Alessandro Trocino, Corriere della Sera 01/09/2011, 1 settembre 2011
LA TRASPARENZA (A OSTACOLI) SUI REDDITI — È
il luglio del 1990 e manca qualche mese all’arrivo dell’ennesimo «condono tombale», bis in minore del padre di tutti i condoni, datato 1982. L’immaginifico Rino Formica — l’allora ministro delle Finanze socialista che avrebbe coniato espressioni come «partito di nani e ballerine» e «la politica è sangue e merda» — decide di svegliare dal torpore estivo gli italiani. Perché si possa perdonare (e condonare), occorre prima espiare. Così Formica invia alle redazioni alcuni libroni pieni di cifre e nomi. L’indomani, le dichiarazioni dei redditi degli italiani finiscono sui giornali. Il ministro è esplicito: «Spiare i guadagni dei vicini è una forma di controllo sociale». Ventuno anni e molti condoni dopo, nella manovra economica del governo fa capolino (ma è ancora un’ipotesi tutta da studiare) una norma che prevede l’obbligo di pubblicazione online delle dichiarazioni dei redditi da parte dei Comuni. Obiettivo: snidare furbi ed evasori grazie alla «collaborazione» degli italiani.
Leggendo i giornali, gli italiani scoprono dell’esistenza di un signore che guadagna 13,3 miliardi, re del 740 per il 1989: è Leonardo Del Vecchio, patron di Luxottica. Dietro di lui compare Silvio Berlusconi, con 10,5 miliardi. Allora prevale la curiosità, ma c’è già chi parla di «inquisizione». A distanza di anni, Formica non può che essere d’accordo con la formalizzazione della sua idea: «Pubblicare i dati è una cosa civilissima e doverosa. Delazione? Quando pubblicai i miei elenchi ero reduce da un viaggio in Norvegia: lì era considerata una manifestazione di civiltà denunciare i vicini con uno stile di vita superiore ai redditi ufficiali».
La storia della pubblicità dei dati fiscali comincia in realtà nel 1977, con Bruno Visentini. L’allora ministro delle Finanze stabilisce che chiunque può andare in un Comune e chiedere la dichiarazione dei redditi di un’altra persona. La procedura è un po’ macchinosa, ma il libero accesso è garantito. Dopo il blitz del ’90 di Formica, è Vincenzo Visco a ispirare un altro colpo. Nel 2008 l’Agenzia delle Entrate pubblica sul sito le dichiarazioni di tutti gli italiani. Mossa avventata. I dati restano online solo pochi minuti. La magistratura apre un’inchiesta. Il direttore dell’Agenzia, Massimo Romano, si assume tutte le responsabilità e si dimette. I dati finiscono ad altri siti che li rivendono a dieci euro l’uno. Le reazioni politiche, in un Paese poco abituato a parlare pubblicamente di soldi, sono negative. I più morbidi parlano di «gogna mediatica». Renato Schifani accusa: «Così si incentiva la morbosità». Gianfranco Fini è in scia: «Provvedimento pericoloso».
Ma è soprattutto l’intervento del Garante della privacy a bloccare l’operazione Internet. Francesco Pizzetti, oggi ancora al suo posto, ci spiega perché: «Fu pubblicato indiscriminatamente l’imponibile di tutti gli italiani, senza filtri e senza barriere. Per di più in un file word, facilmente modificabile, accessibile a tutto il mondo e a tutti i motori di ricerca». I dubbi di allora si possono riproporre oggi, anche se non c’è nessun veto generico alla pubblicazione online: «Si tratta di capire per quali finalità e come. Stiamo maneggiando materiale molto delicato, rischiamo di fare disastri. Se il legislatore intende ricorrere a nuove forme tecnologiche per dare le informazioni sui redditi, bene, ma bisogna fare attenzione a conciliare le finalità che si vogliono perseguire con la protezione dei diritti. Una cosa, poi, è la finalità di trasparenza, altra quella di suggerire ai cittadini la delazione. Qual è l’intenzione?».
La seconda, a giudicare dalle prime indiscrezioni: «Allora dobbiamo fare attenzione alle delazioni anonime, a non passare dal Grande Fratello al Grande Fratello diffuso, a una società in cui tutti hanno paura di tutti. Quando parliamo del Consiglio dei Dieci, nella Repubblica Veneta, con la buca per le denunce anonime nel portico di Palazzo Ducale, parliamo di un tribunale che era il terrore dei veneziani. Un conto è il diritto alla trasparenza e la fondamentale lotta all’evasione, un altro l’imbarbarimento collettivo».
Osvaldo Napoli, presidente dell’Anci, è favorevole, ma con cautela: «È giusto pubblicare, ma bisogna dare ai sindaci gli strumenti necessari. Se uno denuncia che il vicino ha una Mercedes da 120 mila euro, io cosa faccio? Le do un dato: solo il 14 per cento dei 15 mila casi segnalati ha fatto avviare indagini fiscali». Luigi de Magistris, primo cittadino di Napoli: «Sono favorevole alla pubblicazione se è un percorso di trasparenza finanziaria. È un principio che deve valere per i cittadini come per i politici, soprattutto quando si tratta di contrasto all’evasione fiscale». Il sindaco di Firenze Matteo Renzi dice di sì: «Purché non sia uno slogan». Il leghista Gianluca Buonanno, sindaco di Varallo Sesia, è entusiasta: «Chi evade è un ladro e va denunciato: se mi danno l’ok, pubblico i dati in un mese e tappezzo di manifesti la città». Marta Vincenzi, sindaco di Genova, è favorevole al principio: «I Comuni devono essere responsabilizzati nella lotta all’evasione fiscale. Ma occorre investire in formazione del personale e in informatica». Il suo Comune ci sta provando: «L’anno scorso abbiamo avviato 700 pratiche per sospetta evasione. E le abbiamo comunicate all’Agenzia delle Entrate, con la quale abbiamo una convenzione». Solo 540 Comuni su 8.100 hanno un protocollo d’intesa con l’Agenzia delle Entrate, ricorda Napoli. Gli altri nicchiano.
Bruno Tabacci, deputato Api e assessore al Bilancio di Milano, è fuori dal coro: «Il governo vuole trasformare i sindaci in esattori e scaricare, ipocritamente, l’onere delle tasse in periferia».
Formica non si fa intenerire dalla sorte dei Comuni: «Non hanno mai fatto nulla, nonostante avessero gli strumenti per agire, come i consigli tributari». Il perché affonda le radici nella storia: «Nel ’73 ci fu la riforma tributaria, che tolse la facoltà impositiva ai Comuni e la centralizzò nello Stato. Da allora vissero di finanza derivata. Due anni dopo i decreti Stammati consolidarono la spesa storica. A quel punto i Comuni non avevano più interesse a scovare gli evasori». Non andò meglio più avanti, spiega Formica: «Negli anni 80 a ogni Finanziaria bisognava aumentare di 2.000 miliardi il debito pubblico, per finanziare le pensioni e i Comuni. Come disse una volta il pds Luigi Spaventa "La potenza maggioritaria da noi è dei comunisti d’Italia, intesi come Comuni"». Ben venga, dunque, un nuovo corso. E ben venga la pubblicità dei guadagni: «Ricordo il deputato Franco Piro. Aveva fatto stampare sul biglietto da visita, con orgoglio, la sua dichiarazione dei redditi».
Alessandro Trocino