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 2011  settembre 01 Giovedì calendario

Proprio come in Irak: la Cina allunga le mani sul petrolio - Se ’historia docet’ occhio alla Cina

Proprio come in Irak: la Cina allunga le mani sul petrolio - Se ’historia docet’ occhio alla Cina. E al nostro petrolio. Quando nell’Irak del dopo Saddam si aprirono le aste per le concessioni petrolifere i più veloci a mettere le mani sui grossi giacimenti non furono le compagnie americane, ma quelle cinesi. In Libia rischia di anda­re allo stesso modo. Alcuni indizi già ci sono. La Cina, pur non avendo mai rico­nosc­iuto l’autorità del Consiglio di Tran­sizione di Bengasi, partecipa con il vice ministro degli esteri Zhai Jun alla confe­renza sulla ricostruzione della Libia aperta oggi a Parigi dal presidente Nico­las Sarkozy. Zhai non passa di lì per caso. Con Muammar Gheddafi in sella Pechino im­portava 150mila barili di greggio libico al giorno (il 10 per cento della produzio­ne) e soddisfava il 3 per cento del pro­prio fabbisogno. In cambio 75 aziende di Pechino, tra cui 13 controllate dallo Stato, lavoravano a 50 progetti del valo­re di 15 miliardi di euro. La ricetta era la stessa usata per mettere le mani sulle ric­chezze del resto dell’Africa. In cambio di lavoratori a prezzi stracciati e privi di tu­tela Pechino portava a casa materie pri­me e risorse energetiche. Un baratto che nessun Paese occidentale può permet­tersi. Un baratto allettante anche per le nuove autorità libiche costrette non so­lo a far fronte alla ricostruzione, ma an­che alla precedente mancanza d’infra­strutture. Da questo punto di vista il mancato riconoscimento del Cnt e i buo­ni rapporti mantenuti con il raìs fino a pochi mesi fa- quando un ministro di Tri­poli venne ricevuto a Pechino - sono ininfluenti. La pragmatica politica este­ra ed economica di Pechino non si basa sulle relazioni internazionali, ma sugli interessi reali. E il costo iperbolico di una ricostruzione affidata esclusiva­mente agli occidentali è la miglior garan­zia dell’indispensabilità cinese. Ma non solo. Pechino sa anche che l’economia americana e quella europea non sono oggi in grado di finanziare pro­getti di lungo termine. Non a caso l’arri­vo dell’osservatore cinese a Parigi è sta­to preceduto, all’indomani della caduta di Tripoli, dalla visita lampo di Sarkozy al suo omologo Hu Jintao del 25 agosto. In quell’incontro - incentrato ufficial­mente sulla crisi dell’euro- Sarkò avreb­be barattato il sostegno della Cina alla moneta europea con il via libera alla sua partecipazione al grande business libi­co. Non che Pechino non ci avesse già pensato. A giugno l’ambasciatore cine­se in Qatar Zhang Zhiliang aveva incon­trato a Doha il rappresentante dei ribel­li. Subito dopo un diplomatico di Pechi­no era volato dall’Egitto a Bengasi per un appuntamento con il capo dell’Ntc Mu­stafa Abdul Jalil. Preliminari seguiti po­che settimane fa dal viaggio in Cina di un alto esponente dei ribelli e dall’arrivo a Bengasi del vice ministro degli esteri ci­nese per l’Africa. Ma la doppiezza di Pechino è sempre a tutto campo. Se oggi è pronta a far affa­ri con i nuovi capi libici pur senza averli mai appoggiati è anche interessatissi­ma a mantenere ottimi rapporti con il Ciad, l’Algeria, il Niger e il Sudan. Tutti Paesi amici sia di Pechino, sia del vec­chio Gheddafi. Paesi da dove potrebbe continuar l’opera di destabilizzazione del nuovo regime. Paesi da cui Pechino potrebbe riaffacciarsi se falliranno gli ambiziosi progetti discussi oggi alla cor­te di re Sarkò.