GIUSEPPE SALVAGGIULO, La Stampa 1/9/2011, 1 settembre 2011
L’ultimo è stato una beffa Mancano ancora 4 miliardi - Un altro condono fiscale? Ma non dovrebbero prima incassare i soldi di quello varato nel 2002 da un altro governo Berlusconi-Tremonti? Dopo nove anni, rileva la Corte dei conti, mancano ancora 4,2 miliardi di euro, un sesto del totale
L’ultimo è stato una beffa Mancano ancora 4 miliardi - Un altro condono fiscale? Ma non dovrebbero prima incassare i soldi di quello varato nel 2002 da un altro governo Berlusconi-Tremonti? Dopo nove anni, rileva la Corte dei conti, mancano ancora 4,2 miliardi di euro, un sesto del totale. E di questo passo, saranno recuperati nel 2023. Quello del 2002 era un condono particolarmente allettante, «tombale» e ampio. «La maggiore adesione era risultata quella delle società di capitali e a gestione manageriale, con più elevato volume d’affari e ubicate nel centro-nord, anche per l’interesse dei manager a mettersi al riparo dai rischi penali». Negli anni, lo Stato ha concesso all’evasorecondonato un trattamento evangelico da figliol prodigo: vantaggiose rateizzazioni, impunità immediata, riscossione lentissima, proroghe, allargamento dei termini, sgravi fino al 90%. Risultato: l’ennesima beffa. La legge del 2002 prevedeva che gli effetti del condono favorevoli all’evasore si perfezionassero immediatamente, con il pagamento della prima rata della sanzione. Dunque parecchi hanno pensato bene di versare solo il primo obolo (3 mila euro per le persone fisiche, il doppio per le società), incassare l’immunità penale, e poi sparire. Non solo: la scelta di rateizzare la sanzione faceva sospendere le procedure coattive del recupero del credito da parte dello Stato. Secondo la Corte si tratta di un autogol clamoroso «che, oltre alla possibile modificazione per così dire “fisiologica” e normale nel corso del tempo delle condizioni patrimoniali del contribuente–debitore, poteva consentire e ha consentito, di fatto, ai contribuenti non propriamente ignari della circostanza, di organizzare il proprio assetto patrimoniale in modo da rendersi incapienti rispetto alla futura azione esecutiva dell’erario». In sintesi: in certi casi l’evasore cade in disgrazia economica e non può più pagare, in altri si circonda di prestanome,si rende volontariamente nullatenente e il gioco è (ri)fatto. La Corte dei Conti aveva lanciatoun primo avviso ai naviganti nel 2008, conteggiando che dei 25 miliardi previsti dal condono ne mancavano 5,2 e spiegando che «l’acquisizione in tempi rapidi delle risorse finanziarie» avrebbe «contribuito ad assicurare la tenuta dei conti pubblici in maniera diversa dall’aumento della pressione fiscale». Appello rimasto inascoltato, tanto da indurre i magistrati contabili a tornare sull’argomento, in virtù del «riscontrato rallentamento del tasso di crescita degli incassi riferibili alle rate non versate». A nove anni dal condono e a tre dal primo allarme, lo Stato ha racimolato solo altri 900 milioni di euro, il 17% della somma mancante. E gli altri 4,2 miliardi? Ripuliti e ancora allegramente nelle tasche degli evasori. Le motivazioni dei ritardi, secondo la Corte, sono «vischiosità e difficoltà» nella riscossione, liti giudiziarie, mancato incrocio delle banche dati, scarsi controlli. E il previsto «rafforzamento dei poteri degli agenti della riscossione»? «La normativa è risultata utilizzata ancora in maniera parziale e limitata». Amen. L’anno scorso, lo Stato ha incassato 124 milioni di euro, il 3% del credito residuo. Meno che nel 2009 e ancor meno delle previsioni dell’Agenzia delle entrate, che ipotizzava una crescita esponenziale. La riscossione del crediti tributari, ragiona la Corte, perde efficacia con il passare del tempo. Con questo ritmo, «se la situazione dovesse cristallizzarsi, occorrerebbero ben dodici anni per la sua completa definizione: durata inaccettabilmente lunga, anche in considerazione del fatto che la letteratura sull’istituto dei condoni individua, tra i motivi giustificativi della loro adozione, un’accelerazione del gettito nel breve periodo, rafforzata dall’aspettativa dell’emersione strutturale della base imponibile». Le sanatorie si fanno per rimpinguare le casse pubbliche, a prezzo di perdonare gli evasori: se non si incassa, è ancora il caso di uccidere il vitello grasso?