Varie, 1 settembre 2011
KARKADAN
(Sabri Jemel) Tunisi (Tunisia) 1983. Rapper • «A casa sua, a Tunisi, i giornali si sono divisi fra autentici fan e detrattori che l’accusano di non rispettare i modelli culturali di riferimento per i musulmani. Ma Karkadan [...] non se ne cura. “Io faccio un rap anti-integralista”, dice. Il giovanotto, da sempre appassionato di musica, è sicuro che la musica sia il collante dell’integrazione e permetta di superare barriere e divisioni. Tradotto dal tunisino in italiano, Karkadan significa “rinoceronte”: nomen omen. Il ragazzone è alto, moro, con la barba lunga e un fisico scolpito dalla passione per la boxe. Come si dice dalle nostre parti: un toro. “Il rap è la mia ragione di vita”, scopre non ancora ventenne quando si rende conto di volersi esprimere con le rime in musica. Nel 2003, però, Karkadan decide che la nazione dove è nato è troppo piccola per la sua voglia di farsi conoscere e si trasferisce dalla Tunisia in Italia. Qui continua a “rappare” in un tunisino francesizzato che fa presa su molti teen-ager; sui blog milanesi si inizia a parlare di lui. In pochi anni, con le conoscenze giuste ed entrando nei favori degli organizzatori hip-hop, Karkadan si esibisce nei maggiori club underground di Milano e nelle principali rassegne del genere, stringendo contatti e collaborando con produttori importanti. Da qui nasce il format TerroristForRent!. Nel 2005 esce Rap FiStillArab, uno street-album completamente autoprodotto da cui è tratta la canzone AnaTunziBabaTunzi seguita da un videoclip animato che intriga i programmatori di Mtv e di AllMusic. Altri singoli attirano l’attenzione e nel 2008 esce TunziFiShlekkaMixtape con la collaborazione di Dj Harsh e successivamente ElJazira con Deleterio. Questo disco segna l’ingresso di Karkadan nella Dogo Gang di cui fanno parte altri rapper di spicco della scena milanese tra cui i Club Dogo e Marracash. [...]» (Luca Dondoni, “La Stampa” 5/1/2010) • «Tutti dicono che sono il capo, tutti dicono che sono zarro. Alcuni dicono che “finto arabo”, altri dicono che “sembro calabro”. È il rap di un immigrato [...] Karkadan è una forza, la multinazionale Universal ha deciso di [...] Karkadance, l’album d´esordio del rapper tunisino che canta in arabo, italiano e francese. Sabri Jemel [...] arrivò in Italia da Tunisi nel 2003. Ufficialmente per proseguire gli studi di economia alla Bocconi, in realtà con un altro sogno. Lo stringeva con la mano nella tasca del giubbotto, una cassetta con i rap che componeva dall’età di 14 anni. Troppo provocatori per essere pubblicati in patria, con quei testi avrebbe messo nei guai se stesso e i suoi (“Ora sono qui, non sarebbero stati al sicuro a Tunisi dopo questo cd”). “È vero, non sono arrivato col gommone, pagando seimila euro, ma le aspettative erano le stesse degli altri emigranti [...] Pensavo, arrivando a Milano, di incontrare gente disposta a comunicare. E sa perché? Perché i tunisini che tornavano in vacanza ci raccontavano di un paese meraviglioso, dove il razzismo non esiste. Poveretti! Non sapevo che qui vivevano in ciabatte sotto la pioggia e davano fondo ai risparmi per comprarsi un paio di belle scarpe solo alla vigilia del rientro, per non far vedere agli amici la miseria in cui vivevano, ai parenti l’umiliazione che quotidianamente subiscono. Che delusione!”. A Milano Karkadan è un emarginato, abita in periferia, frequenta i ghetti dove la vita conta meno di niente. “Altro che integrazione, un arabo qui, agli occhi della gente, o è uno spacciatore o un terrorista” [...] Lo salva la musica, la frequentazione dei centri sociali, una nicchia nell’underground musicale. Ma ben presto capisce che anche quello è un ghetto, che è solo un arabo che rappa per gli arabi, che da quella postazione non riuscirà a far arrivare il suo messaggio all’Italia, tantomeno al presidente tunisino, “uno che si ammanta di modernità e poi calpesta i diritti civili, perseguita, arresta, tortura”. Decide di provocare, si fa crescere la barba per sembrare un Mujaheddin. “E sa perché? Perché al presidente Ben Alì la barba non piace, dice che fa sembrare fondamentalisti e lui non vuole litigare con l’America. Sa che da noi per farsi crescere la barba occorre un permesso che costa sei euro e si deve rinnovare ogni settimana? Salvo poi che la polizia ti aspetta fuori dalle moschee e ti sfinisce coi controlli. Sa che da noi le forze dell’ordine hanno anche l’autorità di controllare se nell’mp3 hai musica ‘sovversiva’? Ma dall’Italia no, non mi aspettavo di essere discriminato, l’Italia è un paese dell’Europa. Invece ho trovato la Santanché che aggredisce le donne col velo. Io dico: lasciamo i crocifissi al loro posto e il velo a chi come libera scelta decide d’indossarlo”. Una trionfale esibizione a San Vittore gli fa conoscere l´euforia del live concert. Muhammad Ali lo scopre su MySpace, gli fa arrivare i suoi complimenti; Karkadan gli regala una canzone, Ali Bom (“Anche io ho tirato di boxe, è un idolo per me”). In Karkadance ce n’è per tutti: per i leghisti e per il presidente tunisino, per chi nasconde i peccati dietro il pellegrinaggio alla Mecca e per la Milano etnicity dove tutti criticano Berlusconi ma lavorano per i suoi milioni. “Quello stesso Berlusconi che, baci e abbracci con il nostro presidente, è venuto in Tunisia per il lancio della sua Nessma Tv che trasmette in cinque paesi del Maghreb [...] Insomma, siamo stati ricolonizzati, questa volta con la parabola. E intanto i tunisini continuano a sognare l’Italia bella, l’Italia buona che vedono sul piccolo schermo. Come negargli il diritto di voler vivere?”» (Giuseppe Videtti, “la Repubblica” 20/1/2010).