolamento e servilismo — mentre Jerry agitatissimo insisteva che il “White Album” fosse pieno di significati nascosti e effetti subliminali: allora la più grande star del mondo, “più famoso di Gesù”, spiegò al ragazzino in blazer blu infiltrato nella sua suite, parlando serenamente ma con fermezza nel microfono del grosso magnetofono che Jerry aveva preso in prestito da una radio locale, che non c’erano frasi nascoste, no, non c’era nessuna magia. Era solamente musica. E i Beatles erano ragazzi normalissimi, né stregoni né supereroi. Non diversi dai loro coetanei nel resto del mondo, semplicemente più famosi. Mentre i giornalisti veri aspettavano fuori dalla porta della suite, John regalò al suo nuovo amico un disco, autografò la copia di “Two Virgins” (LP-scandalo con John e Yoko nudi in copertina, bandito dalle autorità canadesi) che Jerry aveva portato con sé. Poi lo mandò a un concerto, quella sera, al posto suo: “Date al mio amico il trattamento da vip che avreste riservato a me”, disse Lennon. Poi, sorridendo, strinse la mano di Jerry. Che, quarant’anni dopo, non ha ancora lasciato la presa» (Matteo Persivale, “Corriere della Sera” 11/5/2009).